Un grido senza voce

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“Possiamo conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui tratta gli animali”. La celebre frase di Kant è giunta a noi attraversando circa due secoli e mezzo forse perché contiene una verità. La maggior parte delle persone riconosce il maltrattamento sottoforma di violenza esibita verso un soggetto, ma esistono altre forme che non sono per nulla percepite come tali. Gli atteggiamenti che si possono assumere per nuocere una persona, un animale, una pianta, il creato, li possiamo dividere in due macroaree: quelli che muovono un’azione nociva e quelle che omettono azioni benefiche. Per nuocere una pianta, ad esempio, è possibile spezzarla, tagliarla, bruciarla ma non solo, le faremmo un danno anche se dovessimo omettere delle azioni benefiche e di cura nei suoi confronti come non liberarla da eventuali parassiti, non posizionarla in una zona di luce idonea, non darle la giusta quantità d’acqua e non fornirle nutrienti adeguati al terreno. A volte, per far del male, basta omettere il bene. Potremmo considerare questo una forma di maltrattamento silente, invisibile. Spesso chi commette questo tipo di omissione, non è neanche consapevole di farlo, soprattutto se l’omissione è rivolta a specie diverse dalla propria. Questo accade perché viene ignorato il fatto che specie diverse hanno bisogni ed etologie differenti dalle proprie. Si pensa che la nostra concezione di benessere coincida necessariamente con la loro. Noi siamo convinti di sapere sempre cosa sia meglio per il prossimo diverso da noi. Un esempio molto comune, sotto all’occhio di tutti, lo troviamo in quei cani che vivono solo ed esclusivamente in giardino, che non escono quotidianamente in passeggiata “perché tanto hanno il giardino a disposizione per i bisogni”, che hanno sporadici contatti con i familiari e che non hanno interazioni con altri conspecifici (oltre ai cani con i quali vive se dovessero esserci). Questo non significa che tutti i cani che vediamo in giardino stanno subendo una forma di esclusione sociale, è possibile che abbiano una ricca vita sociale e relazionale e che trascorrano in giardino solo una parte della giornata, magari con possibilità di libera scelta dal poter stare in casa o giardino. Ogni caso è a sé e sarebbe sbagliato fare di tutta l’erba un fascio. Mi riferisco a quei soggetti che sono relegati in giardino, confinati, che vivono giorni uguali ai giorni facendo sempre le stesse cose, vedendo sempre lo stesso scorcio. Anche se il giardino fosse grande come quello della reggia di Versailles, sarebbe sempre un isolamento sociale vissuto in una splendida gabbia d’oro. I cani non sono alberi da piantare ma esseri viventi con bisogni specifici, emozioni e desideri che vanno espressi e soddisfatti, quindi, va benissimo avere il giardino e farglielo vivere, ma tenendo ben a mente che deve essere il “di più” e non “la norma”. Ricordiamo allora che l’isolamento sociale in una specie come quella canina è, a livello etologico, una forma di maltrattamento invisibile spesso ignorato.

Dott.ssa Francesca Alcinii