In guerra, la verità è la prima vittima.

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Il Presidente russo Vladimir Putin ha avviato l’operazione militare in Ucraina ha esortato le forze di Kiev a consegnare le armi e “andare a casa”, mentre l’Europa condanna all’unanimità un atto “ingiustificato e ingiustificabile”.

La notizia dell’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe militari russe ha lasciato tutti sgomenti. Si apre di fronte ai nostri occhi di cittadini del XXI secolo uno scenario mai visto: bombe e carri armati, mezzi militari che sembravano appartenere a un’epoca passata, definitivamente conclusa. Ci hanno sempre insegnato l’ingiustizia della guerra, il non-senso della guerra, motivo per cui assistere a questi avvenimenti oggi appare ancora più inspiegabile. In passato il mondo sarebbe già entrato in un clima di guerra totale che giustificherebbe l’uso dell’appellativo “terza guerra mondiale” per indicare il clima di sospetto e paura in cui si sta vivendo. Le guerre si possano classificare in giuste e ingiuste: le guerre giuste sarebbero quelle combattute in nome di un ideale di indipendenza o libertà, mentre quelle ingiuste sarebbero mosse da una volontà aggressiva, da spiriti di vendetta e da mire imperialistiche. La maggior parte di noi ritiene che il ricorso alla violenza e alle armi non possa essere mai giustificato, anche in quei casi in cui sembrerebbe motivato da una giusta causa. La violenza innesca sempre altra violenza e la guerra non porta mai alla pace: al contrario, la via che si dovrebbe sempre seguire per risolvere le conflittualità dovrebbe essere quella del dialogo e della comprensione reciproca. L’aggressione russa all’Ucraina cambierà l’assetto geopolitico dell’Europa. Al momento la Nato fa quello che può, e cioè rafforzerà il fianco est dell’Alleanza. Presi di mira obiettivi militari, esplosioni, piani di evacuazione. «È una guerra nel cuore dell’Europa. Tra i giornalisti e gli analisti di tutto il mondo si sta provando a dare una spiegazione al comportamento di Vladimir Putin, che evidentemente stava preparando da tempo l’invasione russa in Ucraina, nonostante fino a qualche giorno fa stesse tenendo apparentemente la via diplomatica. Per la prima volta dai tempi della guerra fredda sono stati mobilitati dalle super potenze misure nucleari si tratta dell’ultimo tassello di un conflitto fatto di parole e provocazioni che è sfociato in un attacco della Russia all’Ucraina, richiami alla calma da parte delle istituzioni internazionali, cresce la paura della popolazione, soprattutto nelle aree interessate. Questo, aggiunto alla distanza geografica dagli attuali scenari di tensione, ci rende abbastanza indifferenti al tema. Anche stimolati dai media si stia facendo registrare un certo acuirsi della tensione in Italia tradotto, una guerra nucleare è improbabile – come molti analisti hanno tenuto a sottolineare nelle scorse settimane – ma non impossibile. In realtà, al di là di queste valide considerazioni, c’è un altro motivo per cui il nostro Paese potrebbe in qualche modo ritrovarsi implicato in un’ipotetica guerra nucleare. E cioè il fatto che sul nostro territorio sono dislocate una settantina di testate nucleari americane – fatto mai confermato dal Ministero dell’Interno, ma ribadito a più riprese da diversi analisti, organi e politici italiani e internazionali. Gli arsenali nucleari, in caso di una guerra totale, sono tra gli obiettivi più caldi perché colpirli significa ridurre la capacità di offendere del nemico e della sua alleanza.  In Italia, invece, non si sa come andrebbero le cose, c’è una sorta di sindrome del segreto di Stato e si  immagina che in caso di coinvolgimento al conflitto ci sia un minimo di piano da questo punto di vista, essendo noi dotati di armi nucleari e facendo parte di un’alleanza che si fonda anche su una strategia di attacco nucleare. Ufficialmente, però, di piani non se ne sono mai visti.  Usa e Urss hanno, nel nuovo ordine internazionale del secondo dopoguerra, il ruolo di superpotenze economiche e militari, perciò sottomettono l’intera Europa, sulla base degli accordi di spartizione stabiliti nel corso della guerra. L’alleanza tra le due potenze entra in crisi nel dopoguerra per cause ideologiche e politiche che sfociano in una “guerra fredda”, avente come scopo la supremazia mondiale. Nei primi mesi del 1945, Roosevelt, Stalin, e Churchill s’incontrano a Yalta per ridisegnare gli aspetti geopolitici europei e decidono quali Nazioni si devono ritenere appartenenti all’area di influenza occidentale e quali all’area sovietica. Ben presto, episodi di conflitto (guerra civile in Grecia con intervento militare inglese, colpo di stato comunista in Cecoslovacchia ed altri) determinano l’inizio della “guerra fredda” fra i due blocchi. Stalin e Truman, ritengono ormai impossibile la convivenza tra democrazie occidentali e comunismo.

