Pensiamo al viaggio e già siamo lontani.

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 Il tema del viaggio è vecchio come la letteratura stessa, basta ricordare le radici della letteratura europea in Grecia e l´esempio particolare dell’opera di Omero, la Odissea. Evidentemente l’erranza dell’uomo nel mondo era una delle tematiche più naturali per i primi autori. Il viaggio assume attraverso i secoli diverse forme e significati. Questo lo scopo per  evidenziare come la letteratura europea presenta il tema del viaggio e come il viaggio viene interpretato da diversi autori in epoche diverse All’inizio occorre valutare il viaggio anche  dal punto di vista etimologico, la parola venne introdotta in italiano dal provenzale viatge, in francese antico veiage, evoluzione spontanea del latino viaticum nel senso di “provvista necessaria per il viaggio” che era la cosa più importante di chi si metteva in viaggio, ed il significato del viaggio è “azione del muoversi per andare da un luogo a un altro.” Il termine viaggio ha diversi sinonimi: il cammino, il passaggio, il transito, il pellegrinaggio, e il concetto di viaggio si usa anche nel senso metaforico: la fine del viaggio, la morte, il cammino, il corso della vita, il passaggio dal mondo dei vivi. Il primario significato del viaggio era un paradigma dell’esperienza autentica e diretta. L’esperienza nel senso di “conoscenza del mondo, della vita.”  Cominciando ad analizzare il tema del viaggio sorge una domanda particolare, cioè come il viaggio può influenzare la vita dell’individuo? Il vero è che nel senso stretto della parola si tratta dello spostamento fisico, al quale però si aggiungono altre qualità che suscitano qualche effetto sull’individuo. Accennando al senso sociologico ed anche a quello filosofico del viaggio, quando spostandosi l’uomo assume varie esperienze e conoscenze che arrichiscono la sua mente. Il viaggio non è soltanto una forma di divertimento, come viene spesso percepito oggi, ma è anche uno strumento dell’educazione e dello sviluppo intellettuale. Il viaggio può avere effetti straordinari sull’individuo, lo spostamento e lo spaesamento possono modificare del tutto l’identità dell’uomo. Le influenze della rilocalizzazione culturale e sociale erano osservabili fin dall’inizio del fenomeno del viaggio nella letteratura. Questa influenza dello spostamento nello spazio è evidente in ogni epoca della storia umana. Quando si pensa alla letteratura antica vengono in mente gli eroi che erano sottoposti a diversi viaggi per provare le loro proprie virtù e forze. Questi viaggi non erano compiuti volontariamente ma per la volontà degli dei. Tale viaggio aveva una struttura fissa, si trattava della partenza di un eroe il quale era costretto a lasciare il proprio paese ed era sottoposto a diversi ostacoli attraverso i quali doveva assumere la saggezza o trovare un tesoro, come ad esempio il “vello d’oro” nella storia di Giasone e degli Argonauti. Alla fine c’era sempre il ritorno, che doveva verificare la forza e la saggezza dell’eroe. Si può dire che questi viaggi letterari avevano una struttura fissa e circolare siccome presumevano sempre il ritorno, e questo concetto del viaggio rimase immutato per secoli. Nel senso religioso il viaggio può rappresentare una forma di penitenza o di purificazione, che avrebbero avuto origini già nella storia della creazione del mondo e della cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden. Nel Medioevo questo tipo di viaggio si trasforma in pellegrinaggio, quando il protagonista deve compiere un viaggio allo scopo di purificarsi o di beneficare altri, così dovevano essere perdonati tutti i peccati del pellegrino. La convinzione che il viaggio possa cambiare qualcosa nella vita si può notare anche nella letteratura moderna, i protagonisti moderni hanno la necessità di partire, di spostarsi, di viaggiare appunto per qualche spunto esistenziale, sia esterno che interno. Un altro tipo di viaggio costringe Marco Polo e Rustichello da Pisa a scrivere il Milione, in cui si riflette la famosa esperienza del viaggio di Marco verso destinazioni sconosciute fino ai loro tempi. Quest’opera serve anche come uno straordinario modello della letteratura odeporica, sviluppatasi nei tempi successivi grazie a vari diari di viaggi di diversi autori, non sempre scrittori di professione. Questa forma letteraria è molto utile fino ad oggi per trasmettere ai lettori informazioni su destinazioni spesso irragiungibili fino ai loro tempi. In effetti il mercante è il nuovo tipo di viaggiatore, mescola la forma fiabesca con informazioni molto pragmatiche e storicamente particolarmente interessanti anche dal punto di vista etnologico. Marco Polo ebbe successo proprio grazie alla collaborazione con uno scrittore esperto che diede forma letteraria alle sue memorie.  