Lo abbiamo ripetuto un’infinità di volte, la pandemia ha radicalmente cambiato le nostre abitudini, non necessariamente in peggio, anzi.
Con il lockdown abbiamo tutti dovuto reinventarci per non chiudere il botteghino, e i settori artistico e museale non sono certo rimasti indietro. Già da qualche anno, ormai, i musei hanno spalancato le porte alla tecnologia con l’intento di “svecchiare” la concezione classica del museo e sono diventati sempre più smart. Tavoli multimediali interattivi, video, registrazioni e visori 3d hanno preso il posto delle care, vecchie e dispendiose guide turistiche.
Ma è con la pandemia che il mondo museale ha fatto il salto di qualità aprendosi al mondo social.
Nel 2019 la percentuale di musei online era del 43,7%, nel 2020 dell’85% e nel 2021 del 95%. Gli account social sono cresciuti considerevolmente: nel 2021 si è registrato che l’83% dei musei italiani possedesse i propri account, a dispetto del 69% del 2019 e del 76% del 2020.
Nel 2021 la funzione “virtual tour”, attivata già da qualche anno dai musei più conosciuti come il British Museum di Londra che vanta questa funzione dal 2015, ha fatto il botto. D’altronde quando potrebbe ricapitare l’occasione di visitare gli Uffizi di Firenze o il Guggenheim di New York direttamente dal divano di casa? Sì, davvero bello e innovativo. Andare a New York senza muovere un muscolo. E senza tirar fuori un euro. Per le tasche è sicuramente un vantaggio, ma davvero si può pensare che visitare su un display un luogo iconico e totalmente immersivo come il Guggenheim sia la stessa cosa che essere lì fisicamente e perdersi nella discesa/salita circolare?
Davvero si può pensare che percorrere virtualmente i corridoi del Museo Egizio di Torino equivalga a percorrerli realmente?
Che non si commetta l’errore di sostituire una visita in un museo con un tour virtuale. Certamente negli ultimi anni questi strumenti sono stati utili a far si che quadri, sculture, arazzi o mummie non morissero impolverati nei loro sarcofagi, ma non possono e non devono sostituire la vita reale. Sono sicuramente d’aiuto per avvicinare le nuove generazioni sempre più tecnologiche, ma c’è una linea sottile che divide la finzione dalla realtà.
È vero che i tavoli interattivi e visori 3d hanno come scopo quello di attirare i più giovani, ma il rischio che si corre è quello di adombrare le opere stesse. Non si andrà più al museo per vedere la Notte stellata di Van Gogh o le Ninfee di Monet. Si andrà al museo per poter giocare con i visori, interagire con i robot ed ammirare ricostruzioni virtuali perdendo di vista la vera essenza dell’arte: trasmettere sensazioni forti alla vista di un’opera. Che sia medievale, moderno o contemporaneo, una tela, una scultura o un affresco saranno sempre in grado di trasmettere un’emozione che la superficie piatta e fredda di uno schermo non potrà mai sostituire.
Roberta Conforte