La linea di demarcazione fra gli eserciti degli ex-alleati diventa linea di divisione della Germania: ad ovest nascerà la filo-occidentale Repubblica Federale, ad est la filo-comunista Repubblica democratica. Anche Berlino, isola “occidentale” nell’area occupata dall’Armata Rossa, è divisa in due parti e un muro eretto dal governo della Rdt sancisce la spaccatura della città e dell’Europa. Tra Usa e Urss, lo scontro ideologico si infiamma, costringendo tutte le Nazioni a schierarsi per l’una o per l’altra parte delle due superpotenze. La sovranità Usa sugli altri Stati si manifesta sotto l’aspetto politico-economico: i suoi strumenti militari sono il Patto Atlantico e la Nato. L’Urss, invece, sceglie la politica della sovietizzazione, imponendo, spesso con colpi di stato, regimi comunisti.

All’interno della Jugoslavia, intanto, la lotta di liberazione dai Tedeschi comporta l’instaurazione di un regime socialista indipendente da quello sovietico, il cui leader è Tito, comunista e croato.

La ricostruzione economica dell’Urss procede a tappe forzate, realizzando grandi successi.

Nel 1949, in Cina, nasce la Repubblica popolare Cinese, che impone al Paese un altro regime comunista. Pochi anni dopo, la guerra di Corea, scoppiata all’inizio degli anni Cinquanta fra Nord comunista e Sud filo-americano, rischia di riaccendere il conflitto mondiale: lo scontro si conclude con la divisione del Paese, che dura ancora a fine millennio.

Importante evento dei primi anni del secondo dopoguerra è la nascita dell’Onu, nel quale sono rappresentate quasi tutte le Nazioni del mondo. In esso, alcuni filosofi vedono il punto di partenza per un futuro potere mondiale sovranazionale.

Nel Consiglio di Sicurezza, viene attribuito il diritto di veto a cinque grandi potenze, che ne sono membri permanenti: USA, URSS, Francia, Gran Bretagna, Cina (inizialmente Nazionalista); 

Il fenomeno più rilevante del secondo dopoguerra è lo smantellamento degli imperi coloniali europei. La guerra, infatti, accelera il processo di decolonizzazione, rafforzando i movimenti nazionalisti ed indebolendo l’autorità dei Paesi dominatori. Di fronte a tale processo, si determinano varie reazioni: la Gran Bretagna cerca di guidare la decolonizzazione in modo diplomatico, mentre Francia e Portogallo si oppongono militarmente alle rivendicazioni nazionali, suscitando opposizioni e guerre di liberazione. Nonostante tutto, dopo il raggiungimento dell’indipendenza, le relazioni economiche, politiche e culturali con i Paesi ex-colonialisti non cessano ed esercitano a lungo una vasta influenza sulla vita dei nuovi Stati.

Parallelamente, la seconda Guerra mondiale decreta l’affermazione planetaria statunitense e il declino delle potenze del vecchio continente. Gli Stati Uniti, sapendo che la loro crescita dipende anche dalla ripresa europea, fin dall’inizio del secondo dopoguerra aiutano i Paesi occidentali con un robusto programma di sostegno economico: il “piano Marshall”. Così facendo, gli Americani legano le sorti dei governi occidentali alla politica di Washington. L’egemonia economica statunitense si conferma con l’adozione del dollaro come moneta internazionale e con l’installazione delle basi NATO nell’Europa occidentale.

Dal 1950 al 1973 l’economia liberoscambista cresce senza troppe crisi; molti sono i fattori che contribuiscono allo sviluppo economico mondiale: il basso costo delle materie prime, la diffusione delle innovazioni tecnologiche, la scoperta di nuove risorse e il rapido sviluppo dei trasporti.

In questa fase, anche lo Stato, secondo il “nuovo liberalismo” keynesiano, svolge una funzione fondamentale: infatti, per sostenere e regolare la domanda, ora ne favorisce l’espansione, ora la limita per evitare fenomeni inflazionistici. Nasce così un nuovo modello di regolazione sociale ed economica: lo “Stato sociale” o “Stato del benessere”.

In Occidente, tra il 1950 e il 1970, a causa della meccanizzazione, la forza – lavoro agricola si riduce, crescono le attività terziarie e si realizza un processo di scolarizzazione di massa. Quest’ultimo fenomeno fa emergere una nuova soggettività giovanile che rappresenta la base sul quale nasce e si sviluppa la contestazione del Sessantotto. Negli Stati Uniti, il Sessantotto è una risposta al divario tra la crescita della ricchezza e l’aumento dei forti squilibri sociali, economici e razziali. In Europa, invece, la contestazione giovanile acquista un carattere molto più rivoluzionario, e coinvolge anche il ruolo sociale e culturale della donna.

Nel 1973, a causa dell’impressionante aumento del prezzo del petrolio, la ripresa economica si arresta dando vita ad un fenomeno di “stagflazione” che rappresenta il verificarsi in contemporanea di episodi di stagnazione ed inflazione. Aumenta il costo delle materie prime, crescono i prezzi e conseguentemente diminuiscono i consumi. Inoltre, l’applicazione dell’informatica all’industria consente di automatizzare interi cicli produttivi, dando così vita ad una nuova forma di disoccupazione tecnologica. A partire dagli anni Ottanta, la crisi aumenta poiché lo squilibrio tra Nord e Sud del pianeta non si riduce ma si rafforza e la competizione internazionale, basandosi solo sulla variabile tecnologica, accresce il divario tra i Paesi ricchi e Paesi poveri.

