Io non le lancio più le vostre sante bombe

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Siamo nel 2022 e si parla di guerra, di chi ha torto e chi ragione, di civili innocenti coinvolti, di bambini feriti ed uccisi. Siamo nel 2022 e si parla di missili e bombe molotov. Siamo nel 2022 e si parla di una possibile Terza Guerra Mondiale.

La Russia è il nemico. L’Ucraina la vittima.

Ma della situazione in Afghanistan dopo la presa dei talebani non ne parla più nessuno? O della guerra in Libia? Si parla sempre e solo di quello che va più di tendenza? Non fraintendete, non stiamo certo dicendo che della situazione in cui versa l’Ucraina oggi non si debba parlare, anzi. Ma delle guerre in atto in altri Paesi non c’è più traccia. Almeno su carta stampata e sui canali di informazione.

Eppure, anche in questi territori le vittime sono state tante, troppe. Solo l’Afghanistan in vent’anni di guerra ne ha contate 172.403, tra civili e non. 172.403. Come si può parlare, quando si leggono questi numeri, di vittime e carnefici? Come si può parlare di una guerra giusta ed una sbagliata?

Fino a qualche settimana fa tutti i profughi erano un enorme problema. Oggi si parla di profughi di serie A e profughi di serie B. Migliaia di profughi africani sono trattenuti in continente ucraino semplicemente perché già profughi. Il che sembrerebbe quasi una barzelletta, ma, rincresce ammetterlo, è quanto sta accadendo ai confini con la Polonia e la Romania. Siamo nel 2022 e si decide ancora chi può salire su di un treno o un autobus in base al colore della pelle.

Negli ultimi giorni i social si sono riempiti di tuttologi conoscitori della situazione attuale, di finti buonisti apparentemente preoccupati per quanto sta accadendo a non molti km di distanza da noi. E questa preoccupazione l’hanno esternata riprendendosi con il proprio smartphone comodamente seduti sul divano, con tutti gli agi che una qualsiasi casa possa offrire. Forse questo accade perché siamo troppo abituati alle comodità che dimentichiamo di averle. O forse perché siamo stati fortunati e siamo nati nella parte “giusta” di questo continente e nel periodo giusto. 

Perché, non dimentichiamolo, non molti anni fa anche i nostri nonni sono stati costretti ad abbandonare la propria terra e la propria famiglia.

Sì, perché la guerra in qualunque posto del mondo e in qualunque periodo storico la si collochi, fa schifo. E porta con sé una fiumana di morte e disperazione. 

Prendiamo ad esempio un’opera come Guernica, dipinta da Picasso nel 1937 poco dopo il bombardamento dell’omonima città basca ad opera dell’aviazione tedesca: in una sola tela, enorme, il pittore cubista è riuscito a racchiudere tutto quello che una guerra lascia dietro le spalle dopo il suo passaggio. Disperazione. Morte. Terrore. Angoscia. Panico.

Le prime due le cogliamo nella donna a sinistra della tela che stringe tra le braccia il corpicino senza più vita del figlio. Il terrore è negli occhi del cavallo posto al centro dell’opera che avanza verso destra, ma volge la testa a sinistra e nitrisce, appunto, terrorizzato. L’angoscia è provata dalla donna subito alla destra del cavallo che tenta di fuggire dai bombardamenti in atto. Infine il panico, personificato dall’uomo mangiato dalle fiamme.

Oggi il grande quadro è diventato il simbolo della condanna contro la distruzione della guerra che causa tanta sofferenza al popolo ed è ricca di significati allegorici, come la testa del toro nella parte sinistra della tela, simbolo della Spagna, o la colomba dipinta tra il toro ed il cavallo, simbolo della pace ferita.

Un’immagine cruda, violenta. Eppure a guardare questa enorme tela si rimane incantati. Il paradosso della guerra raccontata dalle opere d’arte.

Non possiamo che chiudere con alcune significative parole del brano di Jovanotti, Ligabue e Piero Pelù, che sicuramente conoscerete e che soprattutto in questi ultimi giorni sembrano risuonare più forti nelle nostre orecchie:

«Eccomi qua, seguivo gli ordini che ricevevo

C’è stato un tempo in cui io credevo

Che arruolandomi in aviazione

Avrei girato il mondo

E fatto bene alla mia gente

E fatto qualcosa di importante.

In fondo a me, a me piaceva volare…

C’era una volta un aeroplano

Un militare americano

C’era una volta il gioco di un bambino.

E voglio i nomi di chi ha mentito

Di chi ha parlato di una guerra giusta

Io non le lancio più le vostre sante bombe.»

Roberta Conforte

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