Siamo storie nostalgiche

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La vita è scandita da un tic tac,

preciso, che si ripete, che ci rincorre.

Siamo esseri a tempo, con una scadenza, che nessuno conosce, con un destino, che abbiamo dimenticato, a cui aneliamo: un sogno da realizzare! 

Corriamo dunque, annaspando tra le pieghe del tempo, per cercare di trovare la nostra strada, in parte già segnata. “È la presenza di abbondanti tracce nel passato a produrre la sensazione familiare che il passato sia determinato. L’assenza di analoghe tracce del futuro produce la sensazione che il futuro sia aperto”, scrive il fisico teorico Carlo Rovelli nel suo L’ordine del tempo. Chiudo il libricino e mi fermo a pensare. Liberata dalla morsa di quel ticchettio, le tracce, come orme sulla sabbia umida, emergono alla vista, quella della memoria. 

Allora mi chiedo se il tempo non sia gestito proprio dalla memoria, e S. Agostino, il mio santo preferito, si manifesta all’improvviso, rispondendo con una figura retorica: “Ma quando è la stessa memoria a perdere qualcosa, come accade allorché dimentichiamo e cerchiamo di ricordare, dove mai andiamo a cercare, se non proprio nella memoria?” 

Perché dimentichiamo? Per prolungare il tempo a nostra disposizione? Per eliminare le tracce? 

Per non perdere. Per non morire.

Oppure cerchiamo, scaviamo nella memoria, proprio per cercare quel tempo perduto? 

Per donargli nuova vita. Per rivivere.

Da dove arrivano le cose?  E dove vanno a finire?

“Eppure le cose belle non esisterebbero se non provenissero da te. Nascono e muoiono: nascendo cominciano ad esistere e a crescere per arrivare poi a maturità, ma subito, una volta mature, decadono e muoiono. E anche se non tutte decadono, tutte però muoiono. Nel momento stesso in cui nascono, dunque, e tendono all’esistenza, quanto più rapidamente crescono verso l’essere, tanto più corrono verso il non essere. Questo è il loro limite, e tu l’hai dato loro perché sono parti della realtà, la quale non esiste tutta insieme, ma è fatta appunto di parti che scompaiono, si succedono e che così formano l’insieme del tutto”, mi dice ancora il filosofo con questo suo potente stralcio tratto da Le confessioni, così che il tempo mi appare come una luce ad intermittenza, quella di un cortocircuito, scampoli di luce, morsi di buio, schegge di felicità, brandelli di dolore.

Che cos’è il tempo, se non tracce del passato, racchiuso, delimitato dentro un cervello, tante realtà, che si succedono, formando l’insieme. 

E la memora che si fa carico della sua missione, ripescando ricordi, non è, forse, anche l’artefice del tempo? – (senza memoria il tempo sembra non esistere) – Quella che rileva tracce celate negli abissi dell’anima, portando alla luce la nostalgia. Nostalgia che troviamo straripare in Proust e nella sua La Recherche, dove i ricordi abbandonati fuori dalla memoria tornano a bussare, appena lui riconosce il sapore del pezzetto di madeleine inzuppato nel tiglio che gli dava la zia, e dalla strada dove stava la sua cameretta, giunge tutto quanto, tutte le immagini, tutti i profumi. Tutti i ricordi.

Nei primi capitoli di quest’opera immensa che calca la sua vita, annusandola e romanzandola, restituendo ai posteri il profumo di un tempo antico, scrive: “… quando di un passato antico non sussiste niente, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vivaci, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore restano ancora a lungo, come le anime, a ricordare, ad aspettare, a sperare sulla rovina di tutto il resto, a portare senza piegarsi, sulla loro gocciolina quasi impalpabile, l’immenso edificio del ricordo.” 

E allora ricordo che, sorseggiando del tè al tiglio insieme a Rovelli, conversando con lui tra un morso e l’altro di una madeleine, ho viaggiato nel tempo, fino a conoscere S. Agostino, per poi innamorarmi di Proust, dei suoi ricordi, e del suo dolce dolore.

Siamo storie nostalgiche, storie che si incrociano per le vie di un universo infinito, dove il tempo, non esiste.

Alessandra De Angelis