Infine, il sovrappopolamento dei Paesi del “terzo mondo” rende impossibile il loro sviluppo ed obbliga milioni di persone ad emigrare verso le aree ricche del pianeta, dove la natalità sta rapidamente decrescendo. 

Alla fase più acuta della “guerra fredda” fra USA e URSS segue un periodo, cosiddetto di “coesistenza pacifica”, nel quale i rapporti fra i due blocchi politico – militari si distendono. Ciò non significa la fine del bipolarismo, ma un cambiamento di prospettiva e uno spostamento della “coesistenza” in tutte le aree del mondo in cui c’è stato un processo di decolonizzazione. Questo spostamento comporta nuove responsabilità economiche, politiche e militari per entrambe le parti. Inoltre, entra in causa una nuova realtà: quella della bomba atomica, posseduta da entrambi gli schieramenti, con rischio di una possibile guerra nucleare.

In Unione sovietica, alla metà degli anni Cinquanta, a Stalin subentra Kruscev, che nel XX Congresso del PCUS denuncia i crimini e le stragi del dittatore. Nei Paesi satelliti il malcontento sfocia in rivolte: la più grave si verifica in Ungheria (1956) ed è soffocata dall’intervento dei carri armati sovietici.

Il rapporto fra USA e URSS, dopo le prime aperture (“il disgelo”), peggiora quando Cuba, trasformatasi in paese socialista dopo una rivoluzione inizialmente democratica, guidata da Fidel Castro e “Che” Guevara, decide, negli anni sessanta, di ospitare basi missilistiche sovietiche. In seguito a ciò, il presidente americano Kennedy attua il blocco navale dell’isola. La decisione di Kruscev di ritirare i missili attenua infine la tensione. Il periodo della distensione continua fino al punto da dare inizio ad un nuovo equilibrio: l’equilibrio detto del terrore.

Con la presidenza di Eisenhower l’economia americana, che aveva avuto una crisi dopo la Guerra Mondiale, aveva ripreso a crescere a pieno ritmo. Con la presidenza Kennedy, negli anni Sessanta, si ha negli USA una politica di equilibrio fra tendenza alla coesistenza pacifica e all’espansione statunitense nelle zone contese dal sistema socialista. Dopo l’assassinio di Kennedy, il cui mandante è rimasto ignoto, questo tipo di politica viene ripresa dal suo successore Johnson, che favorisce l’integrazione razziale dei neri americani (vittima della battaglia è il leader non – violento degli afroamericani, Martin Luther King, assassinato a tradimento).

Gli anni Sessanta si chiudono però segnando una crisi, causata soprattutto dalla guerra del Vietnam.

In Russia, nel decennio, Kruscev attua anche una riforma nel sistema economico, che prevede un minore controllo dello Stato sulla società, con l’obiettivo di vincere la competizione economica con gli USA.  Sono gli anni in cui, anche per incoraggiamento di papa Giovanni XXIII, la competizione fra USA e URSS si sposta dal terreno militare a quello economico e alla gara per le conquiste spaziali (nel 1969 si verifica lo storico sbarco americano sulla Luna). Tutto ciò però è reso vano dalla salita al potere di Breznev che riporta la politica russa al passato, ovvero ai tempi di Stalin.

I comunisti cinesi, nel frattempo, avviano una modernizzazione del Paese con una riforma agraria e lo sviluppo industriale. Leader di questa modernizzazione è Mao Tse-Tung che, nel tentativo di realizzare un ulteriore progresso e di battere gli avversari nel Partito comunista, con la “rivoluzione culturale” provoca profondi danni nella vita economica del Paese. Dopo un decennio di alleanza tra Cina e URSS, i rapporti fra le due nazioni si allentano fino a rompersi: si verificano anche scontri armati sui confini. Ciò è dovuto alle differenti idee sull’interpretazione del marxismo. A partire dagli anni Settanta, la Cina inizia ad avere rapporti con l’Occidente, in funzione anti-sovietica.

Grazie agli accordi di Yalta del 1945, l’URSS ha il controllo di una fascia di territorio che le permette di avere influenza politica su molti Paesi dell’Europa orientale. Ciò, però, non riesce ad evitare differenze economiche tra i vari Stati del blocco sovietico; alcuni Paesi, come la Cecoslovacchia e Germania, hanno un apparato industriale sviluppato mentre, al contrario, i Paesi slavi non ne sono provvisti. Dalla fine della guerra, l’URSS impone la formazione di regimi comunisti a partito unico, anche con colpi di stato. Con l’istituzione del “Consiglio di mutua assistenza economica” (COMECON), fondato sulla convertibilità del rublo, l’URSS cerca di contrastare la forza economica del blocco occidentale. La superpotenza comunista istituisce inoltre l’alleanza militare del “Patto di Varsavia” e cerca di tenere testa agli USA orientando la produzione verso l’industria militare; ciò crea però un grande squilibrio tecnologico nei confronti degli occidentali e una penuria di beni di consumo. Negli anni Cinquanta, scoppiano moti insurrezionali nei Paesi del blocco sovietico in seguito alla “destalinizzazione” intrapresa da Kruscev: le rivolte vengono però represse dall’esercito sovietico (in modo particolarmente sanguinoso quella ungherese del 1956). Il “disgelo” verso l’Occidente conosce un altro arresto nel Sessantotto, in seguito alla guerra del Vietnam, che verrà però infine vinta dai “vietcong” di Ho – Chi – Minh sostenuti dal Nord comunista e dalla Cina, nonostante il massiccio intervento (centinaia di migliaia di uomini) dell’esercito americano.