Ancora un altro elemento di viaggio entra in scena sin dalla letteratura del Medioevo, il nuovo protagonista, il cavaliere, viaggiatore solitario che gode di grandi privilegi nella società di quei tempi. Questo tipo di viaggiatore è sempre disposto a vivere nuove avventure, non resta mai in un luogo. A lui è familiare l’incanto dei boschi e della magia. La concezione del viaggio medievale rappresenta la sintesi della fede e dell’avventura militare. Gli autori cercavano di avvicinare la religione ai lettori attraverso racconti fantastici. In questi tempi nascono le famose storie di Lancilotto o dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Un’opera particolare ed unica del Medioevo e della letteratura del viaggio è senza dubbio La Divina Commedia di Dante. In quest’opera il tema del viaggio assume un ruolo importante accanto a quello della religione. Appunto il protagonista di quest’opera, il Dante stesso, si sottopone ad un viaggio. Si tratta di un viaggio metafisico influenzato dalla mitologia antica Virgilio fa da guida a Dante che si è perso nel bosco dell’Inferno. Già dalla prima strofa si può sentire l’accenno al viaggio da percorrere: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smaritta.” Dante viene considerato come uno scrittore che varca il confine tra il Medioevo ed il Rinascimento. La sua grande opera non tratta soltanto le tematiche religiose ma si può affermare che sviluppa anche il tema del viaggio filosofico nella letteratura, che influenza esplicitamente o implicitamente tanti scrittori fino ad oggi. Infatti nella letteratura successiva appaiono diverse interpretazioni del percorso dall’inferno attraverso il Purgatorio al Paradiso. Il tema del passaggio tra l’Inferno e il Paradiso è onnipresente nella letteratura in diverse forme fino alla produzione letteraria contemporanea. Come in altre opere letterarie, anche qui si vede che il viaggio rappresenta grande una metafora della vita, dando agli autori strumenti per descriverla a perfezione. Nuove scoperte e l’interesse dell’uomo per l’ignoto favoriscono lo sviluppo della letteratura filosofica la quale riflette sul ruolo dell’uomo nel mondo, soprattutto dopo la scoperta di Cristoforo Colombo, quando gli europei devono accettare il fatto di non essere gli unici sulla terra. Il sistema religioso e filosofico medievale deve adattarsi alla nuova situazione ed alla nuova struttura della concezione del mondo. Il concetto della curiositas, tanto oppressa nel Medioevo, diventa lo strumento principale di ogni viaggiatore e scrittore. Mentre il Medioevo considerava la curiositas come un peccato veniale il quale doveva condurre gli uomini ai valori materialistici.  Dopo alcuni secoli il viaggio diventa lo strumento di arricchimento spirituale dell’uomo ed effettivamente viaggiando e conoscendo il mondo si arrichisce anche la letteratura. Una particolare forma del viaggio è quella filosofica che deriva dall’idea che “il viaggio nello spazio sia un viaggio nel passato è una ricerca delle origini, della storia dei tempi precedenti l’ultimo inizio, i «giorni prima del diluvio».” Il viaggio filosofico è originariamente molto legato alla fonte della cultura occidentale che nasce in Egitto e più tardi si trasferisce anche in Grecia, Palestina o Roma. I filosofi studiarono le culture antiche per capire meglio le proprie radici, le origini dell’ordine culturale del quale si sentirono membri. Il fatto interessante è che gli antichi non consideravano interessanti le civiltà periferiche, quelle vengono considerate importanti soltanto in epoca rinascimentale. Il viaggio filosofico ha carattere storicizzante, tende di percepire il proprio tempo, la propria contemporaneità attraverso il passato, è praticamente un confronto tra il nuovo ed il vecchio. Il viaggio filosofico ha il suo esempio particolare nella Commedia di Dante, il quale narra attraverso vari incontri con le persone delle diverse epoche, attraverso questi incontri Dante cerca di esprimere importanti concetti morali. Nel Rinascimento, scoprendo la geografia ed il viaggio come modo di cogliere conoscenze scientifiche e culturali, nasce una nuova forma del viaggiatore. Si tratta di un individuo più moderno e più libero. Dopo la liberalizzazione della morale nella società che avviene già nel Rinascimento e continua a liberarsi fino ai tempi moderni.  Nel Romanticismo il viaggio viene concepito come un fenomeno ormai molto diffuso, viaggiano gli studenti ma anche i loro professori, si varcano i confini e si dissolvono le conoscenze. Le conoscenze che poi vengono trasmesse nel mondo grazie all’educazione e ai libri. Per un uomo erudito è praticamente obbligatorio compiere almeno un viaggio di studio e si parla dell’epoca di cosi detto “Grand Tour” di giovani studiosi europei. I viaggiatori moderni diventano acuti osservatori, e gli osservatori sono spesso quelli che mettono le proprie esperienze sulla carta. In età moderna il viaggio diventa azione volontaria e di piacere, non ha più le caratteristiche dei viaggi del passato. Nella nuova situazione nazionale l’individuo ed il suo ruolo nella società moderna il viaggio negli ultimi secoli spesso diventa una fuga dell’individuo che desidera scoprire la propria umanità nel mondo tecnicizzato e stressante.

