La comunicazione è alla base dei rapporti umani, insieme all’empatia che colma i vuoti delle parole non dette, che penetra nell’abisso degli altri. Le parole, una dietro l’altra, in fila come le carrozze di un treno, partono da un luogo per arrivare ad un altro, lontano. Durante il viaggio assorbono profumi, sapori e saperi, arricchendosi di esperienze, fino a raggiungere la meta: un dialogo ben strutturato.
A tal proposito ne parliamo con la scrittrice abruzzese Giorgia Tribuiani, che oltre a scrivere romanzi di successo, insegna scrittura creativa per la Bottega di Narrazione di Giulio Mozzi e tiene un laboratorio interamente dedicato al dialogo.
CIAO GIORGIA, CHE PESO HA IL DIALOGO NELLA NARRAZIONE E QUINDI NELLA STESURA DI UN ROMANZO? E CHE ANALOGIE O DIFFERENZE CI SONO CON IL DIALOGO FUORI DALLA CARTA STAMPATA?
Il dialogo in una narrazione è tanto più efficace quanto più viene inteso come “trattativa”, ovvero come lo spazio dove i personaggi possono confrontarsi – con i loro obiettivi, con la loro visione del mondo – e mandare avanti la narrazione. Se un dialogo non fa evolvere in alcun modo la relazione tra i personaggi, se non ci aiuta a conoscere il loro punto di vista o a svilupparlo, allora diventa probabilmente macchiettistico, superficiale, e non “serve” la storia.
Questa è forse la principale differenza rispetto al dialogo che avviene fuori dalla finzione, dove gli scambi di battute “superflui” sono all’ordine del giorno: in un testo narrativo andrebbero tagliati, così come converrebbe eliminare, all’interno delle battute rimanenti, tutte le ridondanze, le ripetizioni e le esitazioni proprie del parlato.
Non so se ti è mai capitato di sbobinare una telefonata: c’è veramente tanto di superfluo da un punto di vista contenutistico. Per questo il dialogo non deve imitare il parlato: deve dare la sensazione, l’impressione, che lo stia imitando.
COME SCEGLI I TESTI DA STUDIARE E I FILM DA VEDERE PER MOSTRARE LE TECNICHE DEL DIALOGO AGLI ALLIEVI?
Credo molto nell’imitazione come primo passo utile per padroneggiare una tecnica: per questo cerco di selezionare quei dialoghi che possano offrire agli allievi dei validi esempi (di trattativa, per esempio, o di descrizione attraverso il dialogo, o ancora di caratterizzazione dei personaggi) o, a volte, delle buone suggestioni.
Ci sono autori che vedo come riferimenti: per esempio trovo perfetti certi dialoghi di David Foster Wallace o di Bret Easton Ellis, o testi (quasi) interamente basati sul dialogo come Tre volte all’alba di Alessandro Baricco o Cosmetica del nemico di Amelie Nothomb; ma per le mie lezioni prendo a piene mani anche gli esempi offerti dal teatro (penso per esempio ad Alan Bennett o a Bertolt Brecht), dal fumetto (Will Eisner, Gipi), e dal cinema (e qui uno dei maestri è Quentin Tarantino).
LA TECNICA E’ IMPORTANTE IN QUALSIASI FORMA D’ARTE ANCHE SE ALLA BASE C’E SEMPRE UN TALENTO, MA NON SI RISCHIA DI FAR PERDERE IL CONTATTO CON LA PARTE IRRAZIONALE, CON L’IMMAGINAZIONE?
La tecnica è uno strumento molto utile, ma ovviamente in quanto strumento deve rimanere “al servizio” dell’immaginazione, del testo: l’importante è non trasformarla in una gabbia e saper tradire le prescrizioni quando il romanzo o il racconto lo richiedono. Del resto per tradire le prescrizioni con cognizione di causa, in modo da avere dei frutti, è necessario conoscerle.
Ti faccio un esempio: tutti noi, quando impariamo a scrivere, apprendiamo le leggi che regolano la punteggiatura, ma può accadere che in un testo narrativo, per ragioni di vario tipo (espressive, enfatiche), ci sia bisogno di inserire un punto dopo un periodo incompleto o di introdurre il discorso diretto senza aprire le virgolette: se io conosco le regole della punteggiatura so quando posso tradirle, so quale effetto sortirò facendolo, so quando dovrò fermarmi per non rischiare di scrivere un testo incomprensibile.
Anche Picasso, prima di darsi al cubismo, è stato un pittore “classicissimo” e dotato di incredibile padronanza della tecnica.
QUALI SONO I PUNTI DI FORZA DI UN BUON DIALOGO? E CHE IMPORTANZA RIVESTE IL MONOLOGO?
Un buon dialogo, come dicevamo prima, è un dialogo capace di mandare avanti la narrazione, la storia, e di far evolvere i rapporti tra i personaggi attraverso la “trattativa”: per ottenere questo è necessario lavorare sull’efficacia delle battute, sull’equilibrio tra parole e gesti (per esempio è utile, a meno che il testo non lo richieda, evitare le ridondanze: se un personaggio scuote la testa probabilmente non sarà necessario fargli anche rispondere a voce di no), sulla prossemica (nel dialogo lo scrittore è regista e deve pensare a come far muovere i personaggi sulla scena, a come usare i loro corpi: un “fai come vuoi” detto col sorriso e un “fai come vuoi” detto alzando gli occhi al cielo non hanno lo stesso significato), sui sottintesi e sui sottotesti.
Il monologo prevede un focus su un unico personaggio e la sua portata varia in base all’utilizzo che se ne vuole fare: possiamo avere invettive, arringhe, apologie, monologhi rivelatori ecc.: in generale (e magari ancor più del dialogo) anche il monologo deve prevedere un cambiamento delle relazioni in gioco, un avanzamento della trama.
I DIALOGHI SEGUONO L’ATTUALE TENDENZA DI UN MONDO CHE CORRE, DOVE TUTTO DEVE ESSERE VELOCE E LEGGERO?
Non saprei: ci sono dialoghi densissimi, carichi di significato e di riflessioni che poco si adattano a un mondo che chiede leggerezza. Penso ai dialoghi di Proust, per esempio, ma anche – per tornare a un autore già citato – ad alcuni scambi di battute scritti da David Foster Wallace.
Certo, sicuramente il dialogo dà spesso una maggiore velocità alla narrazione per una delle proprie caratteristiche intrinseche: mentre il narratore, raccontando, può far passare giorni (basta un “la settimana seguente”), mesi, anni, perfino secoli, il dialogo prevede l’assoluta coincidenza tra tempo del racconto e tempo della lettura (se il personaggio dice: “sono tornato”, per leggere queste due parole impiego praticamente lo stesso tempo di cui, nella finzione, il personaggio necessita per pronunciarle).
CHI SA DIALOGARE, SECONDO TE, SA ANCHE AMARE?
Purtroppo ho ascoltato troppi dialoghi “tra sordi” per poter dire di sì. E probabilmente spesso l’amore ha più a che fare con l’ascolto che con il parlato.
Alessandra De Angelis





