«Empatia è la capacità di sentire il mondo dell’altro e accettarlo come unico e irripetibile. L’empatia è strettamente connessa alla sospensione del giudizio e di ogni forma di interpretazione.»
Carl Rogers
La parola empatìa è una parola composta di derivazione dal greco, ἐν «in» e –pathos «sentimento». In psicologia è la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, senza ricorso alla comunicazione verbale.
In una società dominata dal qui ed ora, utilizzato con accezione imperativa, mettersi nei panni degli altri non è cosa semplice. Ci sforziamo tanto di capire come una guerra possa essere utile, ci sforziamo di capire cosa passi nella testa di un cosiddetto bullo, ci sforziamo di capire il perché di determinate azioni e conseguenze.
Ma mettersi nei panni degli altri non è semplice per chi è abituato a vestire solo i propri. Imparare ad essere empatici non è semplice in una società che fino a qualche anno fa non comprendeva e non accettava l’esistenza della comunità LGBTQ, per fare un esempio, discriminandola e tacciandola degli insulti più osceni e non capendo che dietro un nomignolo, un appellativo, un’offesa, c’è sempre una persona.
Eppure l’empatia si acquisisce con la conoscenza. Conoscere il pensiero di qualcuno può aiutare a comprendere il perché di determinate azioni.
Sarà sicuramente capitato, anche ai più restii ad ammetterlo, di aver sentito un movimento nella pancia, seppur piccolino, davanti ai dipinti dei più grandi artisti del nostro passato artistico, come lo Sposalizio della Vergine di Raffaello o il Cristo velato di Mantegna, per citarne due. O anche i famosissimi Tagli di Lucio Fontana, di cui tanto si è discusso e si continua a discutere.
Il suo Concetto Spaziale è da ammirare non per l’opera in sé, ma per cosa c’è dietro quel taglio, ovvero la destrutturazione stessa dell’opera d’arte.
«Uno scienziato – disse Fontana nel 1965 – è rinchiuso nel suo laboratorio e lavora per le masse, per l’umanità. Io nella mia professione di pittore, facendo un quadro con un taglio, non voglio fare un quadro: apro uno spazio, una dimensione nuova nell’orientamento delle arti contemporanee: la fine della scultura o di una tradizione della pittura nel senso di cavalletto; però è anche una dimensione nuova del cosmo. Io, nella mia piccola scoperta, il buco, non ho voluto decorare una tela: ho rotto questa dimensione; al di là di questo foro c’è una nuova libertà di interpretazione dell’arte, la fine di un’arte tradizionale, di questa tridimensione, per una dimensione che è l’infinito: è andare verso il futuro».
Ecco cosa c’è dietro i tagli di Lucio Fontana. L’artista è stato tra i primi, assieme ad altri grandi come Alberto Burri o Giuseppe Capogrossi, a fondare un’arte basata sul gesto ponendo le basi per il superamento della tridimensionalità.
Adesso provate ad osservare nuovamente un Fontana. Ciò che sentite sono ancora le stesse sensazioni provate prima di conoscere il suo pensiero oppure qualcosa nel vostro sguardo è cambiato?
Roberta Conforte





