La moda che inquina, soluzioni per la sostenibilità ambientale

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Come tutti sappiamo il comparto moda è tra i maggiori indagati in fatto di inquinamento ambientale. Il fast fashion in particolare è additato a causa della massiccia produzione di abbigliamento poco durevole realizzato con fibre sintetiche e senza rispettare le condizioni dei dipendenti impiegati nella produzione. Il consumatore finale però oggigiorno è sempre meno disposto a tollerare scelte di acquisto che danneggino l’ambiente. Ciò spinge molti marchi moda ad adottare soluzioni che impattino il meno possibile sull’intero ecosistema. Asos, ad esempio, ha promesso di azzerare la sua impronta ambientale entro il 2030, Primark entro la stessa data ha affermato di utilizzare materiali riciclati per i vestiti. Già l’anno scorso l’azienda aveva aderito alla “Carta per la Moda sostenibile” dell’Onu, annunciando un taglio del 30% dei gas serra nell’arco di un decennio in tutta la filiera. Tuttavia, c’è chi guarda con cautela alle mosse dei giganti della moda: i loro programmi sono vaghi e i loro obiettivi sono difficili da verificare per la scarsa trasparenza. Noelle Hatley, docente di Economia della Moda presso il Fashion Institute della Manchester Metropolitan University, spiega che non si capisce come tali traguardi vengano raggiunti senza ritoccare i prezzi: “Considerando che il modello si basa su tariffe praticamente sotto costo, se si opta per tessuti e procedure più onerosi allora significa che si restringono i margini di guadagno? E per chi?”. Il fast fashion causa un consumo d’acqua a livelli davvero insostenibili. Si stima infatti che per produrre una maglia di cotone occorrano 2.700 litri di acqua, un volume pari a quanto una persona dovrebbe bere per oltre due anni. L’industria tessile è responsabile di circa il 20% dell’inquinamento globale dell’acqua potabile soprattutto nei processi di tintura e finitura. Tra i danni del fast fashion c’è anche quello delle emissioni di CO2, e dei rifiuti tessili abbandonati nelle discariche. Ciò comporta che i vestiti siano bruciati. Per contrastare questi dannosi effetti il Parlamento Europeo ha chiesto misure aggiuntive per raggiungere un’economia a zero emissioni di carbonio, sostenibile entro il 2050. È importante che i consumatori imparino ad essere scrupolosi, leggano le etichette, facciano attenzione ai materiali della realizzazione dei capi. Le nostre nonne quando compravano un abito sapevano che avrebbero dovuto servirsene anche per dieci anni, oggigiorno purtroppo la maggior parte dei capi non è fatta per durare. Secondo il Re della moda, Giorgio Armani, crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare tutto e per ripensare i meccanismi del mondo della moda, cercando una dimensione più umana. Ma se la moda dovrà rallentare, quale sarà il destino dei brand che hanno fatto della velocità la loro politica?

Elena Parmegiani

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