Sappiamo come sia aggregativo fare sport, soprattutto pe i ragazzi. Allenarsi insieme, condividere un obiettivo, dividere le fatiche e le vittorie porta ad unire le persone più di ogni altro espediente sociale.
Come sempre vi anticipo che, in antico, tutto questo era risaputo e ben chiaro.
Sono molte le civiltà dove gli agoni sportivi rivestivano un ruolo fondamentale per tenere una società salda.
È ovvio che quando parliamo di bisogni di aggregazione nel passato c’è sempre un motivo molto pratico da ricercare. Spesso questo motivo era la guerra.
La guerra è terribile e noi la stiamo vedendo da vicino ormai da molti più anni di quelli dovuti. Non parlo solo di quella in Ucraina ma anche di quella in Medioriente. Le dinamiche sociali naturali che si istaurano in tempo di pace, quando ci sono conflitti lasciano il posto per altre soluzioni socioculturali sempre ben definite. Violenza, difesa, abusi, morte, razzie e stupri sono dinamiche sociali che, per quanto brutali, caratterizzano da sempre e sempre con le stesse modalità la società umana. Per questo la guerra fa paura, perché in guerra nessuno è buono. Quando inizia uno scontro la violenza è da entrambe le parti, sia da chi attacca che da chi si difende. Per questo, la paura appartiene ad entrambe le fazioni.
Perché inserire la guerra e lo sport nello stesso contesto. Perché ci si teneva allenati per combattere. Principalmente, come potremmo notare, ad esempio, nella società spartana, l’allenamento alla guerra era importante e praticato da tutti i cittadini riconosciuti come spartani, chiamati anche spartiati. Praticato già prima del V sec a.C. vediamo la sua perdita nel periodo classico. Questo non impedì la narrazione del particolare sistema educativo arrivata fino a noi da diverse fonti. L’allenamento per loro iniziava all’età di sette anni con quella che in greco viene chiamata agoghè. Rigorosissimo regime di educazione che vedeva i giovani bambini di sparta lasciati a loro stessi. Per sfamarsi dovevano rubare, ma se colti sul fatto sarebbero stati puniti con pesanti pene corporali. Crescevano così, abili ricognitori e spietati con i compagni da cui tentavano di prendere il necessario per sopravvivere. Se si fossero create amicizie o alleanze invece si sarebbe stati portati a dividere quel poco che si riusciva ad avere. Ma non solo, caccia, danza, allontanamento dalla famiglia, preparazione per la società, tutto insieme con i propri coetanei. Immaginate il legame che poteva crearsi tra questi bambini e ragazzi.
Questo tipo di educazione era in parte riservato anche alle ragazze con l’educazione alla danza e alla ginnastica.
questo modello educativo continuava da adulti con la condivisione del cibo nei banchetti. Mangiare insieme, come allenarsi insieme, prepararsi insieme a combattere, è aggregante. Un privilegio che ti permetteva di sentirti parte integrante di un gruppo.
Si faceva tutto insieme, anche andare in bagno! E si, anche successivamente nella Roma repubblicana e imperiale i bagni erano luoghi dove si condivideva tutto. Non c’erano spazi a separare le latrine, nell’antica Roma si poteva tranquillamente discutere di politica espletando certe mansioni. Il pudore era un concetto molto diverso dal nostro ma non vi sembra una “logica da spogliatoio”?
Condividere l’intimità del proprio corpo nudo o nel momento della toilette aumentava la confidenza e per i soldati questo significava essere disposti a sacrificare la propria vita in battaglia per il compagno al nostro fianco.
In una guerra completamente fisica, dove il corpo umano era una vera e propria macchina da guerra a sistema con i corpi dei compagni vicini, nulla aiuta di più che il sentimento di amore, lealtà e rispetto.
Ma lo sport servì per misurare sé stessi anche fuori dall’ambito della guerra. Riconosciamo questa usanza nell’istituzione delle olimpiadi greche, che volevano l’interruzione di tutti i conflitti per onorare gli agoni sportivi. Le prime notizie certe delle olimpiadi si hanno nel 776 a.C. venivano praticate ogni quattro anni ai piedi del monte olimpo, nella città di Olimpia.
Potremmo considerarla come il primo vero evento sportivo organizzato solo a fine agonistico.
“Combattere” insieme che sia per una guerra o per vincere un trofeo ha sempre reso gli esseri umani più inclini alla collaborazione. Chi sa che, in questa nostra modernità, lo sport non diventi una delle chiavi principali per lo sviluppo dell’empatia. Sicuramente in parte lo è già ma ci dovremmo impegnare per renderlo uno dei capisaldi dell’evoluzione socioculturale necessaria, ad oggi, per migliorare il nostro tempo.
Dott.ssa Andrea Di Giovanni





