Transizioni generazionali

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Giovani liberi ma consapevoli

Partiamo da un mio personale assunto: la famiglia è la base fondamentale su cui costruire la propria vita. Con ciò non voglio inneggiare alle mamme chiocce o ai papà iperprotettivi (sono andato via di casa a 18 anni e non ci sono mai più tornato stabilmente a viverci), ma la famiglia deve essere la traccia indelebile interiore da cui le nuove vite partano nella loro realizzazione.

Detto ciò, comprenderete perché io stigmatizzi i genitori che pretendono di pianificare la vita dei loro eredi; stigmatizzo ancor di più gli eredi stessi che permettono passivamente tutto ciò: fa molto comodo non doversi preoccupare di pianificare nulla, se non le vacanze con gli amici o come passare il fine settimana, ma si perdono tutta una serie di emozioni che rendono la vita quella meravigliosa cosa che in effetti è.

Le transizioni generazionali nel passato erano una questione delicata principalmente in ambito aziendale: il passaggio dello scettro dal padrone/fondatore al figlio poteva essere un pericoloso trauma che spesso si rimandava nel tempo, quando l’erede ormai andava per i 50 e il genitore non aveva più le forze per gestire l’azienda. Certo, se la prole non vuole o non è in grado di prendere le redini, è giusto prendere un buon amministratore esterno (e che gli eredi facciano altro) ma già nel passato i genitori non ammettono facilmente questa fattispecie, per non frustrare gli eredi stessi.

Devo dire che quando il padre di una persona che conosco strabene vide il pessimo modo in cui disegnava il pargolo, non insistette per fargli studiare architettura per dar seguito ad un suo sogno, così come non insistette nell’intento di fargli studiare medicina per assicurargli un buon reddito (il pargolo era abbastanza impressionabile dal sangue…), ma almeno lo convinse a seguire la sua più forte passione che gli illuminava gli occhi sin da bambino, che però prevedeva un percorso difficile tanto quanto quelli citati prima. E il ragazzotto oggi è una persona molto felice (che grande invenzione, le automobili…) 

Se un figlio oggi dicesse di voler fare il carrozziere, gli si dovrebbe rispondere che se quello è ciò che desidera, va bene; se una figlia dicesse che vuole fare la sarta, andrebbe altrettanto bene. È che oggi troppi genitori sfogano le frustrazioni professionali sui figli, creando una folta schiera di studenti che non si laureerà mai, oppure di lavoratori che operano solo per lo stipendio a fine mese, non per la passione in ciò che fanno. E sì che ci sono ambiti professionali, come quello medico o quello scolastico, in cui conta prima di tutto la vocazione, molto più di tutti i titoli accademici, pubblicazioni scientifiche e amenità varie: sarà per quello che il livello di servizio in certi ambiti ha spesso delle grosse “opportunità di miglioramento”?

Tutto ciò parlando solo di mire professionali: e quando si parla di quelle sentimentali che succede? Fino a un po’ di anni fa la mira di parecchi genitori era il classico “buon partito” o la persona almeno dello stesso rango sociale, mire che tutt’ora sono ben vive nella nostra società. Oggi la situazione si complica ulteriormente perché ci sono due ulteriori variabili: il genere e la nazionalità di origine del partner. A parole siamo (quasi) tutti moderni: nostra figlia fidanzata con una ragazza di colore nigeriana non ci smuoverebbe di un millimetro, forse…

In sintesi, le nuove generazioni devono scegliere la loro strada liberamente, ma non il libertinaggio: non accetterei mai che un figlio faccia il punkabbestia di professione o il presenziatore fisso di rave party, perché quello vuol dire sprecare l’inestimabile dono che è la vita. Sì, sono per il tracciamento di un solco (estremamente ampio) nel quale i nuovi adulti costruiscano la propria vita, senza seguire obbligatoriamente le indicazioni dei genitori, ma seguendo le proprie (positive e rispettabili) inclinazioni: il resto sono discorsi da fare durante le rimpatriate familiari, senza rimpianti… 

Gerardo Altieri

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