Un parco archeologico che è anche esempio di divulgazione scientifica

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Nel mondo dell’archeologia e più in generale in quello della divulgazione cadere nelle fake news è davvero facile. Spesso mi chiedo, insieme ad altri colleghi, come sia possibile, se lo è, comunicare mondi sconosciuti a chi non abbandona le proprie conoscenze di base per immergersi in usi persi da secoli ma vivi nella loro realtà.

Troppo spesso noi archeologi ci sentiamo dire “Che ne pensi del ruolo degli alieni nella costruzione delle piramidi?” domande rivolte sempre con non poca insolenza e tanta spocchia da parte di chi le pone: come se davvero un archeologo potesse mai prendere in considerazione una domanda del genere o chi la sta ponendo.

Ma la riflessione da fare, non solo tra colleghi, è la seguente. Quanta responsabilità abbiamo noi addentro alla materia in questa scarsa comunicazione priva di fondamenti scientifici.

Da protostorica (chi studia una fascia cronologica compresa tra il VI millennio a.C. e il I millennio a.C.) uso questo termine, “scienza”, per definire il mio lavoro e quello di tanti archeologi. Molti non sono d’accordo e li capisco, ma quando si parla di archeologia, soprattutto quella che si occupa di periodi privi di fonti letterarie, è l’unico termine, anche se non esatto, plausibili da usare. Non siamo umanisti! E non lo dico in maniera dispregiativa. Lo dico per cercare di spiegare il nostro ruolo a chi non ne sa… o pretende di sapere!

L’archeologo fa ricerca, tanta ricerca, sul campo e sui documenti. C’è un metodo specifico e quasi sempre valido per acquisire dati archeologici sul campo per riscrivere una storia già scritta. Ma l’archeologo si avvale di tante materie correlate: chimica, fisica, geologia, architettura, sono solo alcuni strumenti usati per raccogliere dati o interpretarli nel modo più giusto.

Tentare di capire l’antico è meno facile di ciò che si possa credere, ecco perché spesso chi è poco esperto cade in tranelli di sorta che li vedono tirare conclusioni facile e troppo spesso affrettate. 

Ma per migliorare il nostro sapere, la nostra cultura e di conseguenza la nostra società bisogna si fare ricerca, ma anche comunicarla.

Credo di poter dire con estremo orgoglio (data la mia modesta partecipazione in uno di questi progetti) che uno dei fiori all’occhiello nell’Italia centrale in merito a ricerca e divulgazione è sicuramente il Parco Naturalistico e Archeologico di Vulci, in provincia di Viterbo.

Un luogo magico, sorto dove la prima città al mondo venne pensata, creata e fondata. Dove ad oggi si cercano le radici di quegli uomini e donne che, per scelta e necessità, crearono una struttura sociale su cui si sarebbe basata tutta la restante storia dell’umanità. Un luogo con una continuità di vita che lo vuole presente sul territorio fino all’epoca romana, per poi sparire e, ancora oggi, non risorgere, celando i suoi segreti sotto terre. Un luogo pieno di tesori inestimabili, depredato per decenni da scavi clandestini che hanno compromesso per sempre, ma non del tutto, la lettura del patrimonio antico. 

Ma facciamo una panoramica dei progetti di ricerca portati avanti dal parco e dal direttore Carlo Casi: a giugno di questo anno il parco ha ospitato il progetto “Understanding Urban Identities” dell’università di Goteborg in Svezia, studiando e indagando la parte est della città.

A giugno e luglio la Duke University (USA) con il progetto “Vulci 3000”, per scoprire ulteriori informazioni nell’area del foro romano della città.

Sempre a luglio il progetto “Usi funerari preromani” dell’Università abruzzese Gabriele d’annunzio diretto dal professor Vincenzo d’Ercole e dall’ex soprintendente d’Abruzzo Francesco Di Gennaro nell’area della necropoli settentrionale chiamata Poggio delle Urne.

Ad agosto il progetto “Vulci Cityscape” dell’Università di Friburgo e di Minz.

Tra settembre e ottobre il progetto “All’origine di Vulci” dell’Università Federico II di Napoli nell’area della necropoli orientale di Ponte rotto.

Vedete quanta ricerca e a che livelli? Gli archeologi fanno questo, cercando di capire e riportare alla luce una storia persa, utile alla comprensione di noi stessi e all’apertura della mente di tutti. Conoscere e comprendere usi diversi dai nostri ci rende più elastici e positivi per la nostra società. Anche questo è archeologia. 

Tutta questa ricerca, tenuta grazie al parco e alla disponibilità della funzionaria di zona Simona Carosi insieme alla Soprintendenza regionale Lazio rende, questo parco un esempio più che unico nel quale si riscopre una storia ancora troppo poco conosciuta ma che cerchiamo tutti di trasmettere. 

Partecipando direttamente alla missione dell’Università d’Annunzio di Chieti posso testimoniarvi l’importanza delle indagini svolte che stanno riscrivendo la storia di un sito, di un popolo ancora troppo poco conosciuto e dell’archeologia stessa.

I media possono aiutare in questo. Il parco svolge attività dalle visite turistiche ai convegni, pubblica sulle migliori riviste divulgative di settore, quotidiani o mensili (Archeo, il Messaggero ecc.) ospita servizi televisivi per i più importanti telegiornali sulle reti nazionali. Non finisce mai di comunicare!

Se lo si fa con criterio, l’uso dei social aiuta ed è un bene inesauribile aperto a tutti, esperti e curiosi. 

Bisogna solo saper cercare perché, con tutto questo sforzo impiegato nella ricerca e nella divulgazione, l’ignoranza, come nella legge anche nell’archeologia, non è ammessa.

Dott.ssa Andrea Di Giovanni

 

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