Dalla padella alla brace?

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Olena Shevchenko, storica attivista ucraina per i diritti umani e fondatrice nel 2008 di “Insight”, è stata particolarmente impegnata nelle ultime settimane a cercare collegamenti e collaborazioni con altre associazioni e Paesi per aiutare la comunità LGBTQIA+ ucraina in questo gravissimo momento di crisi. La guerra con la Russia, infatti, ha aperto prospettive oltremodo infauste per questa comunità sia che l’invasione si compia a tutti gli effetti (portando l’Ucraina sotto l’ordinamento russo) sia che le persone, e in particolare gli attivisti, LGBTQIA+ siano costrette a fuggire all’estero, “accolti” da Paesi dove potrebbero essere ugualmente discriminati e maltrattati. Il dito è puntato prima di tutto alle leggi russe, caratterizzate da un certo “indice di omofobia” e distanti anni luce dagli ordinamenti di gran parte dei Paesi dell’Europa Nord-Occidentale, che farebbero indietreggiare l’Ucraina anche di quel po’ di passi che, nel frattempo, aveva fatto verso il riconoscimento dei diritti civili, dell’uguaglianza sociale e davanti alla legge dei cittadini LGBTQIA+.

Poco più di 2 anni fa, verso la fine del 2019, la stessa Shevcenko denunciava, infatti, come in Ucraina ci fosse ancora un clima di minaccia costante, soprattutto in capo agli attivisti dei movimenti per i diritti degli omosessuali e transessuali nel Paese, che prendeva forma, e troppo spesso, in occasione di eventi di promozione e di consapevolezza (a partire dai Gay Pride, organizzati in Ucraina dal 2013 in poi), in violenze e maltrattamenti frutto di azioni organizzate e premeditate di gruppi ultraconservatori e di estrema destra religiosa, molto forti e con molto seguito nella popolazione. Nemmeno l’avvento di Zelenskyj ha cambiato sostanzialmente le cose, nonostante il neo presidente eletto proprio nel 2019 si fosse espresso in maniera abbastanza “occidentale” (in termini di “tolleranza”) verso la comunità LGBTQIA+. senza mai esporsi però con promesse elettorali e con uno specifico “programma” di miglioramento delle condizioni civili e sociali dei cittadini facenti parte di questa comunità. Semplicemente, da giovane uomo di spettacolo aveva usato, una volta sceso in campo politico, un linguaggio inclusivo e alcuni slogan di orientamento liberale e pro-UE. Addirittura, dopo un anno e mezzo di presidenza Zelenskyj, la politica ucraina ha avuto, come molti altri Paesi dell’Est europeo (Polonia, Ungheria, Estonia), una pericolosa virata “verso Mosca”, nell’ambito dei diritti civili, con la presentazione in parlamento di alcuni progetti di legge di stampo palesemente discriminatorio.

Di certo, in Ucraina lo status ante conflitto con la Russia non era idilliaco per la comunità LGBTQIA+, con alti e bassi notevoli. Le prospettive, però, come comunità e come singoli individui, non sembrano rosee in nessun caso. La guerra, si sa, miete vittime soprattutto tra i più deboli. E così, deboli, risultano essere ancora gli attivisti e i componenti di una comunità, troppo giovane e politicamente troppo poco considerata in quella parte del mondo.

Nemo

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