Salvator Dalì, il dissidio tra realtà e immaginazione. Le visioni di un grande artista.

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Oggi viviamo in una società a due velocità che non si incontrano mai: da una parte la velocità del progresso che ha sempre fretta e corre velocissimo ed inarrestabile mentre dall’altra c’è la velocità della riflessione etica, molto più lenta. La straordinaria evoluzione tecnologica, culturale e sociale degli ultimi decenni, oltre a innegabili vantaggi, genera anche preoccupazioni e paure per la salute degli uomini ed il futuro dell’umanità. E questo per imporre i nuovi miti della società moderna, tra cui proprio il mito della libertà assoluta. Ma questa libertà assoluta spalanca anche le porte a molte dipendenze, a nuove e ancor più preoccupanti forme di dipendenze …  cambiamenti  negli stili educativi non sono omogenei, spesso le nuove modalità si affiancano a quelle vecchie o le integrano. E questo, soprattutto per prevenire dipendenze da droga, da alcol, ma anche da gioco d’azzardo e da internet che generano nuove forme di schiavitù, di emarginazione e quindi anche nuove fragilità psicologiche e nuove sofferenze. In generale possiamo dire che assistiamo negli ultimi decenni ad un mutamento dell’ottica educativa da un approccio centrato su adulti e giovani ad un approccio sempre più spesso centrato sul bambino, sul suo essere “perfetto” all’origine, in attesa solo di essere visto e riconosciuto dall’adulto, il quale si mette a disposizione del figlio per aiutarlo ad esprimere un valore intrinseco già presente alla nascita mentre al contempo l’adulto, rispecchiandosi in questo valore, si sente egli stesso dotato di valore.

Salvador Dalì nasce in Catalogna, a Figueras, l’11 Marzo 1904. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Madrid, dove conosce Garcia Lorca e Luis Buñuel. La sua prima pittura è connotata dalle influenze futuriste, cubiste, e soprattutto dall’opera di Giorgio De Chirico. Ben presto l’attenzione di Dalì viene attirata dalle riproduzioni di dipinti di Max Ernst; nel 1928 conosce Joan Miró e André Breton. L’anno successivo si reca a Parigi, dove partecipa alle attività del gruppo surrealista. Ma il surrealismo di Dalì é fortemente personalizzato: ispirato a De Chirico ed imbevuto di richiami alla psicanalisi freudiana, é caratterizzato da una tecnica minuziosa, levigata e fredda. Dalì stesso scrive, nel 1927: “Faccio cose che mi ispirano una profonda emozione, e tento di dipingerle con onestà, ovvero con esattezza”. Nel 1930 pubblica La femme visible, saggio dedicato a Gala, dal 1929 sua moglie, modella e musa per tutta la vita. Questo libro segna un nuovo orientamento di Dalì, che inizia a coniugare un realismo quasi accademico con un delirio deformante, talvolta macabro. L’ artista collabora con Luis Buñuel a due capolavori del cinema surrealista: Un chien andalou,1929; L’age d’ or, 1930. Nel 1938 Dalì viene espulso dal gruppo surrealista, e va negli Stati Uniti, dove resta fino al 1948, anno in cui fa ritorno in Spagna. Alla sua morte, nel 1989, lascia una notevole produzione, caratterizzata da un’acuta provocazione. Marchese di Púbol, conosciuto dal mondo come Salvador Dalì. I suoi baffi all’ insù, che si ergevano fino a toccare quell’insondabile pensiero che caratterizzò la sua esistenza, furono il suo tratto distintivo, sprezzanti di qualsiasi regola e formalismo, tesi a rimarcare la convinta superiorità rispetto agli uomini comuni. La sua convinzione venne avvalorata dalla famiglia, la quale, con consapevole follia, lo convinse di essere la reincarnazione di suo fratello, morto da bambino e chiamato anche lui Salvador. In tal modo venne proiettato in una dimensione surreale, a tratti delirante, in cui a lui e per lui tutto era possibile, poiché era diverso: era una creatura speciale in un mondo normale.

Questo continuo dissidio fra la realtà e l’immaginazione rimase un tratto costante per tutta la sua vita. Il dualismo emerse nitidamente nel pensiero politico. Infatti passò dal sostenere teorie comuniste in gioventù, fino all’appoggiare il regime franchista, che era tutto fuorché comunista. Successivamente definì se stesso un anarchico-monarchico. In tutta la sua esistenza furono l’eccesso e lo sgomento che doveva suscitare nelle altre persone le motivazioni principali che lo condussero a sostenere alternativamente una teoria o l’altra.  Nella pittura, l’arte che, fra le diverse abbracciate da Dalì, esplorò più a fondo e che lo rese celeberrimo, si può notare una fusione di stili, derivanti dalle più recenti correnti dell’epoca fino a scavare nel passato del rinascimento italiano. Infatti si possono notare influssi di Raffaello, di Piero della Francesca. Il tutto sapientemente fuso dal suo genio, in un coacervo di creatività.

