Contro l’obsolescenza per il riscatto del fascino antico

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La produzione su larga scala ha indotto l’industria manifatturiera a mettere sul mercato oggetti che hanno una peculiarità ormai conosciuta da tutti: quella della obsolescenza programmata.

Cosa vuol dire? che il prodotto è nato per essere tenuto a disposizione dal consumatore per un tempo stabilito dalla industria stessa che l’ha messo in vendita. In pratica chi acquista una merce “durevole”, sa già da principio che dopo un “pianificato” lasso di tempo, quell’oggetto andrà incontro a particolari inconvenienti e se il possessore del prodotto vorrà anche provvedere ad accomodarlo, non troverà pezzi di ricambio e farà fatica a potersi far assistere da un artigiano del ramo per la ragione che questo settore che garantiva la sistemazione della merce usurata, è stato messo nelle condizioni di chiudere l’attività. Oggi però si sta parlando con sempre maggiore insistenza del recupero e della rigenerazione. Per cominciare viene fortemente avversato il “consumo del suolo”: vuol dire che le costruzioni in deterioramento vanno ristrutturate, anche se le azioni di restauro presentano delle complessità sconosciute a fabbricati “tirati su” ex novo. E’ noto che tutti gli accorgimenti oggi ritenuti indispensabili, cominciando dal rispetto delle norme antisisma per finire alle procedure per la coibentazione finalizzate al risparmio energetico, richiedono un’opera certamente più certosina se messa al confronto di costruzioni che non richiedono interventi riparativi.

Si tratta, per fortuna, di una inversione di tendenza che potrebbe servire alla rivitalizzazione dei paesi e dei borghi, finora abbandonati perché il recupero e la rigenerazione erano delle modalità di intervento praticamente ignote.

In Abruzzo abbiamo conosciuto una prima operazione che andava “contro corrente” rispetto alla costruzione allora preferita e cioè quella che “nasceva dal nulla”.

Dobbiamo andare nell’aquilano, dove esiste un comune tra i più piccoli della regione, Santo Stefano di Sessanio, che suscitò un particolare fascino ad un imprenditore milanese di origini svedesi Daniele Kihlgren.

Costui, innamorato di questo borgo al centro del vasto altipiano di Campo Imperatore, volle rivitalizzarlo, trasformando i fabbricati che c’erano in un albergo diffuso . Il suo rigore costruttivo fu tale che la ristrutturazione delle case e dei fondaci, volle che fossero fatte con un particolare impasto equivalente alla malta del 1500. Persino i muri anneriti dal fumo sono stati conservati così come gli arredi delle camere, i cui letti avrebbero dovuto essere dotati delle coperte di lana abruzzese dell’epoca. Insomma Kihlgren si adoperò in modo così rispettoso delle origini del borgo, da rendere Santo Stefano di Sessanio un modello da imitare.

Del resto la capacità attrattiva non mancava a questo borgo, che era di proprietà della famiglia dei Medici di Firenze in quanto da queste zone proveniva la lana che poi veniva mandata in Toscana, a Prato per la lavorazione.

Quanto ho raccontato sta a dimostrare che “rigenerare e recuperare si può” e che questo tipo di operazione di restauro conservativo mette in moto un turismo di nicchia che non si accontenta solo di pernottare in un albergo, ma vuole assaporare gli stili di un tempo, che hanno fatto la storia e reso celebre un determinato territorio.

Ernesto Albanello

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