Fare spazio al “Sapere” attraverso il silenzio

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Sono fermamente convinto che l’Uomo sappia molto più di quanto crede, ed indipendentemente dal livello di scolarizzazione o da quanto un essere venga identificato o meno in un bacino culturale che altro non è che un parametro sociale, troppo spesso quindi ‘di convenienza.’

Essere ‘intercettati’ in qualche modo, per rientrare in una statistica piuttosto che in un’altra, altro non è che un atto il cui fine essere tutto, meno che nobile, è un fine di divisione e non di condivisione, e quand’anche ci si trovi ad essere classificati in quadranti di giudizi ‘positivi’, si è vittime a prescindere di un atto discriminatorio.

La mano della Gentilezza, ormai tesa solo per puro opportunismo, dovrebbe avere quella delicatezza figurativa di qualcosa che sottace durante il susseguirsi figurativo di uomini che si incontrano e ricevono, donando, altra consapevolezza: non c’è bisogno di denaro, non c’è bisogno di plateali lavatine di faccia e di tanto altro che imbruttiscono la natura di un uomo che quando si è trovato, dopo tanto cercarsi, è pura.

Il sapere di un figlio che scopre dopo quello che era il sapere di un padre, che se lo ritrova addosso, e non può, per principio, scucirlo davanti a nessuna tentazione, questo dovremmo essere noi nei confronti del nostro sapere, perché non è nostro: è qualcosa che viene riposto in noi, come la fiducia, e così dovremmo sentirci, ma non lo sappiamo.

Siamo dei recipienti e dovremmo prenderne atto, in maniera collettiva, in un silenzio sociale che allora si varrebbe tutte le propagande che si fanno per dover convivere qualcuno, di un qualcosa, di pure lui stesso si meraviglia: può essere vero? Possiamo realmente pensare di sapere? e di sapere cosa? e rispetto a chi? E fosse anche così, nella vittoria più povera delle relatività a cosa ci servirebbe dimostrare di sapere più di altri? Chi sa di sapere, sa anche e sopratutto di non sapere, e sapendo di non sapere, evita lo scontro nei confronti di chi ‘sa meno di lui’ – la fermata più inutile che un uomo possa concedersi – per affettarsi all’incontro verso chi sa molto più di lui: i miei nonni erano ad esempio dei contadini, quello che non sono stati i miei genitori perché sono stati messi in condizione di studiare, ma per certi versi, nei silenzi di chi non sapeva, c’erano i gesti di chi sapeva: e allora chi sapeva di più? 

Non è a scuola che si trova se stessi: fatemi dire che ad una piccola percentuale di gente innamorata del proprio lavoro ne corrisponde una ben più ampia di persone che sono arrivate ad un titolo a cui siamo arrivati In tanti, ma poi per fortuna alcuni, più che cercare il riconoscimento ufficiale, si sono messi in cammino verso la propria consapevolezza, che a sprazzi, sempre più colorati, è emersa, in un silenzio appagante.

Tutti parlando di tutto, vedete? In realtà sarebbe anche un dovere civico – ovviamente quando non si ha la presunzione del giornalaio che pensa di essere quello che ha scritto sul giornale e non colui che ne ha venduto qualche copia – ma in maniera molto comoda, per noi anzitutto, si dovrebbe imparare a camminare nel mezzo, senza prendersi troppo sul serio ma neppure troppo alla leggera, rimanendo umili senza mettersi mai però in condizione di essere umiliati; quel gioco caro ai fratelli Abbagnale che spiegarono perfettamente cosa significa remare ‘cercare anzitutto l’equilibrio, e mia quelle remate che sono solo sforzo perso se non si rimane fermi e leggeri fino a sentirsi parte del mare.’

Stiamo da troppo tempo – anche a danno dei social mal usati che invece sarebbero forza di connessione – perdendo del silenzio prezioso.

Il nostro ego in questo è micidiale: cosa ci sarebbe di male nello scrivere che moltissime persone scrivono decisamente meglio di come non lo faccia io? a partire da questo giornale! Anzi, pensate alla fortuna di leggere articoli di colleghi che in ogni edizione ti danno spunto per qualcosa?! per esempio. 

Pensate a quanta serenità nel non essere competitivi ma esigenti, disciplinati, in armonia nei confronti di qualcosa che guida dall’interno! Da dove dovrebbero venire le ‘regole’? da fuori? E ne abbiamo fuori e sono sempre più in aumento, fino a poter parlare tranquillamente di restrizioni: non vi sembra un segnale d’allarme evidente?

Se veramente siete interessati al ‘Sapere’, fategli spazio con il Silenzio, ne abbiamo perso troppo, e chi è impegnato a dimostrare di sapere, non sa quanto tempo e quanta pazienza ci voglia a volte per ripetere un solo passaggio della propria vita: anni, fino a quando non si incontra l’umiltà, che fa spazio alla tolleranza, che veste di una nuova visione il proprio tempo, che non verrà così mai più sprecato.

Giuseppe Percoco

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