Nostalgia creativa: uno strumento di lotta

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Apologia di una inguaribile sentimentale

Prima di rivolgermi al lettore, confesso, a scrivere è un’anima tendenzialmente nostalgica. Nutro la stessa nostalgia romantica dei poeti, il dolce languore leopardiano che mi spinge ad interrogare il tempo presente e guardare al passato come a una ricchezza da custodire. Non è rassegnazione, né immobilismo e non credo neppure che sia possibile, con il tempo, abbandonare questa inclinazione. Il nostalgico è un folle, un creativo, è colui che parla alla luna e con mente fervida sfrutta la sua condizione per inventare il futuro prossimo. Da che ne ho memoria ho sempre avuto nostalgia di luoghi, momenti, persone a cui resto indelebilmente legata, come se al passato corrispondesse uno spontaneismo che fatico a ritrovare nel presente. Ricordo con piacere le parole di chi ha voluto infondere un seme di conoscenza, i profumi nei vicoli del mio paese, e i posti in cui ho lasciato una parte di me. Le prime volte, gli sguardi e le mani operosi, le pareti delle case che mi hanno accolto, il canto del giardino materno, i colori delle campagne circostanti e il dolce sapore dell’ingenuità di bambina.

Se è vero che sono i sentimenti a muovere il mondo non parlerò con lo spirito fintamente altero di chi non conosce cedimenti. Cinica, la società direbbe: “Deboli sono i nostalgici”. Allora scriverò apertamente: è la maniera in cui si elabora il dolore a stabilire la natura del sentimento, a definirne i caratteri, e l’abilità artigianale di modellarlo in bellezza. È possibile sperimentare una nostalgia paralizzante, simile al rimpianto di ciò che poteva essere ma che non è stato. E ugualmente esiste una nostalgia creativa: il desiderio di rivivere ciò che è stato, che ora non è, ma che rivive grazie alla mente sognante. La nostalgia romantica che ha ispirato i più bei componimenti letterari quando la celebrazione dei rituali trasformava la vita quotidiana in arte e bellezza. La nostalgia positiva che si tinge di speranza ed è fonte di ispirazione per il futuro. Non una fuga dal dolore, ma la capacità di attingere dal passato per reinventare un presente che non ci soddisfa. Per parlarne mi accosto al pensiero dell’antropologo Vito Teti, il quale esprime il sentimento in uno dei suoi scritti: “Nostalgia: antropologia di un sentimento del presente”. Invertendo l’opinione diffusa che ne coglie solo i risvolti negativi, Teti offre una interpretazione ‘eclettica’ del sentimento nostalgico, e accostandolo al tempo presente, lo rende uno strumento di lotta contro il malessere moderno: una forma di contestazione pacifica, appunto, e non violenta. Una trattazione che funge da riscatto per tutti coloro che non smettono di avvertire il mite languore della nostalgia: “Intercettiamo lo sguardo dolce e melanconico di un moderno nostalgico. – Scrive Vito Teti – È impegnato in una difficile opera di riconoscimento di sé e del mondo. Con coraggio e abilità deve continuamente correggere la misura di una complicata bilancia: da una parte le origini, dall’altra il mondo. La sua esistenza è legata alla capacità di regolare pesi di cui non può fare a meno: Deve far costantemente dialogare l’uomo che è stato con l’uomo che vuole essere”.

Ancora, nel suo scritto Teti denuncia le gravi implicazioni che derivano dalla modernità galoppante: una macchina che distruggendo il passato, tende programmaticamente ad uniformarci. “[…] La stessa nostalgia può e deve essere adoperata non come uno strumento per neutralizzare la storia, ma come uno stimolo capace di sprigionare certe condizioni, dinamiche autenticamente innovative, rivoluzionarie, ‘sovversive’. Nessuna retorica identitaria o visione estetizzante o neoromantica, nessuna mitologia della decrescita felice può riscattare un universo in cui la gente aveva fame e sete e non poteva lavarsi, dove tutti i beni erano precari e necessari e quindi sacri, come diceva Pier Paolo Pasolini. Ricordiamo le due accezioni della parola: ci sono una nostalgia buona e una nostalgia distruttrice, una nostalgica ‘vera’ e una ‘falsa’, patologica; una nostalgia riflessiva e una restauratrice (quella che Bauman ha definito retrotopica); l’una agisce per recuperare tutto ciò che è salvabile, l’altra ricorda il passato in modo patetico. La nostalgia ‘cattiva’ ci colloca definitivamente fuori dalla storia. Quella ‘buona’ ci riporta ad altri mondi possibili; ci ricorda che il problema della contemporaneità non può essere chiuso nel recinto dell’attualità. Per essere contemporanei e prevedere il futuro, c’è bisogno di pensare al passato, di riconquistarlo. Una fastidiosa e montante retorica della modernità, che – come ricordava il nostalgico Pasolini – ha provocato devastazioni e scempi, degrado ed omologazione, ha individuato nella nostalgia un sentimento fragile e lacrimoso, un’emozione debole e rivolta al passato, un’espressione di rimpianto di etnie, culture locali, radici, patrie, piccoli e morenti mondi. 

Gli universi oggetto del rimpianto sono stati dati per scomparsi, confinati nell’irrilevante della storia, nel regno del mai accaduto, come memorie poco funzionali alle magnifiche sorti del mondo occidentale. Le comode, interessate, pregiudiziali negazioni della nostalgia hanno finito con l’aggredire sentimenti ed emozioni profondi, il bisogno umano di memoria e di sogni, nel nome di una concezione pseudo-illuministica secondo la quale il nuovo è sempre positivo e comunque preferibile all’antico. Il limite di un diffuso pregiudizio antinostalgico è consistito nel proposito, più o meno consapevole e strutturato, di demolire, scardinare, negare emozioni ritenute scomode. L’accerchiamento subìto dalla nostalgia è un indicatore della distruzione degli universi tradizionali e del loro ingabbiamento nelle zone dell’arcaicità e dell’arretratezza, in luoghi e tempi incompatibili con la modernità, attraverso il disconoscimento di uomini e culture, legami e affetti, tensioni e amori, paesaggi e oggetti, ricordi e oblii […]”.

Virginia Chiavaroli

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