Sul merito

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Non è sempre il migliore ad arrivare più in alto

In Italia c’è una frase che viene ripetuta in ogni casa, ogni volta che un genitore deve educare un figlio: “Te lo devi meritare”. Quante volte ci siamo sentiti dire “te lo devi meritare” dai nostri genitori, o dai nostri nonni? È un concetto su cui abbiamo familiarizzato sin dalle nostre prime richieste. Nonno, me lo compri un cioccolatino? 

Mamma, mi compri questo giocattolo? Papà, mi porti al parco a giocare?

La risposta, spesso e volentieri, è: “te lo devi meritare”.

In questa frase c’è probabilmente tutto il pensiero della medio borghesia del nostro Paese. Gli italiani, dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale, si sono ritrovati senza una Lira in mano e con un Paese da ricostruire. Nel frattempo lo sviluppo tecnologico degli anni ’60, stava lentamente cambiando la lista dei desideri di ogni famiglia. Dalla lavatrice al nuovo televisore, dal pantalone in cotone italiano alla Vespa per portare in giro la fidanzatina. L’Italia, per stare al passo coi tempi, doveva correre e ricostruirsi. 

I nostri nonni, quelli che non son partiti per l’America e son rimasti in Europa, hanno compiuto dei sacrifici immensi per ripartire dopo il disordine emotivo provocato dalle guerre mondiali, e interrotto unicamente dalla dittatura! 

Gli italiani, si sa, son dei grandi risparmiatori. La paura di perder tutto in un colpo solo, come ci è già accaduto in passato, ci ha portato ad essere estremamente pragmatici sul piano economico. Quando a un bambino si dice “te lo devi meritare”, significa in realtà “che ogni cosa va raggiunta con sacrificio”. Si insegna, dunque, il valore del sacrificio. Quasi in ogni nucleo famigliare non falcidiato da brutte situazioni.

Poi però i bambini crescono, e non chiedono più solo i cioccolatini. Si passa così al chiedere i soldi per un trasferimento, un’università prestigiosa, un viaggio…

I ragazzi italiani, quasi tutti, nascono sotto la stella del firmamento che recita più o meno “tu datti da fare, che poi le cose arrivano”. Ma è davvero così?

Nel cinema sono diversi gli esempi di chi è arrivato con merito…Ma è sicuramente uno degli ambienti di lavoro più controversi. La posta in gioco è altissima: fama, notorietà, ricchezza, credibilità. C’è chi prova a raggiungere questo traguardo provando a meritarselo… E chi invece non ha nessun tipo di scrupolo. 

Dall’inizio della leggenda Hollywood sino ai giorni nostri, tantissimi sono i casi in cui qualcuno è arrivato in alto senza davvero meritarselo… 

E stando a quanto si legge sui giornali internazionali, tanti sono gli artisti che hanno sfruttato la loro importanza…

Da quel che riporta il Korea JoongAng Daily, il protagonista di Squid Game Oh Yeong-su (l’anziano signore che interpreta il giocatore 001) avrebbe toccato una donna in modo inappropriato nel 2017. Parliamo del primo vincitore coreano di un Golden Globe.

In Europa, invece, il Crown Prosecution Service (Cps) ha autorizzato ulteriori capi d’accusa contro Kevin Spacey per diverse aggressioni sessuali su un uomo tra il 2001 e il 2004. 

E in Italia? Diversi sono i casi di molestie e abusi emersi.  

Nasciamo con dei valori unici. Ma quando entriamo nel mondo del lavoro, ci accorgiamo che c’è una tale quantità di merda, là fuori, che diventa complicatissimo ottenere quel che desideriamo attraverso il merito. 

Ed è qui che può entrare in gioco la depressione, la sfiducia nei confronti della società intorno a noi, la voglia di fuggire via e rifarsi una vita fuori…

Il mondo della televisione, ancor più che quello del cinema, è pieno di situazioni dove non è il migliore quello che arriva più in alto. È un dato di fatto. 

Già all’università può capitare di incontrare il professore “sbagliato”, cioè quello bravo ma che poi ti manda un messaggio proponendoti una cena fuori dal contesto accademico. Ne parlo direttamente con Valentina, una ragazza di Milano. Ci incontriamo al quartiere Lambrate, e già quando la vedo arrivare attraverso le finestre del bar, capisco che sarà una conversazione per lei difficile da affrontare.  

Valentina ha trent’anni. Ha frequentato una importante università di Milano. 

Adesso ha un lavoro e un figlio, ma durante l’università ha vissuto un’esperienza traumatica.

“Vorrei rimanere nell’anonimato. I miei vengono dalla Basilicata, si sono spostati a Milano con la sicurezza che avrebbero trovato facilmente un lavoro. E tanto è stato. Si sono comprati una casetta con i sacrifici di una vita. E poi sono nata io. Durante la Scuola superiore ho passato un brutto periodo e ho smesso di studiare. Mio padre allora decise di mettermi in macchina senza darmi nessuna spiegazione su dove stessimo andando. Quando arrivammo all’altezza di Firenze, gli chiesi dove fossimo diretti. Non mi parlò per l’intero viaggio. Non ci crederai, ma attraversammo tutta, dico tutta l’Italia. Arrivammo fino in Basilicata. Papà parcheggiò proprio in prossimità del paese dove era nato. Per fortuna che avevamo ancora una casa da quelle parti. Avremmo pernottato lì quella notte. 

