Il termine “dïàlogo”, dal latino dialŏgus e dal greco διάλογος, derivazione di διαλέγομαι «conversare, discorrere», indica un discorso, un colloquio fra due o più persone, un confronto verbale inteso come strumento per esprimere sentimenti diversi e discutere idee non necessariamente contrapposte.
Da quando abbiamo scoperto l’uso della parola, abbiamo utilizzato il dialogo per esprimerci e confrontarci. Cerchiamo di dialogare anche con i nostri amici pelosi a quattro zampe (su dai, chi non lo fa).
Ma il dialogo non si esprime solo attraverso la voce. Si esprime anche e soprattutto attraverso la parola scritta e le immagini.
Pensate ai nostri antenati cavernicoli. Per poter comunicare tra di loro disegnavano sulle pareti delle caverne e fortunatamente molti di quei disegni chiamati geroglifici sono arrivati a noi. Con lo scorrere del tempo abbiamo imparato a parlare e siamo anche un po’ migliorati nel disegnare e dipingere, ma abbiamo continuato a dialogare attraverso quelle che oggi sono definite opere d’arte. Così, non essendoci ancora cellulari o reflex, grazie a Leonardo da Vinci abbiamo un’immagine di quella che avrebbe potuto essere l’ultima cena, dove i dodici apostoli conversano tra di loro disposti a gruppi di sei da un lato e dall’altro rispetto alla figura centrale di Cristo, o anche al Veronese che ci ha lasciato un numero considerevole di opere in cui si affollano figure stagliate sullo sfondo di grandiosi prospetti architettonici intenti a conversare tra loro o consumare il proprio pasto.
Ma i personaggi delle opere d’arte non dialogano solo tra di loro. Nelle opere di Piero della Francesca è possibile ammirare personaggi anche secondari che guardano direttamente lo spettatore, come a volergli dire “fai parte anche tu del dipinto”. Il “Battesimo di Cristo” ne è un esempio: nella parte sinistra dell’opera uno dei tre personaggi, quello sullo sfondo, ha lo sguardo rivolto direttamente verso chi lo osserva.
E in questo modo i dipinti e le opere d’arte in generale riescono ad esprimere un qualcosa, una sensazione, che varia a seconda di chi si trova ad osservarle.
E c’è chi è riuscito a dare voce vera e propria ai dipinti. Parliamo di Stefano Guerrera, un ragazzo di origini pugliesi che nel 2013 ha iniziato a pubblicare su Facebook per gioco delle foto di dipinti dove ha aggiunto ironiche didascalie in romanesco, che in pochissimo tempo sono diventate virali. Dal gioco è nata la pagina “Se i quadri potessero parlare” che oggi conta 1,3 milioni di followers.
Quindi adesso è facile trovare “L’ultima cena” già citata di Leonardo con la didascalia “sì, ma famo alla romana”, o “Lezione di anatomia” di Rembrandt che cita “in pratica, se si accende il naso, perdi”, chiaro riferimento al gioco da tavolo “L’allegro chirurgo”.
Un modo davvero simpatico ed intelligente di fare ironia utile anche ad avvicinare le nuove generazioni al mondo dell’arte e farle dialogare direttamente con i personaggi.
Roberta Conforte





