Inverni di piccole virtù

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Ricordi di tavole passate

L’inverno la gente sospendeva la vita per le strade, i ragazzi scalzi sparivano dalle scalinate della chiesa e quasi tutti gli uomini partivano dopo l’ultimo raccolto per andare a lavorare nelle città. Nelle «cucine il fuoco era acceso e c’erano varie specie di fuochi, c’erano grandi fuochi con ceppi di quercia, fuochi di frasche e foglie, fuochi di sterpi raccattati ad uno ad uno per via. Era facile individuare i poveri e i ricchi, guardando il fuoco acceso, meglio di quel che si potesse fare guardando le case e la gente, i vestiti e le scarpe, che in tutti su per giù erano uguali». A Pizzoli lo status sociale era svelato dal poter accendere il fuoco o meno, ma le persone potevano essere differenziate anche tra chi si pettinava e chi non lo faceva, perché le prime, di certo, non avevano i pidocchi. In un tempo in cui il cibo prendeva sapore dalle stagioni, dai luoghi, dalle persone e dalle ore vissute insieme; gli anni in cui i Ginzburg cucinavano e passavano le ore nella stanza dove c’era la stufa verde col lungo tubo che attraversava il soffitto, quelli dal 1940 al 1943, periodo del loro confino in Abruzzo. 

C’erano occasioni in cui il cibo variava la quotidianità, i colori, i sapori e i profumi di alcuni giorni. Come quando lo spaccio del paese faceva rifornimento. «Quando arrivava la roba e Girò scaricava le casse, i ragazzi correvano a mangiare gli aranci marci che buttava via». Gli scarti di cibo avevano il gusto della gioia per chi non poteva permettersi altro. 

La bottega di Girò era proprio davanti casa dei Ginzburg. Vendeva un po’ di tutto: generi alimentari, candele, cartoline, scarpe e arance. A Natale arrivavano anche torroni, caramelle e liquori e, insieme a questi, tornavano in paese le persone che vivevano fuori per lavoro. Tornavano per trascorrere i giorni di festa in famiglia, ma anche per uccidere il porco, e il mangiare si differenziava per alcune ore. «Per alcuni giorni non si mangiava che sfrizzoli, salsicce pazze e non si faceva che bere: poi le grida dei nuovi maialetti riempivano la strada».

Era la Pizzoli delle vaste camere fredde e vuote e delle «grandi cucine buie coi prosciutti appesi» dove si trascorrevano le giornate d’inverno e si cucinava, come in casa Ginzburg. I piatti tipici, però, venivano lasciati nelle mani delle persone del posto che ben custodivano i saperi antichi. La sartoretta ci teneva che le sue sagnoccole, pasta fatta in casa, fossero ineccepibili. «Si cingeva uno strofinaccio alla vita e sbatteva le uova, e mandava Crocetta in giro per il paese a cercare chi potesse prestarci un paiolo ben grande. Il suo viso rosso era assorto e i suoi occhi splendevano di una volontà imperiosa. Avrebbe messo a fuoco la casa perché le sue sagnoccole riuscissero bene. Il suo vestito e i capelli si tacevano bianchi di farina, e sul tavolo ovale dove mio marito scriveva, venivano adagiate le sagnoccole». 

Era l’Inverno in Abruzzo raccontato da Natalia Ginzburg in Le piccole virtù.

«…era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre, solo adesso lo so». 

David Ferrante