 

“Il Novecento vede il viaggio come fuga che si evolve in erranza, in inquieto nomadismo, in mancanza di certezze, ma anche soprattutto di illusioni. L’arte esplora, però, anche nuovi orizzonti: in alternativa al nomadismo, all’inesauribile movimento nello spazio, inizia il viaggio nell’anima e nella memoria, negli spazi della coscienza e dell’identità o in alternativa si muove negli spazi minimi, spesso cittadini. La città è ostile, ma nell’impossibilità di altre scoperte geografiche, offre vicoli e sobborghi da osservare ed esplorare come labirintiche proiezioni della negatività del progresso.”

 

La problematica del viaggio e della sua influenza sull’identità dell’uomo e si può affermare che l’identità ha le sue radici nella società in cui essa si sviluppa e si determina, si può dire che cambiare paese o compiere qualsiasi spostamento comporti necessariamente qualche cambio dell’individuo. Proprio il fenomeno del viaggio è una storia dove si sviluppano l’identità e la complessità dell’anima del protagonista. Si può anche sostenere che l’identità nasce dal nulla e cresce soltanto attraverso i rapporti sociali.  Basta solo un piccolo passo ed il protagonista del viaggio è sottoposto a diverse situazioni e peripezie.  Lo spostamento di un individuo in un luogo diverso può comportare cambiamenti quindi un’identità confrontata con i concetti nuovi.  Già da questo punto si può determinare un destino particolare si possono individuare tre possibilità  con l’identità dell’individuo : o viaggia sotto un’identità nascosta, o con la vera e propria identità, ed infine addirittura sotto un’identità tutta inventata o adattata alla situazione particolare. La letteratura è ricca di simili esempi, famosi sono i giochi di Luigi Pirandello con i suoi personaggi. Lo illustra bene il personaggio del romanzo Il fu Mattia Pascal che riesce ad inventarsi tutta vita nuova: cambiando città cambia la propria vita, la propria identità. La problematica dell’identità del personaggio letterario può avere ancora altre forme e livelli. Il costringere il protagonista ad un viaggio è uno degli strumenti più adoperati dagli scrittori, soprattutto nella letteratura moderna e contemporanea quando più che mai sono attuali le tematiche dello spaesamento, dell’emigrazione e dell’estraneità dell’uomo nella vita industriale.

