Il politicamente corretto tra il bene e il male, nel mezzo il grigio dell’ipocrisia

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Dal sito della mitica enciclopedia Treccani, leggiamo che “l’espressione angloamericana politically correct (in italiano politicamente corretto) designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone. Secondo tale orientamento, le opinioni che si esprimono devono apparire esenti, nella forma linguistica e nella sostanza, da pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale o relativi a disabilità fisiche o psichiche della persona.” 

Una sorta di definizione, questa, apprezzabile per chiarezza e completezza, capace di mettere subito in evidenza la più grande criticità del politicamente corretto nella sua piena applicazione e realizzazione: l’assenza di pregiudizi di qualsiasi genere, contemporaneamente sia nella “forma” sia nella “sostanza”.

E se è condivisibile che il linguaggio, anche solo nella forma e nella scelta dei termini fa, di per sé, anche sostanza, è altrettanto vero però che apparire è sempre più facile che essere e che, dietro la forma, spesso si riesce a celare la sostanza. Del resto, neanche si può fare affidamento e trincerarsi dietro una solida sostanza, se non si è in grado di dimostrare, con un minimo di forma, le proprie intenzioni, fossero anche le migliori possibili. Come spesso accade, quindi, è fondamentale che si trovi un punto di equilibrio tra le posizioni, affinché non si persegua ossessivamente una forma fino a farla diventare “pretesa di essenza”, anche qualora non lo fosse davvero, così come non si rinunci a dare una giusta misura alle sensibilità altrui, che sicuramente vengono sollecitate anche dalle parole, appellandosi sempre e solo alle intenzioni o pretendendo di venire interpretati, in ogni caso, come animati di buoni propositi. 

Di fronte ad uno scontro, quindi, tra due fazioni, chi se non la politica riesce a cogliere la palla al balzo per polarizzare l’opinione pubblica, spingere verso gli estremi e dividere in buoni e cattivi, amici e nemici, i contendenti? Ecco che, così come è accaduto negli Stati Uniti del politically correct nel corso dei decenni, anche in Italia si è arrivati ad uno scontro sul tema del politicamente corretto, soprattutto alla luce del fatto che esiste, in numerosi contesti, un “doppiopesismo” difficilmente giustificabile e una buona quota di mal celata, e mal sopportata, “ipocrisia”, misura solitamente oggettiva indicata dalla differenza matematica tra “il dire e il fare”, tra le chiacchiere e le opere delle persone. Ora, che ci sia sempre bisogno di un punto qualunque dal quale iniziare, con l’unica alternativa di non attivare mai un processo di cambiamento, siamo tutti d’accordo. Che però, una volta intrapreso il percorso, non ci si debba interrogare più sulla direzione, sull’entità e sull’effettività del cambiamento, utilizzando concreti indici di performance per effettuare valutazioni oggettive, e sui correttivi eventualmente necessari, non credo sia sintomo di intelligenza né di buona fede.

Così, coloro che hanno progressivamente provato a far sentire la loro voce, nell’eterna battaglia per i propri diritti di esseri umani, di cittadini e di protagonisti della vita civile e della società, dopo aver utilizzato il grimaldello del politicamente corretto per scardinare, giustamente, alcuni blocchi (mentali) dei propri concittadini, costringendoli ad una riflessione in più, ad una pausa necessaria nel fluire (a volte vacuo) delle parole, oggi rischiano di restare schiacciati da un rigurgito di mal sopportazione, per colpa di qualcuno che ha provato a spingere all’estremo questa ideologia. Così come ho più volte sostenuto, il cambiamento, in ogni campo della vita e dell’esperienza umana, è sempre difficile ed è sempre avversato, anche quando lo si considera “desiderabile”. È faticoso, è doloroso, è pauroso, cambiare. Ma è anche affascinante, utile, a volte indispensabile, trovarsi “altrove”. La pazienza deve animare i volonterosi, così come il rispetto e la sensibilità deve essere reciproco, tra chi vuole cambiare “adesso” e chi sta bene come sta e non capisce, subito, il senso di quella spinta, anzi di quel “calcio nel culo”, per uscire dalla propria zona di comfort.

Una certa politica, per appropriarsi dei valori, delle richieste e delle legittime istanze (e dei voti) di coloro che, a qualunque titolo, fanno parte dei destinatari delle “attenzioni” del politicamente corretto, ha spinto forte la polemica e ha alimentato anche lo scontro, invadendo ogni ambito, perfino quello privato, delegittimando ogni modalità espressiva “difforme” dalle proprie prescrizioni linguistiche, e denotando così anche una scarsa correttezza politica. E molti di noi, hanno creduto come genuino questo sforzo, questa grinta, questa energia, della politica di riportare, il più velocemente possibile, in pareggio la bilancia dei diritti tra tutti i cittadini, senza nessuna distinzione di sorta.

Pian piano, questo connubio ha assunto le sembianze di una vera e propria dipendenza, sia in relazione al rapporto tra cittadini sottorappresentati (nei diritti) e rappresentanti politici sia, soprattutto, in funzione di un intervento sul linguaggio e sulla forma, ogni volta più profondo e ogni volta più ampio. Proprio come in qualsiasi altro tipo di dipendenza, infatti, per ottenere l’effetto precedente si è costretti incrementare quantitativamente l’assunzione della sostanza desiderata. E come in ogni dipendenza che si rispetti, questo incremento porta, progressivamente, all’autodistruzione. Invece, in questo caso, bisognerebbe iniziare a rimodulare le richieste di “forma” alle effettive capacità di risposta, della società, in termini di “sostanza”. A partire dall’effettivo potere dei rappresentanti di cambiare le cose, abili a promettere anche quando sanno già di non poter ottenere, passando per un’analisi attenta (e possibilmente delegata a chi non vive del nostro “voto”) del tessuto sociale e dei livelli di risposta al cambiamento che le persone sono capaci di esprimere. 

Non sarà tutto e subito, probabilmente, ma quello che si potrà ottenere con minori e meno forzati condizionamenti, e dovendo pure ringraziare a tempo indeterminato i soliti “santi in paradiso”, sarà più stabile e duraturo. 

Nemo

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