Affamati o smemorati?

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Certo che la possibilità di sconfiggere la povertà, che è tra gli obiettivi dell’Agenda 2030, oltre che di far incamminare il nostro pianeta verso uno sviluppo sostenibile, sembra diventare sempre più una chimera, in considerazione delle variabili (negative!) intervenienti che hanno compromesso un quadro, che al momento in cui quell’agenda veniva pensata e formulata, dovevano essere ben distanti.

Adesso dobbiamo fare i conti con i costi schizzati verso l’alto, delle fonti energetiche, non più calmierabili per un condizionamento al gas che ci viene procurato, in percentuali ancora alte, dalla Federazione Russa, non disposta a più miti consigli per effetto del nostro supporto offerto alla Ucraina, Paese verso cui Putin ha scatenato una guerra in riferimento alla quale ancora non si vedono barlumi per una conclusione.

Ma atteniamoci a quello che possiamo ancora fare per contrastare uno sprofondamento verso la povertà che sembra un buco nero senza alcuna possibilità di vedere il fondo.

Noi come Paese Italia, dobbiamo pensare come se fossimo i nipoti di nonni e di bisnonni che hanno accumulato beni, mostrando di essere previdenti e lungimiranti, quasi prevedessero tempi peggiori che sono arrivati.

Chi sono questi nostri nonni e bisnonni? Forse dobbiamo risalire al Rinascimento ma anche ad altri periodi più remoti ed in questo caso dovremmo scomodare la cultura greca e romana: Il nostro Paese rappresenta un “giacimento di beni artistici, musicali, architettonici, letterari” che non ha eguali al mondo.

Purtroppo continuiamo a “scontare” una cattiva consapevolezza di questo patrimonio, che molti vedono più come una zavorra che una risorsa, e che non è stata mai “tesaurizzata” per l’indotto che avrebbe fruttato.

Siamo forse ancora rimasti “scottati” per i comportamenti scorretti dei nostri cugini francesi che, soprattutto al tempo di Napoleone, pensarono bene di trafugare parte degli immensi beni che erano di nostra proprietà, per portarli Oltralpe. 

Ma molta acqua è passata sotto i ponti e seri accordi bilaterali fra i Paesi possono essere ripristinati ed ampliati perché la bellezza dell’Italia trovi la opportunità di “irradiare” l’intero pianeta e, forse, di farlo tornare ad una gentilezza che può essere riaffermata solo attraverso un contagio virtuoso.

Il nostro patrimonio è patrimonio dell’umanità: quante volte lo diciamo e lo professiamo? 

Ma allora facciamo in modo che la Umanità ne goda e ne fruisca. Sto riferendomi alle opere d’arte italiane che devono essere godute da Paesi asiatici, americani, africani, australiani.

La mia idea è che si attui una articolata “politica” di trasferimenti di opere d’arte a favore dei Paesi che ne fanno richiesta perché gli abitanti di quel luogo possano ammirare e contemplare bellezze che andranno evidentemente documentate e storicizzate, ma tutto questo significa che l’Italia possa fare la sua parte con le risorse di cui dispone.

Che senso ha parlare di “giacimenti” e di “accumuli di risorse” solo quando si tratta di fonti energetiche, dopo di che questa parola perde ogni significato se va messa in collegamento con patrimoni di cultura?

Allora penso che l’Italia è sicuramente smemorata quando dimentica di avere nel suo territorio qualcosa come cinque milioni di opere d’arte quando in tutto il pianeta questo patrimonio è stato stimato che sia quantificabile in sei milioni? Ci rendiamo conto? L’Italia possiede i 5/6 di un bene che la Cina, il Messico, la Spagna, la Gran Bretagna, la Francia, la Russia, il Brasile ecc. hanno, nella misura del restante sesto.

Se solo riacquistassimo questa resipiscenza e ci rendessimo conto che la nostra “fame” è figlia di una negligenza e di una sottovalutazione di cosa rappresentiamo nel mondo, forse potremmo riavere il posto che ci compete, nell’interesse di una circolazione di una italianità che farebbe bene al mondo intero.

Ernesto Albanello

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