Il progetto nascosto per far rinascere lo stadio comunale di Teramo

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Quando ero piccolo amavo il calcio. Non perché vedevo i giocatori conquistare donne fantastiche facendosi fotografare su barche lussuosissime, ma perché ci giocavo per strada con un pallone di cuoio mezzo sgonfio con i miei amici del quartiere. 

In una grigia domenica pomeriggio di quel tempo, papà decise che era arrivato il momento di portarmi allo stadio. 

Quel giorno ci avventurammo per le strade del centro storico della città di Teramo. I cori che arrivavano dagli spalti sembravano vicinissimi. Il tamburo faceva tremare i vetri non troppo spessi delle finestre. 

Avevo la pelle d’oca. 

Lo Stadio Comunale è proprio a due passi dai monumenti più iconici della città. Una specie di piccolo tempio del pallone, senza pista di atletica intorno. 

Quando superammo i tornelli (all’epoca bastava esibire un biglietto e si poteva entrare allo stadio) mi ritrovai in mezzo a mille e cinquecento persone che inneggiavano per la squadra della città, il Teramo 1913. I biancorossi giocavano contro la Maceratese. Il tifo era debordante e gli spalti erano così vicini al campo che si poteva persino udire distintamente le urla dei calciatori. Le bandiere sovrastavano il cielo da cui era ancora possibile vedere la punta della torre del Duomo. Vedendo quello spettacolo, decisi che, allo Stadio Comunale, ci sarei tornato prestissimo. 

Alla fine della partita i tifosi del Teramo uscivano dalla Curva Est e in cinque minuti a piedi ecco che si ritrovavano in centro a ripopolare le vie dei negozi e dei bar. La città sembrava così rianimarsi per un ultimo colpo di coda del weekend. Il lunedì era vicino e tutti avrebbero ricominciato a lavorare. Perché a differenza di quel che si dice dell’Italia meridionale, a Teramo negli anni ’90 lavoravano veramente tutti. 

C’era ancora la lira e la gente non aveva paura di spendere. I soldi non mancavano di certo, agli italiani. Era il periodo appena dopo Tangentopoli e già si parlava di moneta unica e di Europa Unita. 

A tal proposito Bettino Craxi disse: “L’ingresso nell’Euro per gli italiani sarà nella migliore delle ipotesi un limbo, nella peggiore delle ipotesi un inferno”. 

Se aveva ragione, Bettino, questo potete constatarlo solo voi, famelici lettori. 

Lo Stadio Comunale di Teramo rappresentava un gran pezzo di storia della città: in quel campo giocarono grandi calciatori come Iaconi, Pulitelli, Spina. Quello fu il teatro di una storica battaglia calcistica in cui il Teramo sfiorò la Serie B con un gruppo di calciatori formidabili. Sfiorò la serie cadetta con merito, giocando un calcio eccezionale in tutti gli stadi del Sud Italia. Il Teramo non andò in B per un pelo, ma nel mondo del calcio tutti sapevano che allo Stadio Comunale era difficile fare punti e vincere una partita. Forse era l’armosfera di quel piccolo stadio da 2.500 persone che si sdraiava ai piedi della città. Si. Era sicuramente l’atmosfera della domenica, che dava al centro storico una ulteriore spinta. Erano i tifosi. Era la Curva Est, composta da ragazzi che avevano un attaccamento unico alla città. 

I tifosi avversari, invece, spesso si fermavano nei ristoranti del centro per assaggiare i piatti tipici teramani. 

La voglia di fare un salto in avanti portò Romano Malavolta a fare una squadra fortissima dopo la presidenza Cerulli. Al Comunale il Teramo festeggiò una indelebile promozione dalla serie C-2 alla serie C-1. Dopo Malavolta arrivò la nuova gestione.

E siamo già ai tempi moderni. Lo Stadio Comunale diventa lo specchio di una bellezza che pian piano sbiadisce, sfiorisce. Il mondo va avanti, dicono, e Teramo deve adeguarsi. Arrivano gli investimenti e un piano regolatore super permissivo. Alle porte della cittadina abruzzese viene costruito il Centro Commerciale Gran Sasso. Accanto ecco che nasce il nuovo stadio. Una struttura impersonale, asettica, senz’anima, con i gradoni non uniti gli uni con gli altri, nessuna copertura anti pioggia se non per i fortunati in tribuna, nessun comfort tecnologico di ultima generazione per gli utenti, un terreno in sintetico che neanche i campi di calciotto nella periferia a Roma… Il Bonolis (questo il nome del nuovo stadio) è la nemesi dello Stadio Comunale di Teramo. Sembra non sia fatto con il cuore che caratterizza queste zone del Centro Italia. Dal Bonolis non si vede nemmeno un pezzettino del capoluogo abruzzese. I calciatori preferiscono spesso prendere casa sulla costa anziché vivere in centro. Nonostante ciò c’è comunque entusiasmo, perché Teramo ora è al passo coi tempi e con la modernità (dicono…), col suo stadiuccio nuovo e un centro commerciale che di fatto porta migliaia di persone fuori dal centro storico ogni giorno, pur avendo un ruolo fondamentale all’interno della piccola comunità teramana, garantendo lavoro a un sacco di gente. 

