Digitalizzati e disinformati: un paradosso possibile

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Credo di essere una persona fortunata: nella mia vita ho avuto modo di conoscere inizialmente la natia quotidianità analogica di un paese del meridione, poi quella di una grande città come Roma, vivendone l’evoluzione verso la sua digitalizzazione, il tutto contornato da vari periodi in altre città italiane (Bologna prima e Milano dopo), più altri all’estero.

Quando ho finito gli studi c’erano già i primi laptop che permettevano di lavorare in ogni dove, anche se poi per inviare un documento o un’email bisognava cercare una presa telefonica… Successivamente ho iniziato ad usare il Blackberry e l’ho vissuto come una rivoluzione lavorativa incredibile: la produttività cresceva a dismisura, senza momenti di disconnessione dai flussi informativi (tranne in aereo). È in quel momento che ho iniziato a chiedermi come questi nuovi devices avrebbero potuto cambiare anche la vita privata: con l’avvento degli smartphones e dei social networks mi è stato tutto chiaro.

Mi ha impressionato sin da subito la velocità di circolazione delle informazioni (voluta o meno): in generale un vantaggio enorme, ma anche un rischio non indifferente per l’esposizione della piazza social alla disinformazione. Ma il rischio più grosso che vedo sempre più concretizzarsi è la mancanza di approfondimento delle notizie condivise: uno slogan e tira l’altro e via così.

Da questo punto di vista sono i più giovani quelli che corrono il rischio di avere un’unica fonte di informazioni, affidabile o meno, sulla quale non fanno l’indispensabile attività di fact checking: non mi preoccupa tanto che controllino se davvero i Ferragnez siano andati in elicottero a farsi l’aperitivo in montagna e che non sia un fotomontaggio, ma quanto tutto ciò che può influenzare la loro vita quotidiana in modo ben più invasivo!

Con l’avvento dei nuovi social lo spirito di emulazione è cresciuto sempre di più: abbiamo iniziato con Facebook, abbiamo continuato con Instagram e adesso siamo a Tik Tok (ho escluso Twitter perché mi sembra ci sia un po’ più frequentemente un documento o un articolo che supporti i tweet): sento sempre più forte l’esigenza di un’azione maieutica per l’utilizzo di questi strumenti.

Ripeto: l’esistenza dei social è un vantaggio importante in termini di reperibilità di qualsiasi tipo di informazione, ma bisogna insegnare come utilizzare questi strumenti ed avere consapevolezza di ciò che comporta l’essere parte della piazza virtuale: non parlo di corsi per iniziare una professione basata sui canali di comunicazione web, ma di laboratori scolastici che si basino su una SWAT analysis dei social e che creino le basi per un loro utilizzo consapevole. Ciò avrebbe due risvolti importanti: il primo è quello che i ragazzi sarebbero più protetti dallo spirito di emulazione che troppo spesso li spinge a fare corbellerie, il secondo è che capirebbero quanto potenti siano certi strumenti e, solo successivamente, ragionare sul loro potenziale di business.

La Ferragni o Khaby Lame sono le punte di un icerberg che influenza pesantemente le attività di business: perché non essere tra i professionisti che governano il rapporto tra mercati e social?

E cosa succederà con il Metaverso? I nostri digital twins (o avatar) si ritroveranno a vivere in mondi le cui basi informatiche saranno costruite da world builders sempre più precisi e sulle quali noi personalizzeremo il nostro microcosmo, nel quale magari ci saranno anche i nostri “meatspace friends”, cioè gli amici del mondo reale. In parallelo si rafforzerà l’attività di immersive commerce, che comporterà spese REALI.

Per quanto detto sopra, quanto ritenete che sia utile diffondere i principi di utilizzo dei social e delle potenziali conseguenze (negative o positive che siano)? E quanto secondo voi è utile iniziare subito quest’azione maiutica anche per il Metaverso e per i suoi potenziali sviluppi? 

Gerardo Altieri