Nucleare Si, Nucleare No…La terra dei Cachci!

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Periodicamente, ritorna puntuale come un 29 febbraio, la diatriba per il nucleare in Italia. Dopo l’ultimo NO alle centrali sul suolo italico di poco più di dieci anni fa, oggi si ripropone e si rilancia la possibilità (per alcuni, la necessità) di riaprire al nucleare al fine di ridurre la dipendenza energetica dalle fonti estere e perché, secondo gli stessi favorevoli a questi impianti, in fondo si tratterebbe di energia più pulita di quella che mediamente ricaviamo dai combustibili fossili (in primis, meno emissioni di gas serra). Come negli anni ottanta e nel 2011, i pro e i contro continuano a girare sugli stessi aspetti, sebbene le attuali tensioni nel mercato del gas e dell’energia, susseguenti al conflitto “Russia – Ucraina/UE/USA” diano una spinta forte e aggiuntiva alle consuete ragioni a favore del nucleare.

L’energia è “più verde” ma ci sono problemi importanti, in Italia in particolare, con la gestione delle scorie radioattive; i rischi di incidenti nucleari si corrono anche con le centrali che, ad esempio in Francia o in Slovenia, si trovano in prossimità dei nostri confini, sebbene è palese che avere 10/15 impianti sul proprio territorio aumenterebbe tali rischi oltre che potrebbe rappresentare un pericolo più importante nelle aree in cui sarebbero posizionati (senza contare le correlazioni che secondo alcuni esisterebbero tra alcuni tipi di tumore e il fatto di abitare in prossimità delle centrali); in Italia, poi, il rischio terremoti è più elevato che in altri Stati, insieme al rischio che il malaffare si mescoli con le decisioni, gli appalti e la messa in operatività degli impianti, con conseguenze sulla gestione delle risorse finanziarie e della sicurezza delle stesse centrali.

Un altro aspetto poco considerato di solito, ma che proprio in questi giorni di conflitto in territorio ucraino si sta dimostrando di rilievo, è il fatto che ogni impianto nucleare sia potenzialmente un obiettivo sensibile non solo in caso di guerra conclamata, ma anche (e forse soprattutto) in relazione a possibili attacchi terroristici (altro problema che, ricorsivamente e con nomi diversi, si ripropone all’attenzione del grande pubblico). Insomma, con buona pace dei rischi di tipo tecnico e di quelli legati all’imponderabile, sembrerebbe che in Italia ci siano almeno altre “ventordici” ottime ragioni per lasciar perdere il nucleare e continuare a inseguire le chimere delle fonti rinnovabili o per rassegnarsi a comprare all’estero l’energia che ci serve.

Oppure… C’è un “oppure”? Certo che c’è! Cristallino e lapalissiano come un due più due. Basterebbe smettere di comportarsi come se vivessimo nella Terra dei Cachi di sanremese memoria e cambiare atteggiamento, a cominciare dall’ideazione del progetto (di qualunque progetto!). Iniziare, cioè, a pensare in maniera seria e matura, senza porre fin da subito tutta una serie di muri, barriere e rallentatori, basati su pregiudizi e preoccupazioni che, alimentati a dovere, finiscono per creare la più classica delle profezie che si auto realizzano. Mentre il mondo intorno a noi progredisce, correndo certamente dei rischi ma facendoli correre anche a noi, vicini di casa e destinatari di scorie altrui, figlie dell’energia prodotta per noi e pagata a caro prezzo, nel nostro Paese ci si interroga sul da farsi, sì legittimamente, ma con un dibattito che definire infantile e “bloccato” a livello di dilemma “uovo / gallina” è ancora un eufemismo. E questo limite culturale, autoimposto, non è più tollerabile e non dovrebbe più rappresentarci, in un ventunesimo secolo che sta iniziando a scorrerci sotto il naso. Troppo velocemente.

Duilio Volt

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