Pianificare prima di andare. Si salvi chi può

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È nuovamente tempo di vacanze. Ed è quindi tempo di preoccuparsi un’altra volta di tutta una serie di cose che con il senso profondo delle vacanze sembrano proprio “fare a pugni”. Che si tratti di una vacanza all’insegna del relax “nudo e crudo” o caratterizzato da elevato dinamismo fisico (tipo, trekking sull’Himalaya), di fondo l’obiettivo sarebbe quello di andare “in vacanza” almeno col cervello. Quando, però, la sola pianificazione di viaggio, soggiorno e attività da fare, brucia più neuroni di un corso annuale di fisica quantistica, e la preparazione psico-fisica e materiale delle vacanze desta più preoccupazioni, e scatena più tensioni, di un incontro casuale con un grizzly in un parco naturale del Nord America, dobbiamo ammettere che “c’è qualcosa che non va”.

A metterci sotto pressione, arriva prima di tutto (anche in ordine temporale), il famigerato “piano ferie” aziendale (o peggio ancora quello “familiare”): una pretesa assurda, di un datore di lavoro quanto di una moglie/compagna, di preveggenza temporale e, nel contempo, di determinazione e decisionismo in un momento dell’anno (solitamente tra gennaio e febbraio), in cui tutto riesci ad immaginare tranne di essere “svaccato” al sole, con un mojito in mano, lontano da questioni lavorative e rotture quotidiane di ogni ordine e grado. L’unica cosa per cui sarebbe utile questa “sveglia anticipata” in pieno inverno, è quella di fare da “promemoria” alla buona intenzione di togliere, entro l’estate, quella fastidiosa e anti estetica pancetta (così definita anche quando la cosiddetta “pancetta” ha le dimensioni di un intero suino), con un tempo ancora ragionevole per fissare degli obiettivi e, finalmente, centrarli. Per fortuna, il buon proposito viene presto sommerso da email e telefonate di lavoro e dalla priorità di dover acquistare velocemente su internet una “sfera di cristallo” per individuare il periodo di ferie migliore che vada bene per il datore di lavoro, per la suddetta moglie/compagna e che sia conciliabile con gli impegni dei figli, con le visite specialistiche dell’anziana suocera, con l’allineamento dei pianeti-amici dei segni zodiacali di tutti i componenti della famiglia e con una disponibilità finanziaria minima per potersi permettere una vacanza decente.

Con l’approssimarsi, poi, del fatidico giorno, le tensioni aumentano in maniera almeno direttamente proporzionale al desiderio di trovarsi già in ferie. I primi a manifestare i consueti nefasti effetti sono problemi di guardaroba. Problemi “qualitativi”, per te che ti sei “distratto” un po’ e che hai perso quei tre o quattro mesi buoni per dimagrire e adesso non sai più a che santo (o santone) rivolgerti per trovare il modo (e il coraggio) di esporre parti del tuo corpo che non vorresti far vedere neanche ad un imbalsamatore di defunti. Problemi “quantitativi” per la tua “lei” che, dopo aver caricato un Flixbus di bagagli contenenti solo vestitini, prendisole, sandali e “chanel”, si dispera e si lamenta per non aver un guardaroba sufficiente e adeguato per le successive due settimane, nelle quali passerà l’80% del suo tempo in bikini, se non in topless.

Ad una settimana dalla partenza, la pressione è solitamente alle stelle. Aumentano i litigi, aggravati da “futuli motivi” (l’ISTAT dovrebbe analizzare meglio quante separazioni, divorzi e colluttazioni familiari avvengono nei sette giorni che precedono le vacanze!), la tensione si taglia con un coltello, senza neanche la necessità che sia affilato, e al solo parlare di ferie, lo stomaco va in subbuglio tra spasmi e conati di vomito (con grande soddisfazione delle lobbies farmaceutiche, da tempo sospettate di aver creato il concetto stesso di “vacanze”, o quanto meno l’obbligo del piano ferie, e dell’invenzione della moglie/compagna, appositamente per aumentare le vendite di prodotti anti acido e anti spasmi per lo stomaco e altri medicinali per disagi gastro intestinali correlati).

I due giorni precedenti le tanto agognate vacanze, infine, sono quelli che più fanno rimpiangere di non essere nati in pieno medioevo, quando la “vacantia” (neutro plurale sostantivato di vacans, vacante, vuoto) coincideva con la sola dipartita dalle spoglie terrene o con un periodo di fermo forzato dovuto a cause giustificative di assenza, che anche per il feudatario di turno erano accettabili, quali contagio da peste o colera o assedio da parte di eserciti invasori. Lo stress e la stanchezza accumulati in vista delle vacanze, a questo punto, sono tali da giustificare, da soli, le stesse ferie e un periodo variabile da tre a sei mesi in analisi da uno psicologo bravo. Uno che spiegherà, al paziente di turno, che una delle cose più affascinanti della mente umana è l’innata capacità di rimuovere i traumi, talmente in profondità, da riuscire a non lasciare tracce percepibili. Purtroppo, sembra, nemmeno per aiutarci a non ricadere nelle stesse trappole mentali e negli stessi madornali errori. Il substrato ideale, insomma, per ritrovarci esattamente allo stesso punto e nelle stesse condizioni, l’anno prossimo, al grido di “stessa spiaggia, stesso mare”, stessi problemi. Pancetta inclusa, ovviamente!

Nemo

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