Quando il nazionalismo può essere rivoluzionario

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È solo la forza degli uomini a rendere grande un paese

Spread, terrorismo, austerity, flussi migratori, emergenze pandemiche, guerre, choc energetico, crisi ambientale e rottura del tessuto sociale e produttivo. Cosa resta del Bel Paese? Cosa, di quel fascino naturale che da sempre attrae i popoli e le culture del mondo? 

Frutto di contaminazione, la storia d’Italia è tra le più variegate. Stratificati lungo i secoli, attraverso voci e mani, si tramandano i saperi di uomini laboriosi, di grande passione e di spiccata vocazione artistica. Nel nostro corpo corre il sangue di Dante, Petrarca, Boccaccio, Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Galilei. Leopardi, Manzoni, Paganini, Verdi, Rossini, a nominarne solo alcuni. Quanto, di tutto questo scempio, avrebbero da ridire. Riuscirebbero a riconoscere ancora la propria Nazione?

Ecco, dunque, cosa spinge un paese: la volontà di tutti gli uomini che contribuiscono a renderlo terra di valori. Ma se la storia delle nazioni è scritta dai popoli che le percorrono, ciò che serve per risollevare le sorti dell’Italia, per rispondere alla domanda di questo editoriale, sono proprio le persone, o meglio, le idee, a volte folli e azzardate, di chi ne percorre le vie. Creatività, inventiva, spirito di sacrificio e un amore smisurato per il luogo in cui si vive. Amare la propria terra equivale ad amare sé stessi.

 Ma devo stare attenta nella mia trattazione, di questi tempi è rivoluzionario essere nazionalisti, come se si trattasse di un legame esclusivo, e comportasse necessariamente l’indifferenza verso gli altri. È possibile amare il luogo in cui si sceglie di vivere a prescindere dalla nazionalità. La globalizzazione, quella voluta dai gruppi di potere, ci ha resi ciechi davanti a false promesse di uguaglianza. Mentre giochiamo a farci la guerra tra poveri, illudendoci di essere popoli alla pari agli occhi dei politicanti, le élite finanziarie riempiono le loro tasche. Delle nazioni mondiali, di tutte, nessuna esclusa, non restano che cittadini, fintamente globalizzati, inutili fanti da mandare al fronte. 

Questo mondo non è più a misura d’uomo, poiché è stato uniformato, plagiato e privato della propria storia, della propria cultura, delle proprie origini, dei valori tradizionali, quelli che in tutti i casi contribuiscono a rendere unico un paese. Cessata la crescita forsennata del boom economico, avviati i processi di crisi, è sopraggiunto anche l’impoverimento (non solo economico); si è fatto strada il vuoto di valori, abilità, capacità, esperienza; si è interrotta la trasmissione della memoria tra le generazioni; e la politica, senza tutto questo, non ha alcun senso di esistere. 

I popoli, privati della loro autodeterminazione, hanno perso l’innocente spontaneismo di aggregazione, la voglia di coesione sociale, il senso di comunità. Condivisione necessaria per la tutela concreta della collettività che ripudia il controllo digitale; comunione essenziale ad alimentare il sentire epidermico, il calore e la vicinanza diretti, con il proprio vicino, prossimo o distante che sia. Globalmente connessi, ma lontani anni luce, perdiamo la capacità di riconoscerci uomini liberi, autonomamente pensanti, dalle capacità straordinarie. Uomini in grado di risollevare le sorti del Paese.

Virginia Chiavaroli