Miti fondativi e il bisogno di eroi

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Partiamo dal presupposto che la maggior parte dei miti fondativi narrati per millenni si basano tutti su storie di personaggi singoli, di eroi ben definiti. 

Vi sembrerà normale pensare ad un Achille o ad un Ettore, un Ulisse o un Enea, ma anche una Circe, Calipso, Medusa, Arianna, Teseo, narciso, Edipo. L’elenco è davvero lunghissimo

Tutti questi sono personaggi che vedono intrecciarsi le loro vicende con altri ma che cambiano sempre da soli il proprio destino o quello di intere masse.

Partiamo dal presupposto che già questo crea un’idea sbagliata dell’umano. La singolarità può fare ben poco. Sono le masse che cambiano la storia nella realtà. La cultura della singolarità ci ha portato all’individualismo. 

Proviamo però a prendere ad esempio due personaggi, uno realmente esistito e meno conosciuto, l’altro forse di fantasia e studiato da tutti, per notare come la nostra cultura occidentale si basi su miti ed eroi troppo spesso non positivi. 

Libro I della storia di Roma di Tito Livio, dove si narra la vicenda di Romolo e Remo. Anche Plutarco e Livio parlano della storia dei due fratelli nati dalla vestale Rea Silvia, (le vestali erano sacerdotesse vergini devote alla dea Vesta). Posseduta da Marte in un bosco, dopo aver dato alla luce i gemelli Rea Silvia venne seppellita viva, questa era la punizione che toccava alle vestali che non mantenevano il voto di castità. I suoi due figli furono affidati in una cesta al fiume Aniene, arenatasi in un’ansa del fiume li trovò una lupa e li allattò fino a che non vennero trovati e salvati da Faustolo, un porcaro, e sua moglie Acca Larenzia.

Per i greci, che considerarono i romani sempre come barbari non all’altezza della loro cultura, Rea Silvia veniva considerata semplicemente una prostituta, una “lupa” (“lupanare” in latino è il nome con cui si chiamavano i bordelli). Poi abbandonati dalla madre e cresciuti da una donna comune.

I due gemelli crebbero e si avventurarono in quello che parecchie fonti chiamano ver sacrum, un’usanza, non archeologicamente dimostrata, che voleva la migrazione dei giovani nati in un determinato periodo, alla ricerca di nuove terre da colonizzare.

I due gemelli si posizionarono sul palatino (Romolo) e sull’Aventino (Remo). Visto che non c’era un primo genito essendo gemelli si affidarono agli auspici interpretati dagli àuguri che leggevano il volo degli uccelli.

Non concordando nemmeno tramite gli auspici Romolo uccise il fratello Remo. Il fondatore di Roma, simbolo della generazione di un impero che tuttora influenza la nostra cultura occidentale fu un parricida! Per non contare il mito del ratto delle sabine che vuole la cattura di donne provenienti dalla sabina, (territorio tra l’Aquila e Terni parte delle Marche e del Lazio nordorientale), per rimpolpare le file romane di figli. Uno stupro di massa!

Tutto questo per descrivere su cosa si basa il nostro immaginario che potrebbe tranquillamente prendere ad esempio personaggi migliori. Chi? Il vestino Nevio Pompuleio.

Il guerriero di Capestrano racconta una storia di fratellanza. Spesso è conosciuta solo la sua statua ma non la sua storia, ricostruibile tramite i dati archeologici. 

Prima di tutto, non essendo solo, ma essendoci altre statue simili a quella del guerriero, una attualmente a New York acquistata da un privato. Sappiamo che non era solo. Ma anche la sua tomba ci parla di una dualità fraterna. Infatti, oltre alla sua sepoltura nel suo tumulo vi era anche un cenotafio, ovvero una camera dove erano state riposte simbolicamente armi senza un corpo di riferimento. Dato che sul manico della sua spada sono ritratte due figurine identiche di uomini, ipotizzando che siano i dioscuri (gemelli sacri) è possibile pensare che quel cenotafio accanto al suo corpo sia in memoria di un fratello caduto in battaglia contro i popoli costieri. Conquistati e vinti saranno inglobati culturalmente e socialmente fino a diventare molto simili dal VI sec. a.C. in poi. Tanto che, la stessa Roma nelle fonti li chiamerà vestini cismontani, quelli di Nevio e vestini Transmontani, quelli costieri conquistati durante il VI sec. A.C. da Nevio e il suo popolo.

Perché non prendere a modello un personaggio che rappresenta la vera nostra identità invece di usare un parricida leggendario fondatore di un’etnia diversa dalla nostra?

Dott.ssa Andrea Di Giovanni

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