Quindi il viaggio, inteso non soltanto come spostamento fisico verso mete esotiche ma come disposizione al confronto e all’incontro, possa essere uno strumento di esaltazione della vita stessa e quanto sia importante non rimanere immobili, confinati nei limiti angusti della propria casa e della propria cultura. L’umano è sempre stato caratterizzato da un’irrefrenabile spinta in avanti, dalla voglia di oltrepassare i propri limiti, concetto incarnato pienamente dalla figura di Ulisse. A tal proposito il filosofo Santayana nel suo saggio Filosofia del viaggio, analizza la differenza ontologica tra animale e uomo, soffermandosi sul diverso utilizzo della facoltà del moto, che nel caso dell’animale è usata esclusivamente per la sopravvivenza, nel secondo per la scoperta e la curiosità di esplorare, non necessariamente con lo scopo di soddisfare un bisogno primario.
Dunque, il viaggio come esperienza tipicamente umana di alterazione e assimilazione, come forza rigeneratrice che abbatte gli schemi mentali e porta illuminazioni impreviste e inedite che aprono innumerevoli possibilità, non solo per l’individuo ma anche per la collettività, se vissuto fino in fondo. Dunque, soffermarsi  sui tre momenti principali del viaggio, che presentano caratteristiche differenti: la partenza, vissuta come perdita affettiva, il transito, periodo di movimento che comporta disagio e squilibrio e produce determinati pensieri, esigenze e scopi, e, infine, l’arrivo, visto come tentativo di fondare una nuova unione tra soggetto e contesto. La soggettività dell’io in viaggio subisce particolari stravolgimenti, tanto che il viaggio sembra avere, come già detto, effetti determinanti sull’identità che può essere modificata, fuggita o trasfigurata. Vediamo in particolare nella figura di James Boswell, che poneva in stretta connessione la sua professione di attore e la sua pratica di viaggiatore, come cambiare spesso scenario possa permettere perfino di giocare con la propria identità e, scoprendo nuovi volti di sé stessi, giungere a un’unicità irriducibile. Il viaggio, pertanto, può anche essere inteso come “potenza negativa” che, spogliando il viaggiatore delle sue sicurezze e togliendolo dal proprio contesto rassicurante, lo libera dai preconcetti su di sé, permettendo così di “guadagnare la vita perdendola”. L’inatteso, infatti, elemento ricorrente nel viaggio, è un forte elemento di trasformazione, che porta il viaggiatore a vivere esperienze altrimenti impossibili in casa propria, e a mettere in luce comportamenti, pensieri, paure prima sconosciuti, che portano inevitabilmente a un arricchimento. Alla luce di queste considerazioni, si conclude con l’immagine della spirale, contrapposta a quella consueta per indicare il viaggio, quella del cerchio, che vede nel ritorno, un ritorno all’origine. L’immagine della spirale perché, il viaggiatore, se vive il viaggio come esperienza di confronto e arricchimento, nel momento in cui ritorna alla propria dimora, si ritrova inevitabilmente cambiato. E pertanto, il ritorno all’origine è al tempo stesso un allontanamento progressivo dall’origine. A ogni viaggio, a ogni esperienza nuova, ci si allontana sempre più da quello che si era al momento della partenza. Analizziamo le viaggiatrici donne, il flâneur, e il turista, notevolmente diverso dal viaggiatore classico. Per quanto riguarda le viaggiatrici c’è da dire che, da sempre, la donna è stata associata alla casa e dunque alla stabilità, a differenza dell’uomo che aveva la possibilità di incarnare caratteristiche opposte quali avventura e mobilità. Questo binomio contrapposto si è verificato esemplificato nella coppia Ulisse/Penelope, che ha influenzato notevolmente letteratura e cinema. Le donne hanno dovuto lottare per uscire fuori da questa categoria imposta e prendersi il diritto di viaggiare, il diritto alla libertà, sfidando e smentendo pregiudizi sociali secolari mantenendo tenacia e dignità, avendo il coraggio di mostrare una diversità che negli anni passati doveva essere molto scomoda da esibire. La figura controversa del flâneur, nata nella Francia dell’Ottocento; si trattava di una categoria poco definita di uomini, in genere intellettuali, che vagavano per la città, tra la folla, osservandone i comportamenti e, nei loro ozi provocatori, sfidavano l’impianto funzionalista e la rigida organizzazione del lavoro tipica industriale. Oggi il flâneur sembra tornato in voga per descrivere alcune pratiche di viaggio ed esplorazione dei luoghi e di relazione consapevole con le persone e i contesti.
Il flâneur sembra rappresentare lo smarrimento tipico dei nostri giorni, in un mondo sempre più impersonale, ma anche la voglia di instaurare nuove relazioni coi luoghi. Infatti il suo modo di viaggiare va contro le dinamiche consumistiche di massa e esalta la dimensione intellettuale come elemento regolatore del rapporto tra individuo e luogo visitato. La perdita di senso del viaggio, la trasformazione del mondo e dei luoghi in spazi sempre più impersonali, l’avvento della tecnologia e la svalutazione del viaggio nelle sue caratteristiche essenziali trova corpo in un tipo di viaggiatore moderno, il turista che  con i suoi viaggi prestabiliti, il suo orrore per i tempi morti e vuoti, la sua ansia di controllo e comunicazione virtuale col luogo lasciato, durante il viaggio, abbia ribaltato le caratteristiche del viaggio, privandolo della libertà, del vero incontro e dell’imprevisto, riducendolo a prodotto di commercio, consumato prima ancora di essere effettuato. Leed nel suo libro La mente del viaggiatore individua una “disperazione commuovente” nei tentativi dei viaggiatori di distinguersi dalla massa dei viaggianti e di evitare i turisti e dove si raccolgono; ma questo conferma solo il fatto che il viaggio non è più un mezzo che permetta di distinguersi. Il viaggio, così, passa da esperienza eccezionale qual’era a fatto di routine.
La velocità degli spostamenti, il progresso tecnologico in particolare nell’ambito della comunicazione e la globalizzazione con i fenomeni di omologazione che ne conseguono, hanno modificato notevolmente le modalità di approccio all’Altro e all’altrove. Si è meno disposti, meno curiosi di incontrare la diversità nello scenario rassicurante del turismo globale, vi è una mancanza di apertura e fiducia, che sfocia in una sempre più frequente gestione controllata dell’incontro, che si estende al viaggio, ma che in realtà inizia in casa propria.
Il viaggio, invece, nega l’identico, la ripetizione, nega che tutto sia omologabile, nega la paura del diverso. Viaggiare è lasciarsi scuotere, incontrarsi; non si viaggia nella pura conferma di sé, una conferma irreale perché, “Ogni vita reale è incontro”. Il filosofo Bauman, in proposito, individua la pericolosità di considerare l’altro come una minaccia alla propria identità, alla propria cultura, proponendo invece un’apertura, un’integrazione come chiave di nuove forme di umanità. Il viaggio visto come apertura al diverso, come rimessa in gioco della relazione umana, carente in epoca post-moderna, può infatti costituire la via verso nuove possibilità di vita, di tolleranza e di creatività culturale. Perché la creatività è un prodotto della relazione non dell’isolamento, ed è solo con la relazione che si creano ponti su cui transitano persone e idee in entrambe le direzioni, espressioni di incontri e intrecci di esperienza.

