Tra riti e dipendenze. La relazione con gli altri come significato del vivere sociale.

0
131

Ötzi, la mummia del Similaun nell’eneolitico o i guerrieri europei nei grandi tumuli del VI sec a.C, sono solo alcuni esempi di culture passate che si avvalsero di sostanze spesso nocive per l’organismo. Ma come nascono queste usanze e soprattutto perché?

Cerchiamo di arrivare ad un concetto fondamentale passando tramite il discorso delle ritualità e delle costruzioni culturali. L’essere umano ha avuto una storia evolutiva molto lunga e complessa ma ciò che lo differenzia dai suoi antenati, ancora oggi in vita come gli scimpanzé o i gorilla, non sono solo l’andatura bipede e la possibilità di avere un grande cervello ma anche una capacità sociale elevatissima. Questa abilità si formò quando gli ominidi si svilupparono a tal punto da riuscire ad avere una capacità prima inesistente. Quella che li vedeva costituire gruppi di più di centocinquanta unità.

Vi starete chiedendo cosa vuol dire e perché ci tendo a darvi questa informazione. La risposta e semplice, riuscire a mantenere un’aggregazione costituita da tanti individui è ciò che ha reso l’uomo capace di creare società via via più complesse nel corso del tempo, fino ad arrivare ai giorni nostri. Possiamo dire che se i nostri antenati non avessero acquisito tale capacità noi non riusciremmo nemmeno a concepire il pensiero di avere tanti “amici” o followers sui social.

Tornando indietro nel tempo però possiamo anche notare come, le varie specie che ci hanno portano fino alla nostra, sono tutte costituite da mammiferi aggregati in gruppi, uniti a livello emozionale e sentimentale. Insomma, siamo animali sociali e non possiamo stare senza i nostri simili!

Ma cosa c’entra tutto questo con le droghe e le bevande fermentate?

I gruppi umani, nell’essere costituiti, hanno sempre dovuto creare delle regole per mantenere in equilibrio questa unione.

Prima delle leggi c’erano i riti, le ritualità. Era grazie a queste che ogni individuo assumeva la sua identità, come i riti di passaggio per i ragazzi che diventavano adulti ed entravano a far parte della comunità anche a livello decisionale, o riti di mantenimento del potere, pensiamo alla caccia o agli agoni sportivi che sia in Egitto, che poi successivamente in Grecia, servivano a dimostrare che l’uomo aveva sempre la sua forza e il suo vigore anche se non si era in tempi di guerra.

Cosa poteva essere utilizzato per immergersi nella follia rituale? Sicuramente le sostanze oppiacee, funghi allucinogeni o erbe velenose erano ideali. Molto spesso, come nel caso del sopracitato Ötzi, risalente a 3350-3100 a.C., i funghi potevano servire sia come allucinogeno che come antidolorifico. Questi funghi insieme all’incredibile vestiario con accessori come esce per accendere il fuoco, mantello, scarpe, vestiti, armi, selce per avere lame nuove e taglienti e tanto altro sono stati conservati dal freddo dei ghiacci. Ma anche il suo corpo è stato conservato, sappiamo infatti che il nostro povero amico soffriva di artrosi. Numerosi tatuaggi sono stati ritrovati sul suo corpo, tutti in punti compromessi dal male. Praticamente il nostro Ötzi, per curarsi praticava l’ago puntura facendosi innestare sottopelle sostanze antidolorifiche. Che il suo bisogno di funghi allucinogeni fosse in realtà la prima dipendenza da farmaci archeologicamente attestata?

Ma tocchiamo un alto tema, quello del bere: immergiamoci nelle verdi terre della costa Adriatica nel periodo preromano e immaginiamo di dover partire per una guerriglia all’attacco di un clan nemico. L’imboscata doveva servire a sottrarre beni (soprattutto capi di bestiame) per indebolire la forza economica del nemico che aveva arrecato offesa alla nostra piccola comunità egemone. Ma la battaglia era rischiosa, il nemico si trovava in alpeggio, in una grande valle montana (pensiamo a Campo imperatore). Se fosse riuscito a disperdere il gregge sarebbe stato difficile recuperare i beni, vincere la battaglia e la missione nata per dare una lezione ai membri dell’altro clan si sarebbe dimostrata un fallimento ed una vergogna, con annessa perdita di credibilità. Come prepararsi a tanta responsabilità? Bevendo insieme! Quel vino fermentato e pastoso, tanto da aver bisogno di essere diluito con acqua e aromi, univa il gruppo dei guerrieri, e li rinvigoriva eliminando, in parte, la paura. Immaginiamo ancora: la vittoria è nostra! torniamo trionfanti al villaggio con le greggi e qualche ferito. Quale modo migliore per festeggiare? Vino per tutti, tutti gli uomini, forse anche alle donne sicuramente impiegate nella preparazione della bevanda e, sempre forse, anche a qualche bambino quasi pronto per il passaggio che lo vedrà riconosciuto come un giovane uomo, figlio di suo padre, nipote di suo nonno, tutti grandi guerrieri. Investito del dovere di portare avanti la tradizione di forza e coraggio!

Ed ecco perché, archeologicamente, insieme alle armi, nelle tombe dei guerrieri abruzzesi si trovano sempre meravigliosi servizi di vasi potori (per bere) ma anche grandi olle per conservare il vino da portare nell’al di là e non solo. Sono molti i casi delle tombe “principesche” con corredi di grande valore, come quelli della tomba 2, 100,112,115,119,164 della necropoli di Campovalano.

E si proprio così nasce la tradizione di bere vino, o idromele (bevande fermentate) in compagnia. In antico il controllo lo si perde in gruppo e per uno scopo, mai da soli, perché nel passato non si poteva essere soli. Ed anche se le sostanze davano dipendenza la loro funzione sembra essere più forte del loro abuso, sono un mezzo per comunicare e unirsi, non il fine ultimo.

Forse ad oggi questo concetto può risultare complesso e pesante ma ricordiamoci che non siamo tanto diversi dagli uomini del passato. La nostra vera dipendenza rimane sempre una, quella dall’altro, dalla società. Perché sono gli altri che ci donano l’identità, fanno diventare ciò che siamo e che ci fanno credere di essere in un certo modo. Da solo ogni uomo e perso, gli antichi lo sapevano benissimo, l’individualismo è nato dalla modernità ed è un modello dimostratosi fallimentare.

Forse oggi pensiamo di dipendere più dal denaro, nato come mezzo, per il pagamento, non come fine, unica fonte di ricchezza e di potenza. Guadagnando per guadagnare. Forse la nostra vera dipendenza è proprio quella che ci fa credere liberi dalla società, sostituendo noi stessi come creatori della nostra identità. Ma non ci siamo evoluti abbastanza, in così poco tempo, per poter vivere senza gli altri.

 

Dott.ssa Andrea Di Giovanni

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui