Meglio cento giorni da pecora che un giorno da leone (da tastiera)

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Nella grande e ampia famiglia dei mammiferi, sono numerose le specie che vivono in comunità, più spesso denominate branchi. L’essenza stessa del branco risiede in un’organizzazione gerarchico-funzionale, con ruoli, compiti e dinamiche correlate. In particolare, la gerarchia è stabilita “pro tempore” in funzione di rapporti di forza (non solo quella “bruta”) che definiscono, e individuano, soggetti cosiddetti “alfa” dal resto del branco. Non è raro che gli/le “alfa” di una certa specie lo siano per lignaggio, essendo diverse caratteristiche peculiari del ruolo tipicamente ereditarie. Che si chiami propriamente branco o che una comunità di mammiferi si definisca gregge, mandria o società, la presenza di un gruppo organizzato funzionalmente pretende l’esistenza di leader e di follower.

Leader naturali e riconosciuti sono la regola nel mondo “animale”. Diversamente, nel mondo “umano” ci imbattiamo sempre più spesso in leader imposti, avversati, non riconosciuti e sostenuti solo da forze “esogene” (potere, denaro, posizione) senza le quali questi soggetti non sarebbero in grado di superare neanche la prova del “boooh”, senza scappare subito a gambe levate. Ancorché disseminati nella società, ad ogni livello e in ogni posizione, esistono, quiescenti, numerosi/e “alfa” che, nel piccolo delle loro sotto comunità, godono di riconoscimento, stima e considerazione, e guidano, consapevoli o inconsapevoli, piccoli gruppi di “umani-followers” bisognosi di essere accompagnati nel cammino della vita. Questi “leader” sono schiacciati dalle dinamiche esogene, contaminate dalla “forza” delle ricchezze, delle strutture di potere consolidate e delle loro reti di controllo, limitando così lo sviluppo naturale dell’umanità verso un miglioramento costante determinato da una reale “guida dei migliori”.

L’epoca digitale ha permesso l’emersione di una nuova figura nella comunità umana, a tratti mitologica, metà ovino e metà felino, rinchiusa, per la sua pericolosità pari solo alla sua ignavia, nelle labirintiche trame della rete elettronica: il leone da tastiera. Persone che nella vita quotidiana vivono con ingiustificata frustrazione un ruolo che la natura stessa, probabilmente, gli avrebbe assegnato in qualunque comunità di mammiferi e che a testa e occhi bassi trascorrono la quasi totalità della loro esistenza, ma che posti davanti ad uno schermo, connessi ad un social network,  meglio ancora se con un account anonimo o di fantasia, si scatenano come Furie (della mitologia romana) con invettive, minacce e violenze verbali di ogni genere contro gli altri avventori digitali.

Di certo, chi ha creato questi “spazi virtuali” di confronto ha fatto bene i propri calcoli. Una volta, infatti, era la religione l’oppio dei popoli, mentre oggi, con questi “meta – spazi”, alle persone vengono preparati dei cocktails mentali a base di benzodiazepine e adrenalina, insieme, che ognuno ingurgita a piacimento, spesso senza neanche accorgersene. I “social network” fanno, nella società, l’effetto dei video games “ammazzatutto”, scaricando in prima battuta una buona parte delle frustrazioni e dell’aggressività repressa, indirizzandola nel mondo virtuale anziché in quello reale, su perfetti sconosciuti, molto spesso incolpevoli, anziché su persone e personaggi perfettamente definiti e, altrettanto spesso, colpevoli proprio di quelle frustrazioni e di quella rabbia repressa. Un buon sistema, insomma, per tenere a bada un branco di lupi, costretti a tener testa ad un immenso gregge di pecore che giocano a fare i leoni nel “metaverso” mentre sognano di essere leoni nella vita reale.

Sandro Scarpitti

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