Ci siamo abituati, come cittadinanza, comunità ed elettori, all’idea che la scuola, fondamentalmente, non cambi mai. In un mondo che negli ultimi 40 anni è cambiato radicalmente quasi in tutto, ci siamo assuefatti all’idea che invece la scuola sia così: duri un tot di anni, sia divisa in cicli scolastici, con quelle materie, che si svolga la mattina, in quelle stanze, in quel modo. Diamo per scontato che debba rimanere così, senza che questo sia il risultato di un ragionamento che analizzi dati e tragga delle conclusioni basate su ragionamenti quali-quantitativi su quali siano le metodologie più efficaci.
Tutto, solitamente, si esaurisce in tifoserie: la buona vecchia scuola contro la tecnologia, come se fosse solo quest’ultima a fare la differenza.
Il modello didattico italiano allo stato attuale è molto rigido, incentrato esclusivamente sulla didattica frontale e sulla trasmissione di conoscenze in comparti disciplinari separati.
Si rende quindi necessaria una sua innovazione, in modo tale da rendere la didattica più efficace e coinvolgente, oltreché aggiornata rispetto alle competenze necessarie del XXI secolo.
Interventi sull’edilizia scolastica per trasformare gli spazi educativi e favorire una didattica diversa da quella frontale, ma anche spazi per lo studio individuale, aggiornamenti sulle metodologie didattiche previste, in modo da integrare gli strumenti digitali per coinvolgere gli studenti in maniera nuova e attiva.
Oltre al digitale, il modello didattico italiano ha la necessità di integrare anche una formazione relativa allo sviluppo delle competenze trasversali o soft skills, che includono competenze interpersonali come il lavoro in gruppo, competenze di progettazione, pensiero critico e problem solving.
Questo potrebbe essere fatto mediante l’utilizzo di metodologie innovative, come storytelling e gamification.
Oggi il sistema scolastico si trova ad affrontare un certo scetticismo da parte di ricercatori e aziende del settore Ed tech, che lo accusano di essere ripetitivo, generico e di concentrarsi solo sull’individuo piuttosto che sullo sviluppo della persona; nel corso degli anni molteplici sono state le soluzioni concepite in vista del futuro: alcune hanno superato il test del tempo altre no.
Negli ultimi anni si è potuto osservare uno sviluppo esponenziale della tecnologia nell’ambito dell’istruzione.
Solo fino a trent’anni fa, per fare una ricerca era necessario recarsi appositamente in biblioteca, consultare l’enciclopedia, per poi eseguire tutto a mano.
Ora, invece, tutte le informazioni sono immediatamente disponibili e a portata di mano.
Ma siamo certi che l’insegnamento possa essere del tutto assoggettato alle leggi della digitalizzazione globale o alle trasformazioni sociali?
Probabilmente no. Probabilmente insegnare non è solo questo, non è solo formare bambini e ragazzi che siano in grado di sapersi muovere con disinvoltura nel complesso mondo del lavoro, o trasmettere loro le conoscenze necessarie che li rendano teoricamente preparati e pronti ad affrontare il grado di istruzione successivo.
Non dimentichiamo che la scuola vuol dire educazione.
Educare vuol dire formare delle persone anche e soprattutto dal punto di vista emotivo.
La scuola non è solo luogo di incontro con la conoscenza teorica, ma anche di conoscenza con l’altro, conoscenza dei propri limiti e delle proprie doti.
La lezione deve essere pertanto un momento di vita vissuta di esperienze concrete, prima che astratte, solo così la classe potrà diventare luogo di umanità, prima ancora che di apprendimento.
C.T.