Infine l’argomento più delicato e importante della sua vita riguardò il continuo contrasto fra la sua teoria atea e quella religione cattolica che lo chiamava a sé, tentandolo di abbracciarla. Fin dall’infanzia Don Esteban Trayter lo convinse che Dio non esisteva, aggiungendo che la religione era cosa da donne. L’idea lo incantò fin dal principio, poiché poteva verificarla ogni giorno in casa sua, in cui la madre, fervente cattolica, frequentava assiduamente la Chiesa e all’opposto il padre ne era tutt’altro che seguace. Infatti il padre, definendosi libero pensatore, arricchiva i discorsi più futili e banali con bestemmie magniloquenti e pittoresche e se qualcuno glielo rimproverava lui rispondeva cosìla bestemmia è l’ornamento più bello della lingua catalana. In quegli anni di amore per l’ateismo, sfogliando tra i libri del padre, trovava solamente libri sull’ateismo che rafforzarono ancora di più le sue convinzioni. Passò da Voltaire a Nietzsche, il quale aveva sancito la morte di Dio. Tuttavia il filosofo tedesco insinuò dei dubbi in lui, facendo sgretolare le sue più radicate convinzioni e portandolo in terreni fino a quel momento mai sondati, ovvero la possibilità dell’esistenza di Dio. Tra il 1949 e il 1950 visse un tormentato periodo caratterizzato dal turbamento religioso e dipinse la Madonna di Port Lligat, prima tela che potrebbe definirsi cattolica. Così come si era applicato per diventare un ateo perfetto, seguendo alla lettera i libri del padre, divenne un perfetto surrealista.

Dalì era tutto e niente, se qualcosa gli garbava arrivava a studiare per ore da bambino, altrimenti se non era di suo gradimento precipitava in un profondo e sconfinato ozio, fintanto che qualcos’altro di stimolante non gli stuzzicasse la mente. Era eccesso provocatore nella sua più alta incarnazione. Questa fu la magia di Dalì, la piacevole e sconvolgente naturalezza con cui, come un trasformista, sapeva balzare da un opposto all’altro destando sgomento, fascino e ammirazione, ma lasciando sempre un enigmatico dilemma in chi cercava di comprendere definitivamente questo suo giocare con gli opposti. Era un fulmine abbagliante, che dopo aver colpito gli occhi, come un tuono, distruggeva roboante le convinzioni mentali quando si rifletteva su ciò che si era visto, permeando la memoria di un indelebile e persistente ricordo.

Era inaccettabile il mondo per Salvador Dalì e la realtà lo oppresse, lo inorridì al punto da indurlo a cercare rifugio in una dimensione dove lo scorrere di un tempo inesistente, piegatosi alla memoria, poteva assumere la duplice valenza di liberazione e trappola inconscia, seppure capace di sfuggire ai perversi meccanismi della morte, esorcizzata tramite visioni oniriche a volte cupe, altre luminose, incessantemente contorte, inquietanti, eppure inclini a rendere legittima l’evenienza di una via di fuga.

 

 il suo look eccentrico caratterizzato da capelli e basette lunghe, pantaloni alla zuava e giacche dai colori sgargianti non poteva passare inosservato, la mano egregia e l’impronta avanguardista dei suoi dipinti estremamente affini al movimento cubista fecero scalpore. Ad ogni modo, nell’agosto del 1929 Salvador Dalì incontrò la propria musa e futura moglie: Gala, L’amore travolgente che si innescò tra Gala e Dalì fu fatale: non solo cancellò tutto quello che era venuto prima, tracciò il destino di quell’uomo geniale, che la posò al centro del proprio universo passionale, spirituale e creativo; nel nome di un’ossessione, di una dipendenza e una devozione inverosimile.  Salvador Dalì ha decisamente saputo rendere la sua stessa immagine il miglior capolavoro di sempre! In costante equilibrio tra lecito e proibito, tra genio e sregolatezza, 