Nel frattempo, sempre negli anni sessanta, si verifica la repressione, ad opera dei carri armati sovietici, di un tentativo di riforma all’interno del regime cecoslovacco, mirante a costruire un “socialismo dal volto umano” durante la “primavera di Praga”, guidata dal socialista riformista Dubcek. In tale occasione, per la prima volta, i Comunisti italiani condannano l’invasione sovietica, prendendo decisamente le distanze dall’URSS e ponendosi alla testa del cosiddetto “eurocomunismo” che vuole realizzare il programma comunista all’interno del sistema democratico.  L’Europa, una volta uscita dalla seconda Guerra mondiale, rimane in crisi per molti anni, senza riuscire a recuperare la sua potenza.

Attorno agli anni Cinquanta, però, c’è una lieve ripresa economica e tornano alla luce le correnti europeiste che intendono unificare il vecchio continente.

La prima tappa si verifica in campo economico e si concretizza, dopo la metà degli anni Cinquanta, con i trattati di Roma e con la nascita della Comunità Economica Europea (CEE).

La Gran Bretagna, dopo la guerra, si trova in un periodo di crisi: il suo declino si manifesta principalmente in campo economico e politico; ma, nonostante questo, gli Inglesi riescono ad affrontare la situazione senza traumi irreparabili.

Il dopoguerra in Francia è caratterizzato da una crisi in campo politico; in questo periodo emerge la figura del militare e politico antifascista, generale Charles De Gaulle, il quale si impone come guida della Repubblica.

L’unica nazione che non si presenta in crisi, soprattutto sul piano economico, è la Germania occidentale (RFT). Infatti essa conosce una forte stabilità politica, grazie anche agli aiuti degli Stati Uniti, che hanno un importante ruolo nella crescita economica tedesca del secondo dopoguerra. Alle soglie del periodo decisivo per l’unità europea, l’economia tedesca si presenta sempre più come la “locomotiva” che trascina lo sviluppo delle altre nazioni occidentali del vecchio continente. Negli anni Ottanta, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti prevale un orientamento neoliberista dopo la crisi del bilancio statale degli anni Settanta, dovuta all’eccesso di stanziamenti per la spesa pubblica. Negli Stati Uniti, il “reaganismo” (politica del presidente Reagan) compie un risanamento economico che comprime la spesa pubblica e riduce le tasse e i vincoli sulle imprese. La politica reaganiana rilancia l’economia del Paese ma peggiora le condizioni di vita dei ceti medio-bassi.

Gran Bretagna, Francia e Germania conoscono la crisi del modello socialdemocratico; in Portogallo, in Grecia, in Spagna, cadono le ultime dittature fasciste insediatesi negli anni Trenta – Quaranta o nella penisola ellenica più recentemente.

Il Giappone diventa una grande potenza economica anche grazie all’occupazione statunitense (1945-52) che consente ai nipponici di conoscere il “modello americano”.

L’America latina conosce un processo di democratizzazione che porta alla caduta di molti regimi dittatoriali, ma l’atteggiamento statunitense di interventismo militare, laddove si instaurano regimi di orientamento socialista, mette in cattiva luce l’immagine internazionale degli Stati Uniti.

Il Medio Oriente diventa focolaio di crisi internazionale per le tensioni etnico-religiose e la crisi arabo-israeliana; l’area, inoltre, interessa alle due superpotenze come regione strategica per l’approvvigionamento energetico, date le sue ricchezze petrolifere. L’Iran, dopo la caduta del regime autoritario e filo occidentale della Scià e l’instaurazione di una repubblica, diventa il baluardo del fondamentalismo islamico; per la prima volta una rivoluzione vittoriosa si caratterizza per valori religiosi e antioccidentali.

Finita la guerra del Vietnam (1973), l’Indocina torna a infiammarsi: il conflitto tra il Vietnam filosovietico e la Cambogia filocinese porta ad una nuova rottura nel fronte comunista mondiale.

La fine del bipolarismo si traduce in una nuova instabilità, particolarmente acuta nelle ex aree d’influenza sovietica; in molti Paesi si accende il conflitto, senza che l’Onu riesca a svolgere la sua funzione di “governo mondiale”. Gli Stati Uniti, negli anni Novanta, diventano l’unico perno degli equilibri planetari. La “guerra del Golfo” degli USA e dei loro alleati contro Saddam Hussein, leader dell’Iraq che ha invaso il Kuwait ricco di petrolio, dimostra la superiorità tecnologica degli Stati Uniti, ma anche l’inadeguatezza della soluzione militare dinanzi ai complessi problemi mediorientali. La questione arabo-israeliana, finita la “guerra fredda”, si complica; un processo di pace viene avviato nel 1993 a Washington, fra i laburisti israeliani Rabin e Peres e il leader palestinese Arafat. Rabin, nel 1995, cade però vittima nel 1995 di un attentato per mano di un giovane estremista israeliano che lo considera un traditore. Negli ultimi vent’anni, in molti Paesi arabi si espande il fenomeno del fondamentalismo islamico, che si manifesta in una dichiarata ostilità nei confronti del mondo occidentale, basata su una rigida e intollerante interpretazione dei principi dell’Islam: le frange estreme di alcuni di tali movimenti intraprendono la strada del terrorismo. Verso la fine degli anni ’90, il socialismo al potere attraversa una grave crisi, manifestatasi soprattutto in URSS e in Cina. Nel periodo del raffreddamento dei rapporti con gli USA,  l’URSS, guidata da Breznev, attraversa un periodo negativo dal punto di vista economico perché deve investire molti capitali nella corsa agli armamenti. Inoltre, la situazione economica è aggravata dalla terza rivoluzione industriale, basata sull’informatica, in atto in Occidente. In seguito sale al potere un giovane dirigente, Gorbacev, che promuove una profonda opera di ristrutturazione politico-economica, detta “perestrojka”. L’obiettivo di Gorbacev è quello di effettuare una riforma democratica, di stabilire un rapporto di amicizia con i Paesi occidentali e di porre termine alla folle corsa agli armamenti.

