C’era una volta… la fiducia

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Fiducia. Ogni giorno, che sia per strada, al lavoro, in tv o dalle pagine di un giornale, c’è gente che mi chiede fiducia. Mi chiede di fidarmi di quello che dice, dei consigli che mi dà, delle storie che mi racconta, tanto più se sono disgrazie, per lenire o risolvere le quali ha bisogno dei miei soldi. E ovviamente, dei soldi di chi arriverà appena dopo di me. E di un altro e magari di un altro ancora. Persone che la mia fiducia neanche più la chiedono, e magari gentilmente, ma che addirittura la pretendono. Più sono titolate, altolocate, plurilaureate e posizionate ben in alto nell’organigramma economico, sociale e politico di riferimento, più considerano la fiducia un benefit della loro posizione, tanto da volerla imporre agli altri come un dovuto atteggiamento di fede. Credere per credere, insomma, senza più né l’onere della prova (o della verifica) né lo sforzo di una dimostrazione, un sia pur piccolo cenno di come quella fiducia pretesa possa essere meritata.

La fiducia una volta era un premio, una conquista che inorgogliva e, al contempo, responsabilizzava su ogni futuro comportamento volto a mettere in discussione quella stessa fiducia. La fiducia, concessa, andava confermata, rinforzata, cementata. Poteva diventare reciproca e, perfino, quando era strabordante, essere trasferita ad altra persona fidata. Una fiducia data a credito, garantita per interposizione, perché, allora, la rete delle relazioni umane era intrisa di fiducia e su questa si reggeva.

Certo, di malintenzionati ce ne sono sempre stati, almeno nella stessa quantità dei bonaccioni pronti a fidarsi un po’ troppo in fretta di chiunque sapesse cogliere questa loro cieca bontà, pronti a trarne profitto o vantaggio, senza grossi scrupoli e senza ritegno. La sensazione è che, col passare del tempo, la legittima diffidenza verso il nuovo, verso gli sconosciuti e le loro richieste, tesa però a valorizzare con la fiducia la serietà e le buone intenzioni dimostrate, abbia fatto spazio a due atteggiamenti opposti: da una parte, c’è chi ha chiuso con l’umanità, sia intesa come il resto degli esseri umani, sia riferita alla propria “dote” di sensibilità umana; dall’altra, ci sono tantissime persone che desiderano, necessitano, addirittura bramano di fidarsi di qualcun altro, a tutti i costi. Questa divisione in due della popolazione è particolarmente evidente nel rapporto con coloro che ci rappresentano e che, secondo un mandato preciso, dovrebbero guidarci. 

I politici, donne o uomini che siano, sono la cartina al tornasole di questo rapporto delle persone con la fiducia. Che si considerino individualmente o globalmente, a livello di “categoria”, rappresentano un paradosso in termini. Rappresentanti di un mandato elettorale, che contiene il massimo potere che ogni persona possiede nel nostro ordinamento (la sovranità), dovrebbero fondare tutto sulla fiducia e sul mantenimento di questa per tutta la durata dell’incarico e, possibilmente, anche oltre. Essere rappresentante e ricevere mandato, hanno come prerogativa irrinunciabile la piena fiducia, senza nessuna possibile sfumatura. Così, invece, non accade. Troppo spesso la fiducia viene dilapidata da questi personaggi, singolarmente o in gruppo (i cosiddetti “partiti”) e la cosa sconvolgente è che la maggior parte delle volte questo non cambia la situazione. Anzi, l’indifferenza al destino di quella fiducia concessa, da parte di chi l’ha ottenuta e che, con essa, ha avuto anche potere e posizione, svilisce a tal punto il suo valore che, la fiducia, smette di essere anche la “misura” del rapporto stesso tra cittadino e rappresentante.

Ecco perché, probabilmente, dal piccolo comune alle massime istituzioni europee, tanto per rimanere solo nel nostro continente, abbiamo una classe politica che, per quanti scandali, corruzioni, imbrogli e porcherie varie debba affrontare, non può essere più, nel complesso, scalfita. L’essenza della rappresentanza è, difatto, diventata la corrispondenza tra i difetti (umani) dei rappresentanti e quelli dei mandanti. Coloro che governano non possono essere migliori di quelli che rappresentano. E con questa potente affermazione, si prova a giustificare tutto. Così, se ogni tanto qualche “agnello sacrificale” viene lasciato alla folla inferocita, o se si “concede” una parvenza di alternanza tra una parte e l’altra (della stessa moneta), è solo per tenere accesa la fiammella pilota della fiducia che, per natura, ha bisogno di continuare a bruciare dentro ciascuno di noi.  

Alvise Brugnaro

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