L’incanto spiegato con il fascino delle quattro ruote

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Tema semplice da trattare: la bellezza è soggettiva, fine.

In realtà è piuttosto complesso disquisirne proprio per la caratteristica intrinseca citata prima: i canoni sono talmente soggettivi che ben difficilmente si riesce a categorizzarla in modo definitivo. Io circoscriverò i miei pensieri all’ambito della mia passione più grande: l’automobile.

Rendo subito una dichiarazione spontanea: da un punto di vista estetico (e anche come caratteristiche di guida) non mi piacciono i SUV, così di moda oggi tra la stragrande maggioranza degli utenti della strada, perciò li escludo apriori da questi pensieri (e dai miei acquisti). Detto ciò, la prima cosa che mi viene da pensare è che i canoni estetici della bellezza possono essere senza tempo: ne è la riprova la quantità di vetture del millennio scorso che vengono scambiate a cifre da capogiro, non solo per la loro rarità o per le loro caratteristiche tecniche esclusive, ma anche per le linee purissime che le caratterizzano.

Un esempio? La Bugatti Atlantic. Questa vettura è nata quasi un secolo fa e ne sono state costruite 4, di cui solo 2 attualmente in vita e il cui valore stimato supera i 30 milioni di €. Tecnicamente era una delle vetture avanzate dell’epoca, ma non la più avanzata: ciò che ha affascinato tutti gli appassionati degli ultimi 90 anni è stata la sua linea. Bella? Riduttivo, è bellissima, iconica, affascinante: il tempo per lei si è fermato nel momento in cui è finito il suo processo produttivo!

Andiamo avanti e veniamo alla nostra quotidianità: vi è mai capitato di commentare la bellezza di una vettura con qualcuno? Molto spesso il discorso si svolge così: “Che bella questa vettura! Sai che ha 330 cv e la trazione posteriore?”. Al che la mia domanda (silenziosa) è: ma stiamo parlando della sua linea o delle sue caratteristiche tecniche? Di entrambe, perché esse hanno come comune denominatore le sensazioni che suscitano in noi: la bellezza non la basiamo solo su canoni estetici, ma su ciò che le forme di quell’oggetto e le sue caratteristiche intrinseche ci trasmettono.

All’inizio di questo millennio ci sono state delle vetture i cui designers più che puntare sul bello, hanno puntato a suscitare forti sensazioni: un esempio di queste vetture è la Renault Avantime. È stata un’avanguardia degli attuali crossover: alta come un SUV, spazi interni teoricamente concepiti come una monovolume e due sole porte laterali, come se fosse una vettura sportiva. Sarò sgarbato, ma Patrick Le Quément ha disegnato una vettura veramente inguardabile, oltre che tecnicamente senza senso: come vedete, ho associato un canone estetico a quello tecnico che mi fa dire semplicemente che la vettura è veramente brutta! Il mercato la pensava come me: è stata in produzione per soli due anni (contro la media di 8 della maggioranza delle vetture) e non è stata mai rimpiazzata, ovviamente…

Torniamo ad esempi positivi di bellezza: due vetture le cui linee sono rimaste uguali a loro stesse, la Porsche 911 e la Mazda MX5. In questo caso tralascio volutamente le loro eccezionali caratteristiche tecniche nei loro rispettivi ambiti e mi concentro sulla linea: sono sempre uguali a sè stesse, da 60 anni la 911 e da 30 anni la MX5. Considero queste vetture come un’eccezione alla regola della soggettività dei canoni di bellezza: se per tutto questo tempo sono state vendute con successo sempre crescente, evidentemente esteticamente piacciono davvero trasversalmente a tutti, anche a livello generazionale.

Cito un altro paio di esempi di vetture simili alle loro antenate: la Mini e la 500. Contrariamente alle due vetture citate prima, se si mettono vicine le versioni attuali a quelle di fine degli anni ’50 si nota un richiamo di linee, soprattutto sulla 500, ma niente di più. Detto ciò, quante volte avete sentito dire che sono vetture bellissime? In realtà questo è il tipico esempio in cui si pizzicano le corde dell’emotività interiore, non dei canoni estetici: sono stati bravi quelli del marketing a creare uno story telling coinvolgente e i designers ad inserire linee dai richiami iconici, che venivano sottolineate nelle comunicazioni al pubblico. In questo la Fiat in particolare ha fatto un capolavoro: ha preso come base il pianale e la meccanica della proletaria Panda, ci ha disegnato sopra una carrozzeria che richiamava la vettura che ha motorizzato l’Italia nel secondo dopoguerra e ha costruito una vettura di successo enorme tuttora sul mercato. Tutto ciò è avvenuto grazie al dream team che all’inizio degli anni 2000 ha messo in piedi il progetto: un grande condottiero e mai troppo compianto come Sergio Marchionne, un superiore uomo di mercato come Luca De Meo (attuale n.1 della Renault a livello mondiale) e un vulcanico uomo di immagine e comunicazione come Lapo Elckann.

Passerei giorni e giorni a scrivere di automobili, ma, per fortuna vostra, mi fermo qui. Vi lascio dicendovi solo che tipo di macchina guido: una splendida berlina 4 porte di colore rosso perlato, a cui più in là farà compagnia una vettura con due sportelli e due sedili, che suscita forti sensazioni e che ovviamente non è nemmeno alla lontana una parente dell’Avantime o dei SUV…

Gerardo Altieri