Il viaggio, in tutte le sue dimensioni, educa e porta il viaggiatore a una maggiore consapevolezza di sé, del proprio mondo interiore e della realtà circostante.  

Sicuramente oggi viaggiare appartiene al nostro quotidiano, al punto che non è mai stato così facile, eppure raramente ci si interroga sul suo intimo valore. Il viaggio è diventato anche uno slogan turistico, una metafora abusata, o la funzione essenziale del nostro essere sempre in rete. Spesso si riduce a un semplice spostamento, a una dislocazione dei consumi, e può indicare tanto una vacanza organizzata quanto i trasbordi dei migranti. Tuttavia, a livello antropologico e sociologico, nel viaggio è in gioco qualcosa di umano e dell’umano, che lo distingue dal fare turismo e dal vagabondaggio: il viaggio può essere assunto come una grande metafora proprio perché si nutre nello scambio di significati con l’esistenza dell’uomo. Se la vita è un cammino, i luoghi del viaggio piani o aspri, solari o oscuri, corretti o errati sono anche momenti che scandiscono il ciclo vitale dell’essere umano. I momenti e i sentimenti del viaggio riescono a significare qualcosa della vita con una capacità linguistica quasi immediata e universalmente comprensibile: “è un momento davvero buio”, “ha smarrito la strada”, “è proprio partito”, “non riesce più ad andare avanti”, “no, ha deciso di tornare indietro”… Ma cos’è davvero il Viaggio? Una presa di coscienza dell’altro, un’alterità che ci interpella e ci costringe al confronto, un’esperienza che non è possibile senza una frattura, senza un distacco da noi stessi. E’ per eccellenza l’esperienza della differenza. Tale esperienza implica infatti una rottura, un’uscita da sé, dal proprio tempo, dal proprio spazio, e dalla propria cultura L’intuizione e la percezione di un’alterità che affascina sottilmente, e con cui ci si confronta, sono essenziali al viaggio. Probabilmente nessuno viaggerebbe più se fosse sicuro di non incontrare davvero niente di diverso rispetto alle coordinate solite di riferimento, e ci si limiterebbe solo a spostamenti da un luogo all’altro, entro un universo organizzato dove è già tutto noto. E’ vero, il viaggio sta diventando anche un prodotto di consumo, ma in questi casi si tratta di una dimensione senza incontro, in cui non c’è allontanamento da sé ed esodo verso l’Altro. E il viaggio stesso diventa tanto più interessante quanto più restituisce a se stessi, dopo il passaggio intenzionale attraverso una diversità riconosciuta come tale nella sua forza di provocazione e di confronto. Negli intrecci di alterità del viaggio, sono presenti dimensioni spaziali e temporali, ma soprattutto umane e culturali. In bene o in male, viaggiare è tra umani, cosicché viaggiare equivale a visitare comunità diverse, o conoscere il diverso nella stessa comunità, o dentro di sé. Non solo perché a viaggiare è l’uomo, ma soprattutto perché il viaggio avviene con sé, con l’altro e tra gli altri. Il viaggio di chi parte suscita un viaggio anche in chi ospita, l’apertura alla diversità vale nello stesso modo e con la stessa forza sia per chi viaggia che per chi ospita. Senza percezione di alterità e di dislocazione spazio-temporale, non c’è propriamente viaggio. Senza consapevolezza, si resta viandanti. Il jet-lag, considerato in senso lato, e il disagio, infine, sono parte integrante del viaggio autentico. 

 