È in questo stadio e in questo mondo nuovo che il Teramo conquista la serie B dopo una battaglia senza esclusione di colpi con l’Ascoli. Per la città abruzzese è una festa talmente grande che le strisce pedonali del centro, per l’occasione, si tingono di bianco e rosso. 

La Serie B viene urlata, postata, dipinta come il traguardo di un capoluogo che da sempre era stato demonizzato dai paesi della costa che in esso non si riconoscevano. E poi era uno storico sorpasso alla vicinissima Ascoli, appunto, da sempre considerata una città più bella e completa. 

I ragazzi dei paesi della provincia, come la vicinissima Giulianova (altro storico luogo del calcio abruzzese), potevano vedere la serie B a Teramo! 

Per il capoluogo abruzzese fu qualcosa di grande. Troppo grande. Poi l’incubo. 

Alla fine del campionato viene fuori quello che i teramani mai avrebbero voluto vivere sulla loro pelle: combine. 

Al Teramo viene clamorosamente tolta la serie B e in quel momento si rompe qualcosa. Ma che dico, qualcosa. Si rompe tutto. 

Tanti sono stati i tentativi di riportare il Teramo 1913 in alto, ma senza successo. 

Il calcio dilettantistico, poi, vive un momento delicatissimo. E l’ombra del riciclaggio dietro all’acquisto di squadre di calcio è sempre dietro l’angolo. 

Quello che doveva essere un futuro più bello per la città, si è trasformato in un tentativo sciagurato di cambiare ciò che già funzionava in qualcosa che non funziona affatto. 

Il costo elevatissimo della vita, poi, ha praticamente raddoppiato (se non triplicato) i prezzi dei biglietti dai tempi dello Stadio Comunale. 

Non c’è più la liquidità dei tempi della lira, e le parole di Craxi adesso pesano davvero come un macigno. 

Teramo perde la faccia nel mondo del calcio. E in Italia non è una bella cosa. 

I cittadini e i tifosi perdono tutti i riferimenti. Nessuno parla più della città dove Pulitelli e Iaconi sfiorarono la serie B allo Stadio Comunale. Nessuno parla più della squadra fortissima di Margheriti e Mirtaj. Il Teramo rappresentava per tutti un club serio, specchio della sua gente, che da sempre non sogna di raggiungere la luna ma piuttosto preferisce osservare la sua montagna, il Gran Sasso d’Italia, accettando i propri limiti. 

Teramo preferisce non sognare in grande, ma costruire gradino dopo gradino la sua credibilità. 

Teramo è roccia, come la sua montagna. È dura distruggerla. È impossibile cancellare la sua identità mai veramente provinciale, in virtù del suo DNA di città romana. 

Teramo è acqua, quella dei suoi fiumi e dei suoi torrenti. Tutto scorre e si trasforma senza fare troppo rumore. Perché al teramano non piace fare scenate, vive con garbo. 

La grandezza e l’immensità del mare è vicina. A Tortoreto, Giulianova, Roseto, negli inverni rigidi di questa zona sembra quasi che ci si possa specchiare con la propria vita, quando gli ombrelloni non ci sono e lasciano viaggiare la mente, facendo respirare le vaste spiagge dorate accarezzate da un vento leggero. 

Quel che è accaduto a Teramo accade in tutte le province italiane: ricerchiamo la nostra bellezza andando a riprendere il passato, perché il presente non ci piace. 

In questi giorni il club biancorosso sta passando un (solito) momentaccio. E, pazzesco a dirsi, c’è una probabilità che la squadra del capoluogo potrebbe chiedere di andare a giocare nei paesi vicini poiché l’utilizzo del nuovo Bonolis non è così scontato. Non entriamo nel merito della vicenda. 

Intanto, i tifosi che un tempo abitavano la Curva Est organizzano ogni anno un torneo di calcio a cinque all’interno del vecchio Stadio Comunale per tenere vivo il ricordo di ciò che era, a cominciare dai tanti ragazzi tifosi del Teramo che in questi anni sono scomparsi. È un’iniziativa intelligente. È un grido. 

Il futuro ci ha illuso. Perché non tornare a ciò che era, conservando alcuni valori fondamentali? 

Il calcio e le sue leggi sono cambiate: oggi riportare una squadra di calcio al vecchio Stadio Comunale sarebbe complicato. 

Ma non impossibile! 

Esiste un progetto, infatti, di cui nessuno parla in città, che potrebbe far rinascere lo Stadio Comunale. 

Il Nuovo Stadio Comunale avrebbe tutti gli spalti uniti, formando un vero e proprio ovale da circa 7.000 posti, con la ristrutturazione totale della tribuna e delle curve.  

Non sarebbe meglio riportare la squadra nello stadio a due passi dal duomo?

In Inghilterra sono stati i primi a capire che certi valori, certi luoghi, non possono morire e non possono essere spostati dalla centralità della “polis”. E che essere conservatori non significa essere necessariamente contro il progresso. Londra ha capito che, pur cavalcando il presente, non potrà mai davvero staccarsi da ciò che era. Perché l’identità è una cosa seria, è la vera bellezza. 

E Teramo, così come tutto il nostro Paese, ha un bisogno disperato di ritrovare la propria identità. 

E dunque, la propria bellezza. 

Marco Cassini

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