“Difficile è il passo su filo tagliente di un rasoio: così i saggi dicono che ardua è la via della salvezza”, si legge nell’epigrafe de Il filo del rasoio di W. Somerset Maugham; egli nasconde dentro le pagine di un romanzo, all’apparenza rosa, un grande conflitto tra mondo spirituale e mondo materiale. Imbastendo dialoghi e narrazioni tra salotti e caffè importanti, ci racconta una società dopo la prima guerra mondiale, tra Francia, Inghilterra e America, dove le signorine come Isabel, ambivano ad un matrimonio con un uomo che per naturalezza delle cose, doveva provvedere al benessere della moglie, e dove, pertanto, un ragazzo dalle mille possibilità e scelte come Larry, decidendo, invece, di non scegliere, appariva come un perditempo. Lui, invece – traumatizzato dalla morte di un compagno d’armi che per salvarlo aveva sacrificato se stesso -, è immerso sul senso della vita. Una vita che tuttavia, per esser vissuta come desidera Isabel, la sua fidanzata, abituata al cicalio frivolo dei salotti, richiede impegno. Non puoi non guadagnare o lavorare come una bestia per ottenere il minimo. La voce narrante è quella di Maugham, amico dello zio di Isabel che è un ricco finanziere appassionato d’arte, un vero gentleman, che con il suo perfetto garbo sociale, intratteneva rapporti solo con persone di un certo rango; faceva di tutto per mantenere quelle frequentazioni, anche se sapeva benissimo che molti accettavano i suoi inviti solo per mangiare gratuitamente, e che certi erano addirittura stupidi. “Il fascino dei titoli sonanti lo rendeva cieco ai loro difetti” ma non è mai successo che egli abbia perso la sua aplomb, proprio come un perfetto inglese anche se era americano; lui “non era un villano rifatto” ci spiega l’autore. E il caro zio Elliot desiderava anche aiutare Larry, giunto a Parigi come prima tappa del suo periodo sabbatico, tuttavia, il giovane, mosso solo dal bisogno di capire Dio, rifiutò il suo appoggio. Per mantenersi, ma soprattutto per comprendere Dio, lavorò anche in miniera, tra esseri umani resi simili a bestie, dove, tuttavia, conobbe un uomo che parlava di Plotino e di Dionigi, e che tra una birra e l’altra gli disse: “Disse che il mondo non è una creazione, perché dal nulla non viene nulla, e fin qui amen; ma poi aggiunse che il male è una manifestazione diretta del divino tanto quanto il bene.”
Quando Maugham racconta le esperienze di Larry, ci narra, forse, la sua esigenza di comprendere un Dio che non comprende più, e lo fa dire al personaggio cardine del romanzo: “Ma perché all’inizio, quando non c’erano meriti o demeriti dell’individuo a determinare le sue azioni, Dio non ha creato un mondo libero dalle sofferenze e dalle infelicità?” invece di infliggere pene, tramutando gli uomini in bestie, e dice: “Non riuscivo a credere. Volevo, ma non potevo credere in un Dio non migliore di una comune persona per bene.”
E se il mondo fosse un eden, qui ed ora, senza preoccupazioni, come sarebbero gli uomini? Gentleman o Beastman?
Alessandra De Angelis