L’idea del viaggio comincia a prendere forma lentamente nella cultura e nei valori di un individuo, nella sua personale esperienza, costituita da tutte le fiabe ascoltate da piccolo, da tutti i luoghi sognati da giovane… Si viaggia prima di nascere, si viaggia durante il parto, e poi sarà una lunga sequenza di spostamenti più o meno concreti, dal muovere i primi passi, sino ai fantastici voli in paesi da fiaba: il lento affacciarsi alla finestra del mondo, del resto, è fatto di aperture verso l’esterno, verso il possibile e l’impossibile. In questa accezione di curiosità nell’apertura al mondo, il viaggio continua nella scuola, il mito della lontananza temporale e spaziale si realizza nella storia di antichi popoli e terre lontane; prende forma una prima struttura in cui il fantastico e il fiabesco si trasformano in desiderio di sapere e di capire. Narrazioni sempre più ampie e numerose, veicolate dai mezzi di comunicazione, contribuiscono alla cultura del lontano nel qui e ora: in questo modo lo sguardo può spaziare potenzialmente in ogni punto dell’universo; attese, timori, aspettative e fantasie non svaniscono, ma vengono proiettate in altri tempi e in altri luoghi. Tutto ciò fa parte dell’esperienza di ognuno; il nostro passato, la nostra cultura sono densi di viaggi e di emozioni che ritornano più intensi e marcati non appena ci si accinge a ripartire. Le narrazioni di chi ha già viaggiato sono un potente mezzo per avviare l’immaginazione e la prefigurazione di altri luoghi, prima solo evocati, dimenticati e ancora narrati; col tempo si depositano le immagini e i significati, i valori e gli stereotipi di quell’altrove, che verrà connotato come più o meno attraente per un ipotetico viaggio. Come mai il Viaggio appartiene a tutti? Una certa disponibilità all’apertura e al confronto esiste sempre nelle esperienze di viaggio. L’uomo è portato spontaneamente al movimento, non alla quiete, e c’è anche chi dice che il dolore altro non sia che assenza di movimento. Se l’esperienza umana è movimento, viaggiare ne è la specificazione. Così, la chiusura e l’immobilismo sono spesso indici di una certa reticenza a viaggiare, mentre il dinamismo e la curiosità, espressione diretta. L’emozione gioca un ruolo di primo piano nella scelta e nella pratica del viaggio: dalla prefigurazione degli eventi, alla creazione di aspettative, dalla ricerca di conferme delle aspettative e di testimonianze sulla meta, allo stretto legame affettivo con gli oggetti raccolti sul cammino, fino alla fase dei ricordi e delle narrazioni; e, ancora, in occasione di nuove scelte di viaggio, grazie al passaparola e ai racconti delle esperienze emotive dei conoscenti. In altri termini, la connotazione emotiva fa parte del nostro modo di rapportarci con il mondo. Leggendo i resoconti e i diari dei viaggiatori nel corso del loro andare, non è difficile trovare numerosi riferimenti alle emozioni suscitate di fronte a certi eventi. Ogni epoca e ogni cultura presentano differenze a volte notevoli su cosa sia fonte di emozione e, comunque, ogni viaggiatore ha provato gioia, stupore, terrore, meraviglia o delusione in relazione a ciò che incontravano i suoi sensi. Come a sottolineare le differenze personali e culturali che interessano direttamente il rapporto emotivo del soggetto con ciò che viene percepito, possiamo sostenere che il disagio, lo stupore e il senso di sorpresa, accompagnano da sempre chi affronta realtà estranee, proprio perché si tende a leggere l’ambiente con i parametri della cultura di appartenenza. I sentimenti provati nei confronti dell’ambiente provengono da basi biologiche e culturali: la preferenza per panorami naturalistici sarebbe un retaggio delle nostre origini di ominidi sviluppati nelle pianure della savana, mentre il giudizio di valore (positivo o negativo) riservato al profilo dei grattacieli newyorkesi deriverebbe da valori culturalmente determinati. Spesso cultura e natura si mescolano tra di loro e le differenze si fanno più sfumate. Anche all’interno della stessa cultura, tuttavia, la piacevolezza dei luoghi varia in relazione agli atteggiamenti del singolo e al modo in cui intende vivere quello spazio un luogo di lavoro comodo e