Siamo tutti Fantozzi?

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La simpatica “gag” che tutti noi di una certa età ricordiamo, ha per protagonista Paolo Villaggio nelle vesti di un impiegato “ligio” alle disposizioni piovute dall’alto ma che, a modo suo, sentiva anche di dover “stare al gioco” delle “trasgressioni che nel suo caso riguardava il goffo tentativo di approccio nei confronti della signorina Silvani, che si divertiva a sedurlo.

Qual è, però, di fatto il costume dell’italiano medio indossato dal ragionier Fantozzi? Quello di essere parte di un ingranaggio impiegatizio, che appariva sostanzialmente improduttivo e parassitario e nel contempo servile ad una impostazione gerarchica alla quale non c’era verso che si potesse sottrarre: anzi, va detto, che in fondo Fantozzi sentiva in sé una ragion d’essere se emulava altri colleghi (il ragionier Filini, ad esempio, che rappresentava la cinghia di trasmissione fra Fantozzi, troppo “sfigato” per pretendere di avere contatti diretti con il mega-presidente, e l’apice della mega-organizzazione a cui lui apparteneva).

In fondo Fantozzi detestava la maschera che indossava, ma non ne poteva fare a meno, “schiavo” com’era di un ruolo di suddito che si era appiccicato addosso.

Oggi certamente una macchietta simile desterebbe compatimenti, ma se andiamo a “scavare” in profondità, ci accorgeremmo che in forma riveduta e corretta, la figura di Fantozzi esiste ancora, eccome.

Ce ne accorgiamo nel nostro Paese, che vive al collasso, con un indice di povertà che cresce sempre di più, con una retribuzione erogata a beneficio della classe impiegatizia ed operaia tra le più basse d’Europa, ma che paradossalmente tutto questo accade nella sostanziale acquiescenza della moltitudine.

Se si eccettua l’ormai cronica disaffezione al voto, per cui i fedeli alla consultazione elettorale superano di poco il 60% degli aventi diritto al voto, rileviamo una sostanziale indifferenza ai moti di piazza, alle mobilitazioni contrarie ad un sistema di distribuzione della ricchezza che porta l’indice di povertà ad un livello di poco superiore ai cinque milioni e mezzo di connazionali.

Questo deve far pensare ed indurre a considerare che il livello di rassegnazione della popolazione ha raggiunto una quota preoccupante, foriera di depressioni e di atteggiamenti rinunciatari che poi si riflettono in forma patologica in altri comportamenti, che sono anche una spia delle violenze in ambito domestico, dei femminicidi e di comportamenti devianti di vario genere.

In fondo Fantozzi era l’emblema di un Paese che cresceva e che aspirava ad essere ai livelli delle altre nazioni europee, propenso al consumo (come l’acquisto della lavatrice nuova, per cui era lecito disfarsi di quella vecchia, lanciata dalla finestra di casa, che andava a sfondare il tetto dell’utilitaria, parcheggiata strategicamente proprio in direzione!). 

Attualmente di questa volontà di crescita economica si è smarrita ogni traccia, proprio perché le condizioni mancano: forse Fantozzi è destinato a conservare una rappresentazione di una Italia che non c’è più.

Ernesto Albanello