La politica di Gorbacev, però, fallisce, in quanto la popolazione, timorosa, non riesce ad adeguarsi al nuovo corso, l’esercito è contrariato e gli Stati da cui è composta l’Urss reclamano l’indipendenza. Proprio questi Stati, in un primo momento riuniti nella Comunità degli Stati Indipendenti, mettono fuori gioco Gorbacev, scampato ad un precedente colpo di stato di ispirazione neo-stalinista. Sale così al potere l’ex presidente del parlamento russo, Boris Eltsin, che ha preso la testa del movimento per la democratizzazione dello Stato: per la prima volta dopo la Rivoluzione, in Russia si terranno, dopo qualche tempo, libere elezioni democratiche.

Anche in Cina il governo e l’economia si aprono agli Stati occidentali. Ciò nonostante, non avviene la liberalizzazione politica, e le proteste (famosa quella degli studenti in piazza Tien-An-Men a Pechino) vengono soffocate con i carri armati. Intanto, in URSS continua il momento di crisi; in seguito alla fine del protettorato sovietico, nei paesi satelliti dell’Europa orientale, crollano le democrazie popolari. Soprattutto in Polonia, in seguito anche all’elezione del polacco Wojtyla come Papa, da tempo è in atto una tenace resistenza. Aggravatasi la crisi economica, il sindacato operaio Solidarnosc (“Solidarietà”), capitanato da Walesa, si oppone al regime comunista del generale Jaruzelsky. Nonostante la proclamazione delle leggi marziali, il sindacato resiste e costringe il governo a indire, per la prima volta in un Paese dell’Est, libere elezioni. In queste elezioni il Partito comunista polacco è sconfitto e Walesa trionfa. Negli altri Paesi satelliti, come Ungheria, Bulgaria e Cecoslovacchia, la transizione al sistema democratico – parlamentare avviene in modo pacifico. In Romania, invece, scoppia una breve guerra civile che termina con la fucilazione del dittatore Ceausescu.

La disgregazione dell’Urss indebolisce la divisione tedesca. Nel 1990, dopo un assalto popolare al muro di Berlino, che sfocia nella sua distruzione, viene riunificata la Germania: è questo il simbolo della fine del periodo che ha visto il mondo diviso in due blocchi, ciascuno facente capo ad una delle due superpotenze (USA e URSS).

Secondo dopoguerra, l’Italia, fragile sotto l’aspetto economico, deve fare i conti con la disoccupazione, il debito pubblico, la svalutazione della lira e l’inflazione. Ai tempi del governo di coalizione il primo dopo la caduta del Fascismo, vi sono tre protagonisti della vita politica: la Democrazia cristiana, il Partito comunista e il Partito d’Azione, di orientamento liberal-socialista. Nel 1946 il referendum decide fra monarchia e repubblica. La votazione dà la vittoria alla Repubblica e costringe i Savoia all’esilio. In questo periodo comincia la ricostruzione economica, che vede scontrarsi un’idea basata sul libero mercato e sull’iniziativa privata, e una che sostiene il ruolo programmatore dello stato. La divergenza, unita al manifestarsi della “guerra fredda”, porta alla rottura dell’unità antifascista e alla nascita del primo governo centrista a guida Dc: comunisti e socialisti, che erano anch’essi parte del governo Parri, passano all’opposizione.

In questi anni, l’Assemblea costituente vara la Costituzione repubblicana, che si fonda sul rifiuto del fascismo e si ispira ai valori e agli ideali delle maggiori forze politiche del Paese. Dopo la rottura dell’unità antifascista, alla fine degli anni Quaranta, la Dc controlla l’ordine pubblico, difende i valori cattolici, la proprietà privata e la libertà economica; il Partito è appoggiato dagli Stati Uniti e dal Vaticano. Il Fronte popolare socialcomunista propone un programma economico basato sul ruolo attivo dello Stato, sulle nazionalizzazioni delle maggiori industrie e sulla lotta ai monopoli. Nel 1948, dal sindacato Cgil si staccano Cisl e Uil; questa rottura provoca una fase di crisi nel movimento operaio.