funzionale, ad esempio, non avrà le stesse caratteristiche di un ambiente di svago o di vacanza. La situazione della vacanza, che per molti occidentali coincide con un viaggio, viene generalmente vissuta come un periodo in cui le stimolazioni ambientali sono calibrate in base ai desideri e alle aspettative del turista, ma non solo: il giudizio positivo su un’esperienza non deriva unicamente dalla conferma delle proprie aspettative, ma pure dall’incontro con eventi inattesi che generano sorpresa. Il luogo della vacanza non dovrebbe essere del tutto prevedibile, dovrebbe lasciare spazio a situazioni inattese che possano suscitare una piacevole sensazione di meraviglia e una forma di sfida all’adattamento. Il nostro legame affettivo con gli ambienti, infatti, dipende anche da quanto questi luoghi “significano” per noi, da quanto ci consentono di mettere in atto comportamenti di esplorazione, di sfida della complessità e di attrattiva verso la conoscenza. Il rapporto con lo spazio è, dunque, non solo di tipo cognitivo bensì, pure, fortemente affettivo: si tende ad agire l’esplorazione e la ricerca di novità al fine di massimizzare il proprio benessere e, spesso, la vacanza o il viaggio, offrono la possibilità di incontro con luoghi e culture molto diversi da quelli cui apparteniamo, stimolando l’adozione di comportamenti esplorativi in modo quasi naturale. Le emozioni positive provate di fronte a un panorama sono un evento di cui facciamo spesso esperienza e questo vale per ogni cultura e popolo; l’Italia offre da sempre uno dei paesaggi più vari e suggestivi del mondo e i viaggiatori hanno spesso decantato questa varietà nei loro racconti. Ma questi giudizi estetici positivi non sono retaggio esclusivo di noi europei, accade lo stesso anche in altre culture in cui la cosiddetta vista di un panorama è in generale tanto gradita quanto più lontano lasci andare lo sguardo e permetta di scorgere più villaggi possibile, esaltando la spaziosità, segno di liberazione dello sguardo, e di condizione sopraelevata. E’ intuitivo che il legame con luoghi denominati “belvedere” sia connotato da simbologie universali che rimandano a sensazioni di benessere; eppure gli uomini sono sempre stati attratti e affascinati anche da luoghi impervi e pericolosi, dove si trovavano a diretto contatto con la forza della natura, si pensi agli “orridi”, o a conformazioni naturali intorno a cui si crea un’atmosfera di soggezione, come il canyon o il deserto. Il piacere misto a timore che si prova visitando certi luoghi è di grande fascino, si ha l’impressione di assistere a uno spettacolo eccezionale, in cui la natura dà prova del suo potere e incute nel viaggiatore una sensazione di sublime, che è ben diversa da quella di bellezza. Ricordiamo il concetto di sublime in Kant che sopravviene quando l’uomo si trova di fronte alla natura e ne considera la vastità ad esempio, l’imponenza di una montagna o la forza come accade durante un temporale, sublime dinamico. All’angoscia iniziale, segue il senso del sublime, un valore estetico che deriva da qualcosa di smisurato o di incommensurabile solenne, immenso, tragico, orrido. Di fronte a tanta potenza e maestosità, siamo capaci di elevarci grazie alla facoltà del nostro pensiero razionale. Esiste, inoltre, una tensione verso il benessere, e soprattutto verso la varietà; il mondo ci si presenta sotto le più diverse forme, alcune ritenute ideali per l’insediamento umano, altre più ostili. Non basta trovare un luogo comodo e funzionale, talvolta siamo spinti a cercare anche dove l’ambiente si fa inospitale, perché, se lo spazio è la dimensione fisica su cui proiettiamo le immagini interiori fatte di bisogni e timori, rimandi simbolici e significati profondi, allora vogliamo conoscerlo nella sua interezza, anche dove riconosciamo l’ineffabile. Probabilmente è proprio intorno al concetto di limite che si articola il discorso sull’attrazione per luoghi suggestivi e inospitali; siamo “programmati” per provare piacere non solo nella conservazione dell’omeostasi, ma anche nella sfida, nell’esplorazione dei confini. Superare il limite significare sviluppare le potenzialità, tentare nuovi adattamenti e acquisire nuove informazioni.

