Bella come un affresco, grintosa come un graffito

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Nell’Italia della storia, della cultura, degli imperi che si sono susseguiti, dai Romani in poi, l’arte è un flusso, ancora presente e palpabile, un filo rosso che unisce epoche e luoghi, un fattore comune di ogni parte della penisola, dai borghi sperduti alle supreme città d’arte, oggetto di culto e venerazione da parte dei turisti d’ogni dove. La bellezza è una costante della nostra Italia (non per nulla detto “il BelPaese”) e le bellezze di cui possiamo godere e vantarci sono incomparabili, spesso uniche, sicuramente invidiabili.

Troppo spesso, però, parlare di arte sa di vecchio e stantio, sa di gita da “barbosi”, di turismo senile, di gusto “classico” (nel migliore degli eufemismi) se non antiquato e superato. Andare per musei è impegnativo (sempre di più anche dal punto di vista economico) e necessita di tempo, di conoscenze, di gusto allenato, di occhi esperti. Tutto questo contrasta molto con i tempi e i modi della vita giovanile, con la “cassetta degli attrezzi” di cui dispongono la maggior parte dei ragazzi dei nostri tempi; senza contare che il più grande allenamento di cui dispongono è lo scrolling e il refresh continuo di immagini, video e clip, che si sposano malissimo, ad esempio, con la necessaria capacità di contemplazione (e attenzione) che meriterebbe un “Giudizio Universale” o un qualunque affresco tra i tanti, grandiosi e meravigliosi, presenti nei palazzi e nelle chiese di una qualsiasi città d’arte italiana.

Il problema di questa accezione di arte è, forse, l’intrinseco legame con il concetto di “canone” per cui l’arte stessa, canonicamente, si limita e si riduce, si chiude in sé ed esclude altre forme e idee di arte. Ciò che, di contro, non fanno coloro che si sentono, proclamano e manifestano in qualità di artisti (e per fortuna!).

Così, la convinzione di alcuni di potersi esprimere, artisticamente, attraverso simboli, lettere, disegni, graffiti, usando una bomboletta spray e una qualsiasi superficie adatta ad accogliere il suo contenuto, costringe l’arte ad aprirsi e a riconnettersi con l’impulso primordiale che l’ha generata, oggi, come in ogni altro tempo. Attraverso gli uomini, per gli uomini, con o senza “rispetto” per i canoni di chi li ha preceduti. Uno scontro necessario affinché di arte si continui a parlare e non già di mera emulazione, copia vuota di un bello senz’anima, per quanto tecnicamente impeccabile, che farebbe di fatto morire l’arte stessa.

Convinzione, ovvero grinta, carattere, caparbietà, di salire sul tetto di un’auto per scrivere, più alto e ben visibile, il proprio artistico grido di protesta. Non solo di forza sostanziale, ma di forma toccante, studiata nel dettaglio di quella lettera e di quel tratto, perché non aspetti di essere letta bensì schiaffeggi la guancia del passante costringendolo a guardare, a leggere, a comprendere. 

Sogno un’Italia, oggi, così: un po’ più graffitara di quanto non lo sia mai stata, capace di prendersi rischi, di dire la propria e, soprattutto, di comunicarla a tutti con forza e un pizzico di sana arroganza. In un momento storico unico, tra il drammatico e il delirante, carico come non mai di emozioni forti e devastanti, gli ingredienti per i veri artisti, di ogni arte, ci sono tutti. Aspettiamo, fiduciosi, i nuovi eroi.

Giampiero Ledda

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