“Ecco, questo è il paese da dove veniamo io e tua madre”, mi disse. “Io ho fatto tutti questi chilometri per garantirti un futuro che qui avresti fatto più fatica a trovare”. 

Quella notte, chiusa in una cameretta della vecchia casa dei miei, cominciai a piangere come una disperata. Non so perché. Quando tornai a Milano, avevo un’energia diversa. Mi rimisi sotto i libri, e feci un esame di stato ottimo. Quel viaggio aveva cambiato la mia visione delle cose. Se lavori ottieni. Altrimenti, no. 

I miei erano soddisfatti del percorso, e sebbene desiderassero un lavoro in fabbrica per me, che era qualcosa di più sicuro, io chiesi loro di aiutarmi con l’università. Volevo continuare a studiare per diventare manager. 

All’università le cose andarono bene fino a quando non dovetti preparare la tesi con uno dei professori più famosi di tutto l’ateneo. La prima volta che lo incontrai nel suo ufficio, ricordo perfettamente i suoi occhi. Mi guardava in modo… Strano… Diverso. 

Quello stesso giorno mi chiese di prendere un caffè con lui in prossimità dell’ateneo. Accettai. Tornando a casa ricevetti un messaggio sul telefono da una mia amica: “Guarda che quello ti chiederà di scopare con lui. Lo ha fatto anche con me. E sai che c’è? Io ho accettato. Adesso ho un 30 e lode in più, e poi non devo nemmeno sbattermi per la tesi. Mi ha detto anche che conosce gente importante e che appena ho finito con l’università lui mi piazza a lavorare da qualche parte. Fai quello che ti dice e non fare storie. O altrimenti finisci come Patrizia. Te la ricordi Patrizia? Quella che prendeva tutti 30 e lode. Lei ha rifiutato di scopare con lui. Ha smesso di studiare!” 

Nei giorni seguenti il prof impiegava il suo tempo con me per parlare di cose personali, e non della tesi che avrei dovuto scrivere. 

Una sera mi chiese di andare a cena con lui. Era un ristorante non lontano dall’università, in mezzo a un mare di gente. Non so perché, ma accettai. La verità è che… Mi sentivo ricattata, perché sapevo che quelle erano cose che dovevo fare. 

Quella sera si offrì di accompagnarmi a casa. Io non accettai, ma lui insistette. Accettai. Mi riaccompagnò a casa mia, si. Ma prima di arrivare accostò la macchina in una zona isolata nella periferia di Milano. Non lontano da casa mia è pieno di boschi. Cominciò a provarci seriamente, stavolta. Iniziò col mettermi una mano sulla coscia. Poi cominciò a baciarmi il collo. 

Io ero immobile. Lui allora si fermò e mi disse: “Posso rendere la tua vita all’università la cosa più bella del mondo… O la cosa più brutta del mondo. Scegli tu…”.

Si slacciò i pantaloni e in quel momento capii che ero morta. Morta dentro. 

Mi prese la testa con la nuca e la appoggiò al suo pene. 

Fu l’esperienza più triste di tutta la mia vita. 

Perché l’ho fatto e ho accettato? Perché sapevo che il mio percorso universitario poteva morire, se non avessi accettato. 

Quando tornai a casa vomitai e mi chiusi in camera per due settimane senza mai uscire. Nessuno ancora sa di questa storia. 

Ottenni il massimo dei voti, e una proposta dal prof di lavorare in un’azienda molto grande a Milano. Decisi di non accettare. I ruoli importanti, ora mi spaventano. 

Accettai un lavoro in banca, con uno stipendio fisso. Ora ho una famiglia. Quel pezzo di merda, invece, starà ancora scopando con le ragazzine. È una storia triste, lo so. Ma è la verità”. 

Valentina si alza in piedi di fretta, quasi come se volesse dimenticare per sempre quell’episodio. Una lacrima le riga il viso. Prende la borsa al volo. 

Accenna un sorriso forzato, come a dire “scusami, ora devo andare”. Esce dal bar. La seguo attraverso le vetrate. 

Poco più in là c’è un barista, sconfortato. 

Ha sentito tutta la storia. Mi guarda a lungo, poi fa un sospiro e mi dice: “Dovrà finire questa merda, prima o poi…”

“È per questo che scriviamo articoli” rispondo io. Chiudo il mio taccuino. 

Pago. Esco. Dentro di me riecheggia la voce di mio padre quando ero piccolo e volevo comprare un giocattolo: “Te lo devi meritare”. 

Si. Perché solo il valore del merito potrà sconfiggere tutto questo. 

Marco Cassini

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