Chi ha i denti non ha il pane e chi ha il pane ingrassa!

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Si stima che sul globo terrestre vivano, ad oggi, circa 7 miliardi di persone. “Si stima”, perché non c’è un censimento universale che sia in grado di restituire, in un preciso istante, il numero esatto di abitanti della Terra. Non per nulla, “si stima” anche che intorno al 2050 arriveremo ad essere circa 9,8 miliardi (per arrivare poi ad un plateau di quasi 11 miliardi alla fine del XXI secolo). Questo è il dato che ci riferisce un team di studiosi delle Nazioni Unite (oltre ai dati sui trend climatici, tutt’altro che favorevoli rispetto a richieste di cibo, acqua e altre risorse fondamentali necessarie ad “alimentare” i bisogni di così tanti esseri umani). Non è questa, però, l’unica stima che gli esperti hanno saputo elaborare nell’ultimo decennio. Gli scienziati dell’International Institute for Applies System Analysis, per esempio, ritengono che il picco di esseri umani sulla Terra si raggiungerà non prima del 2070 (con 9,4 miliardi di persone), scendendo poi a 9 miliardi per il 2100. E, ancora, l’Institute for Health Metrics and Evaluation considera un picco di 9,7 miliardi di persone nel 2064, seguito da un declino progressivo fino a 8,8 miliardi di abitanti nel 2100. Sono tali e tante le variabili da considerare, molte delle quali dotate di scarsa prevedibilità, che queste stime tutt’altro che univoche sono ampiamente giustificate. E quindi? Cosa accadrà rispetto ad oggi per quanto riguarda la possibilità, o meglio, la capacità del pianeta di provvedere a tutti i bisogni così tante persone, comunque più di quelle che oggi vivono sulla Terra?

Se dovessimo basarci solo su quello che vediamo con i nostri stessi occhi, abbassando lo sguardo sui nostri addomi adiposi o nelle nostre pattumiere dell’organico piene di “scarti – non scarti”, osservando quanto cibo quotidianamente viene buttato da ristoranti, negozi, rosticcerie e panetterie, perché invenduto o deperito, o misurando quante altre risorse, dall’acqua potabile utilizzata per gli sciacquoni del gabinetto all’energia sprecata in molti e fantasiosi modi dai privati e dallo Stato, probabilmente saremmo pronti ad affermare che “dove si mangia in 4, si mangia in 6” (e forse pure in 8!). 

Una seria analisi delle prospettive, del resto, non dovrebbe prescindere da ponderate considerazioni sugli attuali squilibri e sulle disuguaglianze, tra una zona e l’altra del mondo, in termini di presenze e di sostenibilità della crescita della popolazione, che non dovrebbe quindi essere riferita ad un unico numero, privo, a mio parere, di un significato univoco in assoluto (7, 10, 20 miliardi di abitanti). Diversamente, si rischia il paradosso del “pollo di Trilussa” secondo il quale dovremmo essere tutti sazi visto che ogni giorno, in media, ogni persona mangia un pollo, senonché c’è qualcuno, grassoccio, che “se ne magna due, e c’è chi nun magna proprio”. E così, in prospettiva, potremmo, erroneamente, considerare sostenibile la prevista crescita della popolazione ragionando solo in media, ovvero potremmo limitarci inutilmente da una parte del mondo mentre nessuno fa nulla per condividere le risorse necessarie là dove, non nel 2050 o nel 2070, ma fin da subito, ce ne sarebbe un gran bisogno.

Sandro Scarpitti

(…) Er compagno scompagno:
Io che conosco bene l’idee tue
so’ certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me… Semo compagni.

No, no – rispose er Gatto senza core –
io non divido gnente co’ nessuno:
fo er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so’ conservatore.
(Trilussa)

 

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