Nella seconda metà degli anni Cinquanta, inizia la fase del “miracolo economico “: aumenta la popolazione urbana, si sviluppa l’industria, avviene un’immigrazione interna dal Sud agricolo al Nord industrializzato dell’Italia; questo fenomeno, però, porta sì all’aumento dei redditi, ma a ciò non corrisponde il rinnovamento tecnologico industriale e l’ampliamento dei beni pubblici e sociali. Rimane irrisolto, in particolare, il problema del ritardo di sviluppo economico del Meridione, dove esistono gravi fenomeni, come la diffusione del potere mafioso.  

Negli anni Settanta, la DC si spinge verso una linea di “apertura a sinistra”; questo fenomeno è favorito dalla distensione internazionale e si propone anche l’obiettivo di rompere l’unità dei socialisti con i comunisti. Nel 1962, il PSI, staccatosi dai Comunisti al tempo del rapporto Kruscev e della rivolta ungherese (1956), entra a far parte del governo che in quel periodo è presieduto da democristiano Fanfani.

Nel 1968, l’Italia è scossa dalla protesta studentesca: la struttura universitaria non regge la scolarizzazione di massa e si trasforma nel centro di una contestazione; essa, inizialmente, è legata alle condizioni di vita e di studio poi, ispirate dalle ideologie marxiste rivoluzionarie, si indirizza alla critica della “società borghese” e stesse forze della sinistra parlamentare (PSI e PCI), considerate troppo moderate. A questo disagio studentesco, nell’anno successivo (1969), si aggiunge quello operaio: la crescita delle industrie ha creato l’operaio – massa, il quale è proiettato nelle città industriali dalla realtà rurale. Questa nuova classe operaia mira ad una uguaglianza sociale e alla lotta contro il taylorismo e la catena di montaggio; a guidare questo movimento sono le organizzazioni sindacali e i “Consigli di fabbrica”.

Mentre la contestazione si accende, si verifica la strage di Piazza Fontana, prima di una sanguinosa serie di stragi, i cui mandanti non sono ancora stati individuati, che colpiscono “alla cieca” la popolazione.

La crisi economica del 1973 si ripercuote sull’economia italiana rivelandone le debolezze: dipendenza dalle importazioni di materie prime, ritardo tecnologico e inefficienza della pubblica amministrazione. Sempre negli anni Settanta, il PCI raggiunge il massimo dei voti: la sua linea politica, elaborata da Berlinguer, è basata sul “compromesso storico”, che prevede l’incontro delle grandi forze popolari ( PCI, DC, PSI ) e il distacco da Mosca. Si accentua, intanto, lo scontro fra sindacato ed imprenditori.

In quegli stessi anni si verificano numerose altre stragi, con centinaia di morti; a lungo, intanto, lo Stato deve combattere il feroce terrorismo di sinistra delle “Brigate Rosse” e delle organizzazioni armate neofasciste. Sequestrato dai brigatisti, viene assassinato uno dei maggiori leader democristiani, Aldo Moro.

Negli anni Ottanta, l’economia conosce una fase di ripresa grazie alla crescita statunitense, al rinnovamento tecnologico dell’industria e ai nuovi investimenti. Questa ripresa cambia la fisionomia del lavoro; infatti aumentano i lavoratori autonomi e le donne occupate. Contemporaneamente, lo Stato, sostenuto dai principali Partiti (il PCI stesso appoggia dall’esterno i governi democristiani) riesce a sconfiggere l’ondata terroristica.    

Negli anni Ottanta, termina in Italia l’emergenza degli “anni di piombo” dominati dal terrorismo.

L’economia italiana interrompe la sua crescita a cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, quando la politica italiana è determinata dall’accordo tra Dc e Psi. Le elezioni del 1992 segnano una crisi di un intero sistema politico, e in particolare della Dc e del Psi di Craxi. Il peso politico della sinistra si indebolisce anche in seguito alla scissione del Pci in Pds e Prc.

L’unica formazione politica che beneficia di questa crisi è la Lega Nord, che inizialmente propone la secessione della parte più sviluppata dell’Italia.

Un altro colpo alla situazione politica viene dato dalla magistratura italiana che in questo periodo, tramite l’operazione “mani pulite”, mostra quanto il potere politico sia corrotto (è lo scandalo detto “tangentopoli”).

Dopo un biennio di ripresa economica sotto il governo di Ciampi, si arriva a nuove elezioni dopo la riforma della legge elettorale in senso maggioritario e uninominale; queste elezioni vedono dissolversi la DC e i socialisti ed affermarsi il centro-destra con a capo Berlusconi, leader della nuova formazione politica di ispirazione liberale, “Forza Italia”. Il suo governo, però, dopo pochi mesi cade a causa dell’opposizione frontale della sinistra alla riforma delle pensioni: così nel 1996, con le nuove elezioni, sale al governo il centro-sinistra (“Ulivo”), guidato dal cattolico  Prodi e appoggiato dal Pds.

Successivamente altri governi di centro-sinistra, presieduti da D’Alema (Pds) e Amato, conducono l’Italia allo scontro elettorale del 2001, fra centro-destra (“Polo delle Libertà”) guidato da Berlusconi, e centro-sinistra guidato dall’ex – sindaco di Roma, Rutelli, leader di un raggruppamento che comprende uno schieramento moderato di centro sinistra (la “Margherita”), il Pds e altre formazioni minori. Lo scontro è vinto dal “Polo delle Libertà”.

