Alle origini dell’empatia, tra biologia e cultura

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Parlando di empatia non si può che partire analizzando la parola. Le parole sono importanti e, dato che si può pensare solo tramite le parole che si conoscono, conosciamo meglio questa parola.

E una parola greca morbida, significa che esprime un concetto di natura mite e controllabile. È divisa in, ἐν «in» e πάϑος «pathos», termine tecnico della retorica greca che indica la passione e la concitazione con cui si esprime un discorso. 

Quindi cosa sarà questa empatia. È a tutti gli effetti, quello schema intuitivo che ci permette di essere nel sentimento dell’altro, di entrare dentro ciò che l’altro sta provando facendolo nostro. Un metodo di comprensione umana altissimo.

L’empatia fa parte dell’educazione. L’essere umano l’ha imparata e trasmessa per necessità.

Dove nasce l’essere umano con i suoi sentimenti, nelle prime forme di organizzazione? O nei suoi primi manufatti? Nelle forme artistiche? Non proprio!

L’essere umano come colui che empatizza con il prossimo nasce con il primo osso curato.

Un individuo che si frattura un osso diventa un peso per il gruppo, per la tribù. Non contribuisce più nell’economia del gruppo. Se pensiamo che portare al riparo un essere con una gamba rotta per curarlo e farlo sopravvivere toglie ancora più energie al gruppo in questione. Ci sarà qualcuno che dovrà procurarsi del cibo e procurarlo anche per lui e qualcun altro che dovrà togliere tempo alle sue mansioni per investirlo curando l’individuo. E qualcuno che dovrà spendere del tempo a pensare come curare la frattura per far si che lui cammini ancora. 

“Si ma lui è un individuo che da sano contribuisce all’economia della tribù! Nessuno lo lascerebbe indietro. Salvarlo significa riavere un cacciatore o un raccoglitore!”

Si mi sono sentita rispondere così, ma è una risposta alquanto ingenua. Un osso rotto in un periodo in cui l’uomo è nomade e non conosce la medicina moderna significa avere un handicap per sempre. Un problema che porterà tutto il gruppo fino alla sua morte. Non potrà più fare tratti lunghi, non potrà più correre per scappare. Si forse potrà cercare cibo raccogliendo i frutti della terra ma ha comunque tolto energie funzionali. Il gruppo deve riorganizzarsi. E se sono in due a rompersi una gamba? Capite bene che per un gruppo di persone molto piccolo che vive sopra la funzione e la funzionalità dei suoi individui il discorso diventa complesso. Il compromesso è difficile e pericoloso. Eppure, si fa! Si inizia a curare! Ma non solo.

Le scimmie, quando un cucciolo muore, soffrono, le mamme scimmie trascinano anche per giorni il cadavere dei cuccioli. Non si accetta la perdita, la morte di un figlio fa male. Ma cosa succede dopo? La mamma abbandona il cadavere del cucciolo. Lo abbandona lì, dove capita. Anche se il suo dolore è forte, una volta interiorizzata la morte del cucciolo il suo corpo non vale più nulla. L’uomo fa qualcosa di diverso. Quando muore un individuo viene coperto, sepolto. Prima con delle semplici pietre. Poi nelle grotte e così via, fino alle tombe più sontuose per arrivare ad oggi. Ma perché? La morte colpisce e addolora anche le scimmie! L’uomo fa un passetto avanti. Crea un’idea del dopo. E le idee, come ben sappiamo, spostano i popoli più dei fatti.

La dimensione soggettiva e collettiva del dolore viene esorcizzata tramite il nascondimento del cadavere. E dei processi di decomposizione. Io non vedo più cosa accade al corpo, lo immagino. E lo faccio insieme a tutto il gruppo. Ricordiamoci che in una società dove tutti gli individui sono funzionali all’economia del gruppo un lutto è di tutto il gruppo, la perdita è del sistema, mai solo del singolo. Nelle tombe italiche i bambini vengono seppelliti con tutte le armi di una panoplia (armatura) da guerra. Anche se morendo, il bambino, non ha mai potuto utilizzarle. Perché? Lui è già un guerriero per il suo clan. Lo sarebbe diventato. Morendo ha tolto un guerriero a tutta la comunità non solo un figlio alla sua famiglia diretta. La medicina come dimensione della cura, e la morte come dimensione funeraria sono il simbolo della nascita dell’empatia. 

Oggi ovviamente questo concetto è passato da sviluppi molto più complessi durante tutta la storia. L’empatia è uno strumento ma anche un’abilità spesso complessa da gestire. 

Il nostro occidente, basato su una cultura giudaico-cristiana esalta l’individualità. Aggiungiamo il magico gioco del capitalismo che ci richiede di possedere oggetti costosi e di fare una vita sfavillante e sempre fintamente felice ed il gioco è fatto!

Mi piacerebbe dire che con questa frase non voglio fare politica. Ma purtroppo (e per fortuna) tutto è politica! Tutto serve per muovere la polis, la città, le persone. 

Proprio per questo spero che questo discorso abbia mosso, culturalmente, la mente di molti e abbia insegnato l’origine dell’empatia e la sua utilità archetipa.

L’empatia si impara, per questo, in funzione del vostro “essere evoluti”, siate empatici.

Dott.ssa Andrea Di Giovanni

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