Connettività e felicità, una rima solo apparente

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In radio si sta parlando di cose, atteggiamenti o rumori che non si sopportano, la domanda è: che cosa vi disturba? Un ascoltatore risponde: il ticchettio della sveglia sul comodino. Un ritmo lento, ripetitivo e costante che scandisce i secondi rimanda inevitabilmente il pensiero a simboli desueti, legati al passato. Oggi accanto alle nostre teste appoggiate sul cuscino, nella maggior parte dei casi campeggia il telefono cellulare impostato sempre alla stessa ora e ogni mattina con un dolce motivetto ci ricorda che è giunto il momento di alzarsi. Di meccanismi ad orologeria se ne vedono pochi in casa, ormai tutto è digitalizzato, viviamo nell’epoca della smart life; diventato stile di vita pare non se ne possa più fare a meno. Da quando apriamo gli occhi a quando li chiudiamo, supporti tecnologicamente avanzati sono al nostro fianco, senza non si può più vivere, ormai radicati nelle abitudini e nelle azioni. Smart city che passione! Potrebbe essere lo slogan dei nostri giorni: ma siamo sicuri di essere felici in questo progresso? È l’universo digitale che avanza inesorabilmente e tutto diventa easy, lo è davvero?  E se fosse solo smania di controllo? Avere tutto e subito, essere geolocalizzati e farlo sapere in giro: ora sono al parco, ora al ristorante, ora guardo un film. Tenere d’occhio casa, esterno e interno, controllando ad intervalli regolari. Guardare sistematicamente i social per sbirciare gli altri, appurare cosa fanno, come si sentono.  Catapultarsi in rete per vedere cosa accade nel mondo, approfondimenti, articoli online. Programmare viaggi e appuntamenti con google calendar. Attendere e inviare e-mail. Un’assurda ossessione si è impossessata di noi, è la mania del controllo. Il bisogno che nulla sfugga al nostro raggio d’azione, che ogni cosa vada sempre nella stessa direzione: quella di tutti. La necessità di sentirsi fighi e approvati dalla massa, la sicurezza che ogni cosa  resti esattamente come l’abbiamo lasciata, la propaganda della nostra giornata tipo. È una dipendenza che ci lega. Abbiamo  ciò che chiediamo, possiamo averlo a patto di sentirci alla moda e costantemente connessi. La condizione è sicuramente benefica per quanto riguarda la sfera lavorativa, agevola molti servizi tagliando passaggi, bypassando uffici, attese, km di strada. Ci mostra l’abitazione al sicuro, animali domestici compresi, ci tranquillizza sulla condizione di salute degli anziani che sono soli, rende la vita meno difficoltosa.  Importante è osservare le regole della netiquette e via, ci si uniforma, si segue la nuova corrente di pensiero veloce con l’ansia che  inevitabilmente l’accompagna e che si può contrastare ricorrendo allo psicologo online. Si viaggia sui binari andando sempre oltre,  deragliare significherebbe guastare gli equilibri messi a punto dal nostro sistema mentale ormai assuefatto alla corsa continua, al fare di più, all’avere tutto a portata di mano, pronto per l’uso. Sfuggire al test quotidiano significherebbe staccare la spina dalla corrente oscurando il giorno, perché è così che funzioniamo, solo respirando come fanno gli altri. Lasciare andare le redini  sarebbe cosa buona di tanto in tanto, potrebbe insegnarci l’arte di rallentare, di respirare piano, di assaporare gli attimi e di formulare delle domande alle quali provare a dare risposte che arrivano dall’anima senza ricorrere alle intelligenze artificiali. Un “made in” che ci appartiene ma che abbiamo dimenticato di avere, ce lo hanno fornito alla nascita, quando, con il primo vagito, abbiamo annunciato al mondo di esistere. Ognuno ha un contributo da offrire in questa vita, una storia da raccontare, un momento da dedicare, ma siamo tanto presi dalla frenesia dell’andare che ci limitiamo a correre quando camminare sarebbe più semplice e ci permetterebbe di guardare meglio il panorama. Ci aiuterebbe a riscoprire l’ascolto, la carezza degli occhi, a sentire di nuovo il suono della voce, a mangiare cose buone con il coraggio di instaurare una conversazione. Libri e trasmissioni televisive sul bon-ton servono a poco se  mancano i protagonisti. E se andassimo a cena con l’avatar? Forse sarebbe molto più piacevole che  avere di fronte qualcuno imbrigliato nella rete.

Adesso mi sembra questa la realtà e il mondo reale la fantasia.”  (dal film Avatar)

Maria Zaccagnini

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