La bellezza che incanta l’anima

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Dalla cultura classica il rimedio ai mali del nostro tempo

Nell’attuale quadro sociale si rende oltremodo necessario perseguire la cura dell’anima, poiché da essa, scrive Platone nel Carmide “muove ogni cosa, sia i beni sia i mali, al corpo e all’uomo intero […]: bisogna dunque curare l’anima, in primo luogo, e in massimo grado, se vuoi che anche le condizioni della testa e del resto del corpo siano buone”. Tuttavia, nel clima di terrore fomentato dal desiderio smodato di salvaguardare l’integrità del corpo, la società sembra aver dimenticato l’esigenza di nutrire lo spirito. Grandi assenti, negli anni di Medioevo pandemico, sono i bei discorsi e le arti umanistiche, e la bellezza che da essi ne consegue, rimedio, appunto, alle sofferenze dell’anima. Propria di tutta l’arte è la facoltà di traghettare metaforicamente l’uomo dalla terra al cielo; mettere il corpo in connessione con la dimensione ultraterrena; renderlo in grado di dialogare con il divino. Non è possibile discorrere in merito alla bellezza, o ragionare attorno ad essa, nei suoi confronti l’uomo è spettatore. Il bello colpisce, meraviglia, incanta. La bellezza, dunque, porta l’uomo nella dimensione estatica, e poiché è percepibile solo attraverso i sensi, si fa per questo realtà soggettiva, opinione individuale, ingannatrice rispetto all’oggettività della ragione; essa elude il concetto e la facoltà di ragionamento, potremmo dire dunque che è priva di scopo. Ma la bellezza è inutile? Si, se si comprende che il termine, in questo caso, non reca in sé un’accezione negativa, ma esaltatrice della dimensione stessa. Viviamo in una società che percepisce solo l’utile, e da qualunque manifestazione o gesto quotidiano non chiediamo altro se non quale sia il profitto che ne deriva. Con questa visione, oggi, non sappiamo più discernere cosa è bello, cosa è vero e cosa è giusto; interessati solo a ciò che è utile, e utile al guadagno. Non si comprende invece che l’inutile, ciò che privo di scopo, in realtà ha un valore intrinseco, e per ciò stesso, nutre l’anima e dà senso alla vita. Rispetto a questa prospettiva la cultura occidentale è in piena decadenza.

Una delle critiche più dure mosse al pensiero platonico, è l’esclusione dalle discipline artistiche, della pittura, della scultura e della poesia. Esse, sosteneva Platone, non sono altro che una copia della copia: emulazione della realtà terrena, a sua volta simulacro del mondo ideale. Un peccato, dal momento che i suoi discorsi rappresentano la forma più alta dell’arte oratoria, e d’altra parte, concepiti come incantesimi, i dialoghi si scoprono dotati al loro interno della forza del canto. Al filosofo, tuttavia, si deve la capacità di aver innalzato la musica, come unica fra tutte le arti, in grado di educare al bello. Ragionando, in effetti, possiamo comprenderne il motivo: la musica, in quanto forma più rarefatta e immateriale, riesce, libera dai vincoli, a farsi ponte verso il trascendente. È proprio nella Repubblica che Platone, delineando i caratteri della città ideale, descrive la musica quale arte educativa per eccellenza: 

(398e – 400d) “La musica fra tutte è l’arte che meglio rappresenta le qualità morali e le condizioni stesse dell’anima mediante melodia e ritmo”. Essa educa i giovani al ritmo, inteso come dinamicità armonica e dunque al bello. (401d – 402a) “Chi ha una sufficiente educazione musicale può facilmente accorgersi di ciò che è brutto e imperfetto, nell’arte o nella natura, mentre sa provare a cogliere con gioia nel suo animo, ciò che è bello e nutrirsene e diventare un uomo onesto”. 

Nella cultura classica la dimensione estetica è strettamente correlata a quella etica; pertanto, la musica svolge una funzione paideutica verso il bello e verso il giusto. Così è possibile partire dalla dimensione terrena osservando la bellezza dei corpi, che, se educati al bello e al buono, produrranno bellezza attraverso le loro idee, le quali, a nutrimento dell’anima, potranno condurre all’idea estrema di bellezza, quale valore assoluto. Il bello, come la musica, altro non sono che manifestazione di misura e armonia, e il pensiero platonico che ruota attorno alla disciplina musicale analizza le modalità attraverso cui la musica si prende cura dell’anima. La musica, quale manifestazione del bello, influenza l’anima ancor prima che il suo effetto sia mediato dalla ragione o dalla razionalità; di qui la necessità di introdurre il significato del termine “epodè” – incantesimo. In tal senso, essa, non insegna, ma incanta. L’utilizzo in Platone del termine epodè è spiegabile solo attraverso la teoria dell’anima tripartita (irascibile, concupiscibile e razionale). Poiché l’anima consta appunto di una struttura complessa, può e deve essere raggiunta non solo attraverso la parte razionale, ma soprattutto da quegli stimoli che non si rivolgono alla ragione e che anzi, sfruttano il canale sensoriale. Ma è nelle Leggi che Platone esplicita chiaramente la funzione curativa della musica: in quest’opera, l’arte musicale assume i caratteri di una disciplina della sensibilità, un’educazione che tende anzitutto ad abituare l’individuo ad avere la giusta risposta emotiva alle situazioni che si presentano. L’effetto esercitato da quei canti che sono in realtà incantesimi è l’abitudine “a non godere e a non soffrire per cose di cui godere e soffrire è contrario alla legge”. Ecco dunque pervenire a noi, tramandato attraverso i secoli, il rimedio alle brutture del mondo moderno: offrire l’anima all’incantesimo musicale, piuttosto che alla magia esercitata dalla poesia, o al fascino dei piaceri, alle vibrazioni di un dipinto, non significa soltanto nutrire l’anima di virtù, ma anche curare il suo ordinamento, comporne armonicamente le parti, creare al suo interno una sinfonia, mantenendola dunque in salute. 

Virginia Chiavaroli

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