La ex-Dc, travolta dalle vicende giudiziarie, si presenta divisa fra i due schieramenti. Alleati di Berlusconi sono la Lega Nord, che ha abbandonato il secessionismo e sostiene un radicale federalismo, e Alleanza Nazionale, nata da una convinta evoluzione democratica degli ex-fascisti del Msi; con il centro-sinistra sono schierati, fra gli altri, i Verdi. I cattolici si presentano divisi nei due campi, oltre che in una formazione di centro.

Alle estreme, esterni ai due schieramenti, stanno a sinistra Rifondazione Comunista (che si richiama, pur in un contesto democratico, agli ideali marxisti), a destra il Partito di Rauti, che rifiuta l’evoluzione della maggioranza del Msi in Alleanza Nazionale. A sé è la posizione dei Radicali, che appoggiano Emma Bonino. Gli ultimi due schieramenti non riescono ad entrare in Parlamento.

L’Italia sembra avviarsi molto faticosamente verso quella semplificazione degli schieramenti politici (che li riduce, normalmente, a non più di due o tre blocchi) che caratterizza le moderne democrazie dei Paesi economicamente più avanzati.

In seguito al crollo del muro di Berlino, che divideva la parte a regime comunista della città (appartenente alla RDT), da quella collegata con la Repubblica Federale Tedesca, inizia una drammatica transizione dei Paesi ex comunisti dall’economia socialista pianificata e statalizzata, a quella di mercato. Terminato il processo, sorgono altri problemi: con l’utilizzo del nuovo metodo, la Russia, inizialmente, aggrava la sua crisi economica; nel frattempo si manifesta, invece, in Polonia, Ungheria e nella Repubblica Ceca, una ripresa economica.

Nei paesi dell’Est si determina, a volte, la seguente situazione: i Partiti comunisti o ex-comunisti vincono spesso le elezioni. Tutto ciò spinge ad una maggiore gradualità nella politica di cambiamento e nella riforma; la forza dell’opposizione al nuovo corso, infatti, in Russia si dimostra nell’occupazione del parlamento da parte di un consistente gruppo di parlamentari comunisti, cui risponde il bombardamento dell’edificio da parte di Eltsin.

Tra il 1988 e il 1992 scoppiano nell’Asia centrale numerosi conflitti armati su base prevalentemente etnica: il più importante vede la Cecenia rivendicare l’indipendenza dalla Russia ex-comunista. In Europa, invece, precisamente in Jugoslavia, dopo la morte di Tito si sviluppano tensioni tra la parte più sviluppata, che comprende Slovenia e Croazia, e quella meno sviluppata (Serbia, Macedonia, Montenegro, Bosnia). Tra il 1990 e il 1991 la Federazione si dissolve in una sanguinosa guerra civile. Per la Slovenia, la secessione è quasi indolore, ma non così per la Croazia, in quanto sul territorio è notevole la presenza di Serbi e viceversa. Questa guerra civile, considerata dal leader serbo nazional – comunista Milosevic una “pulizia etnica”, assume effetti ancora più tragici sulla Bosnia-Erzegovina, dove ai contrasti etnici si intrecciano quelli religiosi fra cattolici, ortodossi e musulmani, tanto che la capitale Sarajevo diventa la città martire del conflitto. Nel 1995 Serbia, Croazia e Bosnia, a Dayton firmano infine gli accordi di pace.

Scoppia, successivamente, il conflitto fra la Serbia e la minoranza albanese del Kossovo: di fronte ai massacri e alle deportazioni dei Kossovari, la Nato interviene e bombarda la Serbia. Agli inizi del terzo millennio, dopo il ritiro serbo, il Kossovo è ancora occupato da truppe internazionali, mentre nuovi conflitti etnici si accendono in Macedonia fra la minoranza albanese e la maggioranza greco – macedone.

Tra gli anni Settanta ed Ottanta si avverte sempre più l’esigenza di ampliare l’Europa, su basi multietniche e plurilinguistiche: da sei, gli Stati che partecipano al progetto diventano dodici: il trattato di Maastricht del 1992 accelera tempi e procedure del processo di unificazione, imponendo sacrifici alle Nazioni meno sviluppate, per consentire un’unificazione fondata sui vantaggi economici realizzati da tutti i Paesi aderenti. In tale direzione va interpretata la creazione della moneta unica europea (Euro).

La nascita dell’Europa viene fatta risalire al Trattato di Roma del 25 marzo 1957. L’idea di far nascere uno Stato, sul modello federale, che comprenda più nazioni, sorge dopo la fine della seconda Guerra mondiale, per cercare di risollevare il continente europeo ormai caduto nella miseria.

Lo scopo perseguito è quello di formare un unico grande Paese federale al cui interno merci, servizi, persone e capitali possano circolare liberamente.

L’Europa, all’inizio costituita da sole sei nazioni, con il tempo si estende fino a comprendere i quindici Stati del terzo millennio.

Due passi fondamentali nella storia europea sono rispettivamente, l’Atto Unico Europeo stipulato nel 1986 e l’approvazione del Trattato di Maastricht del 1992, fase fondamentale perché vi vengono fissati i presupposti per la realizzazione dell’Unione Europea e della “moneta unica”.

All’interno del trattato sono previsti alcuni parametri minimi a cui le nazioni associate devono attenersi (essi riguardano, ad esempio, l’inflazione, il debito pubblico e i tassi d’interesse) per garantire una certa stabilità economica all’Unione.

