Samuele Romano: muralista di sentimenti

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Street art, nei graffiti lo spontaneismo dell’arte moderna

L’arte classica, convenzionalmente intesa, quella dei dipinti, degli affreschi e delle sculture; delle opere che accrescono il patrimonio architettonico italiano rendendo la Nazione un museo itinerante, è stata, nel corso degli anni, inserita in un circuito elitario. Oggetto di speculazione selvaggia, più che incentivo alla cultura, i governi hanno contribuito ad allontanarla dal popolo, rendendo difficile fruirne liberamente. Di quell’immenso valore non restano che interessi privati, accademie, biglietti costosi e nomi altisonanti. Vale la pena sottolineare, tuttavia, che le opere, oggi parte del nostro bagaglio culturale, arrivano dall’ispirazione spontanea di artisti slegati dagli interessi economici. Autori anche spesso autodidatti, animati da una creatività sovente non riconosciuta o svalutata dalla società in cui vivevano. Lo stesso spontaneismo è ravvisabile oggi nell’arte di strada, quella necessità di comunicare la riscontriamo in artisti che non cercano visibilità, e si esprimono liberamente. Ne parlo con Samuele Romano, classe ’90, giovane muralista di Roseto degli Abruzzi. Ragionando, mi trasmette la stessa naturalezza che cerco nella manifestazione artistica.

Chi è Samuele Romano? Come ti sei avvicinato all’arte?

“Ho frequentato il Liceo artistico Bellisario di Pescara, anni in cui ho perfezionato la tecnica del disegno, fondamentale per fare graffiti. È una vocazione, ma come tutti i talenti, se non vengono coltivati, non crescono, e rimangono dormienti. Mio padre e i miei fratelli hanno sempre apprezzato l’arte pittorica, pur non praticandola. Mio fratello, in particolare, mi convinse a proseguire negli studi, quando volevo abbandonare, a lui sono molto grato. Dopo la scuola ho iniziato a lavorare come tatuatore, ma nello stesso momento ho realizzato il mio primo murales. Era il 2010. Si trattava di un lavoro per una palestra. Cercavano un writer, magari esperto, io non ne avevo mai dipinto uno, tuttavia ho voluto darmi una possibilità, mi sono offerto subito. Essere un graffitaro di mestiere sembrava una sfida, inizialmente, ma restava una volontà che perseguivo con tenacia. Ero cosciente di esserne capace. Il risultato è piaciuto, così ho avuto la prima conferma. Nello stesso periodo, poi, a farmi innamorare dei graffiti, è stato un video, su YouTube, relativo al lavoro di un’artista che ha dipinto settecento metri di muro, utilizzando immagini figurative. Anch’io volevo dipingere graffiti che fossero figurativi, slegandomi dalla semplice tecnica del writing. Quando ho visto quel tipo di approccio, ho capito che era possibile, portare il mio stile, prettamente figurativo appunto, nel mondo dei graffiti. Il primo evento in cui dipinsi dal vivo per il pubblico fu “Art and fire fusion”, nel 2013. In quell’occasione disegnavo su pannelli mobili mentre alle mie spalle, un artista mangiafuoco, eseguiva giochi pirotecnici. Lo spettacolo è stato un successo! Ho continuato così: inventando le opportunità per creare murales. Oggi faccio il graffitaro a tempo pieno, è il mio lavoro”.

Che cosa pensi della considerazione e della gestione che i governi hanno assunto circa la valorizzazione dell’arte in Italia?

“Dato l’immenso patrimonio artistico di cui beneficiamo in Italia, non so se la valorizziamo a dovere. Sono al corrente del fatto che in larga misura viene sfruttata per finalità economiche, privatizzata, anziché mantenerla di pubblico accesso. Credo sia positivo che le Amministrazioni incentivino eventi di carattere artistico culturale per dare lustro alle città. Ma non mi presterei mai ad eseguire un’opera per finalità di propaganda politica, economica, e in generale per nessun indirizzo specifico. Tendo a comunicare soprattutto valori umani, slegati da ogni interesse di sorta. L’arte deve arrivare dal sentire dell’artista, senza subire condizionamenti. L’idea delle api, all’interno del progetto Murap 2022, muove proprio in questa direzione: trasmettere il senso della cooperazione tra gli uomini”.

Come si inserisce l’arte di strada nel circuito artistico “convenzionale”?

“Ogni corrente artistica ha le sue peculiarità. Non si può pensare di inserire un’opera di Jean-Michel Basquiat all’interno della Cappella Sistina, magari qualcuno lo farebbe, ma si tratta di tecniche pittoriche e concettuali molto distanti. L’arte di strada in Italia sta avendo, da circa una decina d’anni, una forte espansione. Arrivando al periodo moderno, sui libri sono presenti tutti gli artisti di strada contemporanei. Da Diego Rivera, pittore e muralista messicano, a Jorit Agoch, artista italiano specializzato in street art. Anche questo genere è entrato nella storia, e il periodo odierno, allo stesso modo, farà parte del susseguirsi delle correnti artistiche. La rilevanza dell’arte di strada è esponenzialmente cresciuta, così come cresce il numero di muralisti che la praticano”.

Ho scelto di intervistare un giovane artista, perché ai giovani offrono pochissime possibilità di emergere. Quali sono i traguardi che inserisci sul tuo curriculum, quelli che danno valore al tuo percorso artistico?

“Sentirsi intimamente artisti prescinde dal giudizio esterno. Ma il valore artistico scaturisce dalla capacità di arrivare alle persone. Perdere un concorso d’arte non ha alcuna importanza, al contrario, se con un’opera si riesce a raggiungere l’anima di chi guarda, allora quell’opera è potente, e lo è anche il valore artistico. In genere lascio che siano i miei dipinti a parlare per me”.

Guardando i tuoi lavori vedo tanto realismo, i soggetti non sono astratti, ma molto aderenti al reale. Cosa muove la tua ispirazione e cosa c’è dietro le tue opere?

“Quelle personali, differenti da quelle eseguite su commissione, muovono dai miei pensieri, dalle mie idee. Dipingo per dire la mia. ‘Amore materno’ vuole trasmettere il legame tra madre e figlio, un sentimento che per natura non cessa mai di esistere, nonostante la vita, nonostante la società. Mi interessa indagare la sede di quei sentimenti, la permanenza di valori che in questo mondo spesso si perdono, ma che in realtà sono insiti nell’essere umano. Sensazioni innate, ma destinate all’oblio, in un contesto che ci vuole uniformati”.

Virginia Chiavaroli

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