“Io penso positivo perché son vivo…”

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Troppo facile citare Lorenzo Cherubini, ma in quella frase Jovanotti racchiude una filosofia di vita: quella di vivere la nostra vita guardando a quello che c’è di buono in qualunque evento noi viviamo.

Parto da un assunto: io sono di parte, perché di natura cerco sempre il lato positivo delle cose, trovandolo molto spesso. Direte voi: tanti lo fanno. Invece non è esattamente così: senza andare troppo oltre, vi invito a riflettere sul modo di porsi della vostra cerchia ristretta di amicizie e familiari rispetto ad un qualunque evento e provare a catalogare le loro reazioni al riguardo. Io l’ho fatto subito dopo il primo lockdown: non avendo incontrato de visu per così tanto tempo le persone a me più care, mi è venuto quasi automatico catalogare il loro modo di porsi, un po’ come si fa con le persone che si incontrano per la prima volta. In questo caso la differenza è che la conoscenza non è superficiale, perciò si può comprendere molto meglio la linea guida mentale che gestisce il loro approccio agli episodi della vita.

Ebbene, per quanto la pandemia o la feroce aggressione di Putin all’Ucraina non aiutino, in effetti il modo di porsi positivo nei confronti della vita appartiene alla minoranza della popolazione. Questo risultato mi ha portato a cercare quali possano essere i motivi di questa negatività, soprattutto paragonando la nostra vita quotidiana rispetto a quello di altre popolazioni, oppure rispetto a quelli di precedenti generazioni: non ho competenze sociologiche, perciò parlo da profano, che però ragiona come gli altri profani…

Ciò che spesso mi trasmettono le persone negative è prima di tutto l’assenza di porsi obbiettivi (anche a breve termine): ciò li porta a vivere permanentemente nell’attuale situazione che loro sentono essere deleteria. Purtroppo non mi aspetto che tutti debbano avere dei sogni da realizzare, ma anche il fatto di decidere quando fare una telefonata ad una persona cara sarebbe un primo passo verso il distacco dalla negatività quotidiana.

Un secondo elemento che caratterizza queste persone è la mancanza di apprezzamento di ciò che hanno a disposizione, sia come beni materiali che immateriali. Non dico che, ad es., bisogna apprezzare come un traguardo di vita l’avere un tetto sopra una testa, ma non mi sembra di vedere delle baraccopoli di indiana o brasiliana memoria da queste parti. Un altro esempio è dato dalle persone che ci circondano quotidianamente: molto spesso gli individui negativi dicono di non avere nessuno che li aiuti ad affrontare i (veri o presunti) drammi quotidiani che li affliggono, ma magari danno per scontate le persone che quotidianamente danno ascolto alle loro lamentele, amici, vicini di casa, colleghi o parenti che siano.

Sia chiaro: ci sono persone sfortunate la cui vita è sicuramente più difficile di quella media degli altri, ma sono di gran lunga in numero inferiore a quelle che si sentono tali.

Sicuramente i social network hanno estremizzato le sensazioni delle persone: chi mostra di essere pervaso da tanta felicità (reale o presunta) troppo spesso lo fa per suscitare un sentimento negativo di sfortuna nel lettore, oppure chi condivide notizie negative, considerando qualunque evento negativo come un Armageddon, non vuole richiamare Jovanotti, ma il grande Troisi in “Non ci resta che piangere” (“…ricordati che devi morire!” – “Sì, mò m’ò segn…).

All’università c’era un compagno di studi che chiamavamo “l’ottimista”: vuoi per il docente arcigno, vuoi per la difficoltà dell’argomento, qualunque esame per lui non si riusciva a passare. Eppure di quella cerchia di amici in tanti siamo diventati ingegneri…

Permettetemi una chiusura ironica: se l’università è una prova di vita insormontabile, ma ogni anno ci sono comunque 25.000 nuovi ingegneri con laurea magistrale, allora la vita non è poi così nera…

Gerardo Altieri

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