Pensiamo al viaggio e già siamo lontani. Ma cos’è il viaggio, al di là di come lo definisce il dizionario? La risposta sembra risiedere in ulteriori domande: anziché andare lontano, se ci interroghiamo sul viaggio, c’è il rischio di disorientarsi anziché di definirne il senso. La letteratura sull’argomento è ricca di suggestioni spesso anche molto diverse tra loro, senza dimenticare che è difficile maneggiare culturalmente, prima che scientificamente, un concetto così molteplice, indefinibile, sfuggente, pur nella sua apparente banalità Il viaggio è infatti polimorfo, polisemico, polifunzionale e, quindi, ambiguo di suo. Questo perché da sempre è stato assunto, e gestito, più come metafora che non per quello che, più o meno, rappresenta. Il viaggio diventa così una categoria esperienziale perfetta per questa società che, infatti, lo utilizza senza freni ottenendo come unico effetto un ulteriore impulso banalizzante che non aiuta a differenziarlo da tutto ciò che non è viaggio, ma a farlo assomigliare a un mero spostamento. È il senso comune a chiarirci che si tratta di un’esperienza variegata, polisemica, colorata di emozioni, foriera di innovazioni come di tradizione, profondamente personale e mai assolutamente individuale. Esso è la scelta di un luogo come l’emozione di un mezzo; il rifugio dalle difficoltà come anche la scoperta dell’avventura; il miglior sinonimo di conoscenza e di formazione, ma anche la dimensione principale del pellegrinaggio e della missione spirituale. Insomma, capire cosa sia, è un po’ come viaggiare, occorrono fantasia e immaginazione per percorrerne gli infiniti sentieri ma, proprio per questo, non si può mai dire di essere arrivati. Non è la “lunghezza” la variabile che definisce e costituisce il viaggio, anche una passeggiata può essere un viaggio e, viceversa, un’andata e ritorno a Tokyo, più che un viaggio, un lungo e faticoso spostamento. Se si vuole procedere nel modo più sistematico concesso dal tema, occorre dunque delimitare da subito il campo delle argomentazioni. In questo quadro, la prima definizione operazionale di viaggio, per quanto ancora generica, è quella di uno spostamento, dotato di un senso proprio, socialmente significativo, delle persone nello spazio. Per socialmente significativo si intende che abbia una struttura relazionale, il cui scopo è la costruzione o la riconferma del sociale. La parziale sottrazione alla pressione sociale, che in pratica avviene attraverso la sospensione della quotidianità e dei suoi complessi sistemi relazionali di ruolo, oltre che l’uscita temporanea dalle reti sociali di appartenenza, permette al viaggio di acquisire aspetti del gioco. Il gioco presenta due caratteristiche fondamentali: precisi limiti di tempo e di luogo e, per questo, l’isolamento dal resto dell’esistenza. In questo senso, si può paragonare il viaggio a un gioco. Le diverse fasi che lo scandiscono, la partenza, l’arrivo e il ritorno, costituiscono i confini temporali dell’esperienza di mobilità, così come gli spazi percorsi e i luoghi raggiunti ne tracciano l’universo fisico. E’ in questo senso che si parla anche di circolarità del viaggio Nel gioco, si oscilla continuamente tra due poli, la libertà da una parte, e la regola/il limite dall’altra: così il viaggio, come il gioco, da un lato consente lo slancio, l’apertura e l’esplosione della propria personalità, come ben simboleggia il momento della partenza; dall’altro, però, l’indeterminatezza, come la libertà, non sono mai totali e assolute. Anzi, si può dire che, quanto più il viaggio è momento di libertà, tanto più la tensione del sentimento vitale si scarica nel rapporto di interazione, il quale finirà per prendere il sopravvento sulle singole personalità, costituendo esso stesso la regola. E’ più intuitivo comprendere la libertà come secondo nome del viaggio: partire, uscire dalle proprie reti di appartenenza, distaccarsi, rompere con le regole. Liberarsi di una monotonia, di una ripetizione, di una costrizione. Nel dire sì al jet-lag, c’è il coraggio di lasciarsi molto alle spalle, e nell’accollarsi il rischio di liberarsi della propria (presunta) identità, e poi c’è l’indescrivibile fascino di essere liberi. Viaggiando si interrompe la costante messa in ordine del mondo, la ripetuta ricerca di definizioni: c’è libertà per la ricerca di un’alterità, di sperimentare qualcosa di nuovo, rispetto allo sforzo quotidiano di catalogare. Nel viaggio si confondono libertà e liberazione. Per diventare liberi bisogna infatti liberarsi; e il liberarsi di qualcosa è già un essere liberi. La libertà e il viaggio parlano lo stesso linguaggio, in un rapporto strettissimo, fisiologico. I significati del viaggio e quelli di libertà si fanno compagnia. Meno intuitivo è supporre però che nel viaggio ci sia anche un polo opposto fatto di regole. Eppure il viaggio, come il gioco, contiene in sé una dimensione processuale che, nello stesso momento in cui gli impedisce di risultare fissato in qualcosa di certo e di dato, una volta per tutte, risulta espressione individuale all’interno di regole non tanto relazionali ma proprio di relazionalità. Quanto più una persona sente di dover esprimere se stessa nel viaggio e per le parti di sé che maggiormente risultano soffocate dall’esperienza di vita quotidiana, tanto più la relazione sociale è destinata a diventare essa stessa il confine e a prendere il sopravvento. Non solo perché, essa sarà in grado di suggerire alcune esperienze piuttosto che altre (come la reciprocità, la socievolezza, la solidarietà, che sono per natura esperienze relazionali), ma anche perché più la nostra personalità è in tensione e maggiormente il rapporto d’interazione avrà priorità rispetto agli stessi dettami della natura individuale da una parte, e della cultura collettiva, dall’altra. Nel viaggio, lo spirito competitivo attraverso l’esuberanza avventuriera appare più libera di uscire, cioè più incentivata ad esprimersi, ma anche più ammorbidita, quasi smussata e depurata degli aspetti di aggressività. Questo rende il confronto tra l’Io e l’Altro più facile a realizzarsi e lo fa assomigliare più a una danza, in cui ognuno dei due dà il meglio di sé per rispettare i passi altrui, che a una lotta. Sicuramente questo accade perché, trattandosi di situazioni ideali o eccezionali rispetto all’esperienza ordinaria, il confronto è circoscritto a una sola capacità d’azione; ma soprattutto perché nel viaggio, come nel gioco, si è consapevoli che ciò che accade non è necessariamente destinato a procrastinarsi al di fuori. Anzi, generalmente, i confini spaziali e temporali sono tali che il presupposto della competizione è dato dalla sua risoluzione in essi. Così in viaggio non si è soltanto più esuberanti e più disposti al confronto, ma anche l’altro mostra una più spiccata predisposizione a lasciarsi raggiungere o a mettersi in gioco. Inoltre fra i viaggiatori, come tra i giocatori, si crea una situazione di assoluta eguaglianza, che rende possibili momenti di condivisione anche tra persone socialmente molto distanti e che nella vita quotidiana difficilmente nutrirebbero forme di apertura reciproca. Solo nel viaggio possiamo togliere le maschere che indossiamo tutti i giorni e indossare quelle del gioco, senza dover seguire precisi modelli di comportamento.

 E si impara   solo viaggiando sul serio dentro di sé. Ecco perché il turista che si sposta geograficamente ma resta etnocentrico non si integra e, per paura, permette che le proprie esperienze restino chiuse, senza concettualizzare la pratica che ha fatto delle differenze, di cui si poteva colorare il suo viaggio e la sua persona. È come se non fosse partito mai.

  “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare. Si può sempre andare oltre, oltre, non si finisce mai”

Maria Ragionieri

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