È caratteristica dei grandi personaggi dell’arte moderna la strenua convinzione di possedere una personale visione del mondo e della realtà, ed è tramite tale convinzione che essi lasciano la propria impronta nella coscienza del mondo. Molti l’hanno tradotta in un linguaggio visivo personalissimo, inventando nuove tecniche pittoriche per sviluppare propri veicoli di espressione delle idee e dei sentimenti, senza necessità di una spiegazione letterale. Ma non fu il caso di Salvador Dalí. Dopo qualche schermaglia con poetiche e tecniche divisioniste e cubiste, oltre a quella del collega catalano Joan Miró, decise che le tecniche dei grandi maestri come Botticelli e Velázquez erano adattissime a ciò che egli intendeva esprimere. Tuttavia quello che Dalí voleva effettivamente comunicare rimase, in un certo senso, un mistero tanto per lui quanto per il suo pubblico, anche se ciò nulla toglieva alla sensazione che egli stesse dicendo cose importanti; il percorso di Dalí verso l’espressione artistica passava attraverso la liberazione delle idee latenti nella mente umana, sua in particolare, ossia un regno meraviglioso della memoria e dell’esperienza, ora reali, ora frutto d’invenzione; il tutto riflesso dallo specchio deformante della sua visione fantasmagorica. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che gli appassionati d’arte discutono ancora di lui e che il mondo intero lo consideri il prototipo dell’artista moderno. Dalí fu davvero un artista del suo tempo, sempre al corrente di tutte le nuove tendenze dell’arte e del disegno oltre che della ricerca psicologica e scientifica. Celebre per le sue eccentricità, non si è accontentato di dipingere: ha voluto essere un testimone del suo secolo, sempre alla ribalta. Nel caleidoscopio dell’arte moderna ha voluto essere attivo, arrivando a pretendere che l’influenza della sua concezione del mondo sorpassasse quella del pittore. Diversamente da altri, non perseguì nuovi metodi di espressione né cercò un nuovo linguaggio pittorico; era convinto che gli antichi maestri, soprattutto quelli rinascimentali, avessero innalzato la tecnica pittorica a un livello di perfezione difficile da superare. Condusse continue ricerche su tali tecniche, adattandole al proprio uso. E così introdusse nelle sue opere, in una maniera chiara ed elegante e tramite un disegno squisito, memorie dei pittori del Rinascimento, idee provocatorie e originali che secondo lui fornivano una spiegazione del proprio mondo e di quello dei suoi contemporanei. Analogamente a molti maestri classici, il Dalí artista si espresse per metafore inventando una propria versione della mitologia antica. Si tratta forse di un concetto difficile da comprendere a chi pretenda spiegazioni razionali per tutte le cose; questo tuttavia, non è né mai è stato lo scopo della grande arte, la quale parla per se stessa a coloro che guardano con tolleranza e mente aperta.

Le immagini di Dalì sono certamente documenti dell’attività inconscia del pittore, e come tali, interpretabili psicanaliticamente, anche nei loro aspetti più inquietanti e patologici. Ricordando però sempre quanto le differenzia dalle semplici testimonianze, pur brillanti e preziose, che potrebbe fornire un qualsiasi altro soggetto, affetto da analoghe forme di nevrosi o di psicosi: la loro innegabile elezione estetica, la loro perfezione formale, in ultima analisi, la loro bellezza, anche quando questa sembra adombrarsi nei fantasmi del macabro e in quelli di una troppo facile seduttività erotica. Salvador Dalì sarà sempre un virtuoso della pittura, un cultore della tecnica, un inesausto limatore della forma. E’, in fondo, la fede nella forma che dà ordine e misura al suo pensiero, consentendogli di simulare la follia senza restarne sopraffatto; permettendogli di attraversare, senza patirne irrimediabilmente, gli incessanti sconvolgimenti della materia in perenne metamorfosi.

 La figura di Salvador Dalí un uomo eccentrico, difficile da comprendere, a tratti delirante, a volte controverso e sempre esagerato. Tuttavia, in lui vi era anche una tecnica minuziosa e infallibile che gli permetteva di captare le sue emozioni più profonde per portarle alla luce. Era un esploratore della psiche, uno psiconauta che non ha mai avuto bisogno di alcuna droga per raggiungere l’estasi creativa, perché la sua mente era lo stimolante migliore. Dunque Dalì stimolato verso un intento programmatico di giungere ad uno stato mentale in grado di superare i limiti della creatività cosciente e razionale, determinando in tal modo l’accesso ad una nuova dimensione conoscitiva ed espressiva fino ad allora repressa. Lo sforzo di accedere ad un grado di realtà superiore dove la dimensione onirica potesse prendere il sopravvento sulla razionale realtà, la spasmodica ed ossessiva ricerca delle chiavi di accesso al mondo oscuro e misterioso della psiche, depositario della psicosi dell’artista passando attraverso la perdita della propria identità cosciente e il distacco dalle certezze razionali del mondo fisico. Lo stesso Dalì in uno stato di esaltazione delirante e creativa, affermò: “ io non mi drogo io sono la droga “

Maria Ragionieri

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