Un altro scopo che viene perseguito è quello della creazione di una Banca Centrale Europea, ma più importante sarà l’imminente introduzione della moneta unica europea, l‘Euro. Questa moneta sostituirà la moneta corrente di tutte le nazioni associate a partire dai primi giorni del dicembre 2002 e potrà essere utilizzata indistintamente in tutta l’Europa; Si sta così cercando di creare una moneta forte, capace di contrastare lo yen giapponese e il dollaro americano favorendo la crescita economica e la stabilità europea.

I costi richiesti per realizzare questo sogno sono piuttosto elevati ma sicuramente l’Italia ne ricaverà un notevole beneficio economico.

Significativi sono anche i progressi dell’unificazione a livello politico, con l’elezione diretta del Parlamento Europeo e di organismi sovranazionali dotati di crescenti poteri.

Se l’Europa riuscirà ad unificarsi pacificamente, riunendo popoli che parlano diverse lingue e che per secoli sono stati in guerra fra loro, potrà rappresentare un modello e un esempio per tutti i popoli del tormentato mondo dell’inizio del terzo millennio. Nell’ultimo anno, il presidente russo ha delineato più di una volta le “linee rosse” della sicurezza russa. Il 17 dicembre Putin ha dato un ultimatum di fatto alla Nato, ponendo alcune condizioni: l’Alleanza non deve fare entrare nuovi membri, inclusa l’Ucraina; gli Stati Uniti e la Nato non devono collocare missili a corto o medio raggio in prossimità del territorio russo; gli Stati Uniti non devono posizionare armi nucleari al di fuori dei propri confini; l’Alleanza non deve dispiegare armi o truppe nei paesi membri che si sono uniti dopo il Founding Act tra Nato e Russia del maggio 1997. Questo include tutti i paesi un tempo appartenenti al Patto di Varsavia, come la Polonia e le ex repubbliche sovietiche dei paesi baltici. Bisogna ammettere che alcune delle richieste russe sono in linea con gli accordi firmati tempo fa con la Nato, mentre altre sono improponibili. Ad esempio, è improbabile che la Nato rinunci alla promessa di fare entrare l’Ucraina e la Georgia nell’Alleanza. La Russia avrebbe dovuto offrire in cambio qualcosa di importante – ad esempio, il ritiro delle sue truppe dal territorio Ucraino. Ma Putin non aveva alcuna intenzione di fare concessioni. Ha esercitato il casus belli. Il presidente russo non sogna di fare tornare il suo paese ai tempi all’Unione sovietica di Stalin, ma a quelli dell’impero russo di Pietro il Grande.  Gli Stati Uniti hanno “risposto in modo deciso con   sanzioni che finiranno per “isolare la Russia completamente dal sistema finanziario globale”. Questo probabilmente significherebbe, tra le altre cose, cancellare Nord Stream 2, sanzionare il debito sovrano russo sul mercato secondario, punire le banche di stato e limitare le conversioni tra rublo e dollaro.  

Torti o ragioni non stanno mai al cento per cento da una parte sola, se vogliamo rispondere alla prima domanda dobbiamo costatare che i maggiori responsabili della crisi in atto non sono i russi, bensì gli Stati Uniti e la pedissequa Unione Europea. È sufficiente ripercorrere la storia recente e non nasconderci che tutto comincia con l’espansione della Nato verso i confini della Russia e dal timore del Cremlino e dell’opinione pubblica di questo Paese di essere diventati oggetto di un’aggressione continua e senza giustificazione. «L’Ucraina non si è molto sforzata di diventare uno Stato plurietnico, ma ha voluto costruire la sua identità in antitesi con la Russia è molto difficile costringere due etnie a convivere pacificamente, in Ucraina sarebbe stato ancora più difficile, ma ignorare totalmente l’orso russo, se si è piccoli, può far molto male. Forse a Kiev veramente qualcuno ha pensato che bastasse aderire alla Nato per averla dalla propria parte nella lotta contro la popolazione russofona e inevitabilmente poi contro la Russia». L’errore occidentale è stato, da parte di Bill Clinton e di Bush jr. soprattutto, quello di umiliare troppo Mosca con l’eccessivo, forse, avanzamento Nato verso est. Per questo la moribonda Nato, priva di scopi e di futuro, si diceva dopo il ’91, è rinata a nuova vita ottenendo un giro di vita che le assicura un decennio almeno di garantita e omaggiata esistenza. L’Italia si è resa dipendente dalla Russia per le forniture energetiche, ignorando e punendo le fonti alternative. Ci hanno obbligato a comprare il gas dalla Russia, distruggendo, Francia in testa, le nostre fonti energetiche nordafricane, ora con l’applicazione delle sanzioni alla Russia L’Italia dovrà rivolgersi alle fonti di carbonio per sopperire all’esigenze della nazione.

 Cercare di comprendere le culture diverse dalle nostre è il passo fondamentale per vivere in armonia. Normalmente, l’uomo ha paura dell’ignoto: ci spaventa ciò che non conosciamo. Solo con la conoscenza e il dialogo tra le popolazioni, anche molto diverse tra di loro, si potrà arrivare ad un mondo in cui nessun essere umano è sottomesso da un altro.

Maria Ragionieri

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