Il senso profondo della distrazione per una riscoperta dei fatti

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Provare a informarsi, nel ventunesimo secolo, sta diventando una vera e propria odissea. Non solo per la quantità (tanta) e la qualità (sempre più discutibile) delle fonti dalle quali abbeverarsi, ma anche perché, proprio come accadde al protagonista dell’epico viaggio, quell’Ulisse di Itaca cantato da Omero, tante sono le “sirene” che provano a distrarci, catturando la nostra attenzione a discapito dei nostri originari interessi e obiettivi. Sirene che cantano e incantano con contenuti piacevoli e rassicuranti, come tragici e spaventosi, in ogni caso attirandoci, oltre che con il “cosa” anche con il “come”. Strumenti di comunicazione interattiva sempre al nostro fianco, gli smartphone in cima alla lista, che con la loro connessione costante e immediata con il resto del mondo, ci fanno sentire sempre “sul pezzo” e informati (quando, forse, siamo solo più informatizzati).

Distrarre, però, non vuol dire solo distogliere l’attenzione da qualcosa. Distrarsi vuol dire, etimologicamente parlando, rivolgere la propria attenzione altrove, rispetto al focus di partenza. L’attenzione, quindi, non scompare, bensì prende un’altra direzione e si focalizza su qualcos’altro. La distrazione non è assenza di attenzione, e quindi incapacità di incamerare informazioni attraverso i nostri sensi, quanto piuttosto è una modalità cognitiva, addirittura capace di bypassare anche i messaggi “forzati” da sistemi di informazione deviati, come lo sono quelli propagandistici tipici delle dottrine totalitarie e del pensiero unico. Il problema, più che altro, è la “pseudo distrazione”, vale a dire l’utilizzo consapevole dei meccanismi di questo processo cognitivo, più presente in alcuni soggetti rispetto ad altri, al fine di dirottare volontariamente (e spesso in malafede) l’attenzione del pubblico verso ciò che si vuole mostrare e ciò che si vuol spacciare per “sapere”.

Probabilmente, si potrebbero fare più esempi di “distrazioni di massa” costruite ad hoc negli ultimi 3 anni, che nel resto della nostra storia repubblicana, dalla fine degli anni ’40 ad oggi, ma non per questo potremmo dichiarare di trovarci di fronte ad una novità assoluta in termini di “stratagemma comunicativo” per la veicolazione delle informazioni e per la “gestione della verità”. In un Paese come il nostro (e non solo), da decenni in piena entropia politica e democratica, due anni interi di emergenza pandemica hanno rappresentato un focus talmente grande e potente da dirottare ogni attenzione verso un unico punto. Che lo si voglia vedere in ambito meramente sanitario (190 morti “di covid” fanno ancora più notizia dei 500 morti al giorno per infarti o degli oltre 600 per tumore) o sotto il profilo socio-politico (lo stato della sanità pubblica, il livello medio dei salari, il costo della vita in aumento, e tanto altro ancora), tutto è stato soffocato da un tale “eccesso di zelo” in questa opera di deviazione dell’attenzione, che “distrarsi” spontaneamente e senza essere teleguidati nel farlo, può rappresentare una salvezza. Per la mente e, quindi, per la salute integrale del corpo.

Mentre consideriamo l’emergenza sanitaria, ci passano sotto il naso le manovre grandiose che i governi di quasi tutto il mondo stanno facendo per operare, in tempi strettissimi, cambiamenti epocali (Agenda 2030). Ecco quindi che scivolano quasi fuori dal nostro campo visivo le modifiche agli accordi per la produzione dell’energia, con costi raddoppiati per la CO2, così che l’aumento del costo delle materie prime (e non solo) si possa mettere in relazione con altre situazioni di geopolitica o con i venti di guerra che soffiano, sempre più forte, da est verso ovest. La forza della distrazione, però, potrebbe essere proprio nella sua natura di processo cognitivo poco addomesticabile, e diverso, come detto, dal semplice “distogliere” o guidare l’attenzione altrui.

Infatti, la distrazione con il suo essere “vista periferica”, attenzione vagante e saltellante, è in grado di scompigliare le carte da gioco al mazziere (spesso “baro”), cogliendo quell’oggetto di passaggio, sfocato sullo sfondo o veloce e silenzioso su un lato. La distrazione diventa, così, imprevedibilità, intuito, inconscio che riemerge, istantaneo o successivo, ma comunque generatore di conoscenza. Perché proprio mentre qualcuno ci mostra il dito che indica la luna, la distrazione ci permetterà di vedere anche quella stella, là nel cielo, più brillante delle altre, il mare mosso sullo sfondo con un peschereccio che sta rientrando verso il porto e quella casetta sulla spiaggia capace di farci sognare ad occhi aperti, portandoci addirittura a “vedere” più di quello che i nostri stessi occhi stanno effettivamente vedendo.

In un’epoca in cui distrarre la gente sta diventando un lavoro a tempo pieno per moltissime altre persone, che lo si intenda come generare intrattenimento e divertimento per il tempo libero ovvero che sia una vera e propria strategia per veicolare il pensiero della massa e dirigere il corso della storia, l’incontro con la “distrazione” potrebbe essere un momento di piena serendipità: inaspettato nella sua casualità, grandioso per le opportunità che potrà offrirci se sapremo abbracciarla nel suo significato più profondo e vitale.

Sandro Scarpitti

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