Campioni del mondo… Almeno a tavola!

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L’Italia del football è in lutto. Per la seconda volta consecutiva. E, questa volta, con uno smacco tale che solo le nostrane facce di bronzo che costellano la politica e la dirigenza sportiva italiana potevano considerare sostenibile o, peggio, giustificabile in qualche modo. La decenza non ha trovato albergo nemmeno nella guida tecnica della nazionale, rimasta bellamente al proprio posto quando, in altre epoche, sarebbero rotolate teste per molto meno e a furor di popolo.

Come ha scritto qualcuno, forse è anche giusto che un Paese che limita fortemente, quando non la impedisce addirittura, la possibilità di “giocare a pallone” ai ragazzini di 12 anni, “merita” di rimanere fuori dai mondiali di calcio. E se qualcuno avesse ancora qualche dubbio che si sia trattato solo di sfortuna (per la seconda volta consecutiva!), è invitato a dare un’occhiata ai tabelloni delle semifinali delle principali competizioni calcistiche europee per club (Champions League ed Europa League), nei quali non figura più nessuna squadra italiana. Non c’è da disperare, comunque: dal 2026, i Mondiali di calcio ospiteranno 48 squadre al posto delle attuali 32, per cui, quasi per forza di cose, rientreranno in gioco anche i Paesi dove la mediocrità si sta affermando ovunque, anche nello sport.

Visto che sul fronte football la notorietà italiana nel mondo non è più all’altezza della sua fama (e delle quattro stelle che la nazionale porta orgogliosamente sul petto), consoliamoci con il cibo! No, non intendo abbuffarci per compensare, bensì di giocarcela sul fronte eno-gastronomico, ambito nel quale l’italianità continua a mietere successi e ad avere la giusta considerazione internazionale. Del resto, basterà sostituire una “t” con una “d”, e la qualificazione ai mondiali del gusto sarà cosa facile, come “bere un bicchiere di… buon vino”. Il “foodball” ci ridarà il lustro perduto “con i piedi” e le ricadute economiche di questa competizione mondiale saranno molto più ampie e durature di quelle che solitamente accompagnano il gioco del calcio (e che gonfiano le solite tasche).

Il vero problema in questo campionato globale sul “cibo e dintorni”, però, sarà la durezza della competizione finale, non tanto la fase di qualificazione. Lo scontro, infatti, già in atto da diversi anni, si giocherà sulle opposizioni: standardizzazione vs unicità, uniformità vs eccellenza, globalizzazione vs territorialità, grande distribuzione vs km zero. Una situazione nella quale l’indole italica mutuata dal football, ossia il chiudersi in difesa, strenuamente, per poi giocare di rimessa, e in contropiede, potrebbe essere l’arma vincente. L’attacco degli avversari sarà potente, e prepotente, e si svolgerà su più fronti contemporaneamente. Avrà dalla sua il supporto degli “organizzatori”, dei decisori politici, di una ampia fetta perfino della “tifoseria”, lusingata dalla semplificazione del ciclo “dal produttore al consumatore” e dall’accessibilità, anche economica, al cibo quotidiano (e se non bastassero le lusinghe, ecco pronte anche manovre pesanti sulle finanze delle famiglie per costringerle alla scelta più conveniente e non ad esprimere una vera preferenza). La nostra nazionale di “foodball” avrà vita dura, certo, ma se una volta tanto riuscisse a non farsi schiacciare troppo, fino ad annullarsi, le lezioni storiche di Nereo Rocco, Enzo Bearzot e perfino di Marcello Lippi, potrebbero risultare ancora vincenti: barricate, “cojones” (pardon, grinta!) e poi… palla lunga e pedalare.

Giampiero Ledda

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