L’Italia e la crisi energetica

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La crisi che stiamo vivendo ci ricorda come lo sviluppo delle società umane sia condizionato da due fattori essenziali: malattie trasmissibili su larga scala (germi patogeni e virus) e disponibilità di energia in quantità sufficienti. L’avvento di una crisi energetica in concomitanza o immediatamente al seguito di una pandemia potrebbe rappresentare un netto arresto, se non arretramento, nello sviluppo delle società umane  dagli effetti di un cambiamento climatico che si manifesta in maniera più rapida di quanto si ipotizzava e da una conseguente scarsità delle risorse idriche, ecc., non è mancato chi, giustamente preoccupato, abbia detto o pensato, facendo riferimento alla suggestione dei flagelli biblici: «Mancano solo le cavallette…».

La guerra in Ucraina è un potente focolaio di instabilità geo-politica ed energetica, tecno-manifatturiera e finanziaria. Le relazioni tra l’Italia e la Russia nel settore energetico hanno radici profonde e risalgono alla fine degli anni Cinquanta quando furono siglati contratti per la fornitura di greggio, l’Italia è, purtroppo, fra i Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero. La pandemia ha già provocato nel codice genetico della globalizzazione alcune mutazioni che, adesso, potrebbero sperimentare evoluzioni più marcate e meno reversibili. All’indomani delle pandemie precedenti, il tasso d’interesse reale naturale è diminuito raggiungendo un minimo dopo venti anni, seguito da un recupero durato altri due decenni e la recente storia economica   porta con sé una persistente incertezza macroeconomica.

I “potenti della terra” si stanno “dando da fare” per accelerare un percorso – quello della transizione ecologica – che avremmo dovuto cominciare molto prima e a discapito della nostra nazione ancora indietro e indecisa per affrontare le difficoltà della attuale situazione. La riapertura delle centrali a carbone ha avuto inevitabili critiche da parte delle associazioni ambientaliste: “di fronte all’aumento esponenziale dei prezzi del gas, alla guerra e ai possibili problemi di approvvigionamento, occorre reagire in modo strutturale e non con soluzioni a volte false, a volte inammissibili, a volte facili, forse ma che sicuramente rischiano di perpetuare i problemi e non risolverli”.  Nel giro di pochi giorni il mondo è letteralmente cambiato ma nasce la necessità di dare una risposta a famiglie e imprese, che costituiscono il “lato sociale ed economico” della sostenibilità, che non è e non può essere soltanto ambientale. Quindi una   crisi che è insieme umanitaria, securitaria, energetica, economica. Dopo decenni di relativa pace e placido benessere il mondo tutto si accorge di aver procrastinato fin troppo i problemi strutturali di cui ha sempre sofferto. Le reti di fornitura e di approvvigionamento sono già state rese più corte e meno efficienti perché più onerose. I mercati finali hanno già sperimentato un ridimensionamento con una loro calibratura più regionale. Secondo la Banca Centrale Europea, l’impatto della guerra sulla crescita in Eurozona sarà quasi sicuramente elevato infatti, c’è lo shock di offerta generato sui mercati dell’energia e delle commodities (minerarie e agricole), shock che sta portando a un incremento duraturo dei prezzi (contribuendo dunque a mantenere l’inflazione a livelli elevati).  Sassoli nel suo ultimo discorso al Consiglio Europeo, esprimeva un “nuovo progetto di speranza” per “un’Europa che innova, che protegge, che illumina”. Questa visione di Europa è oggi più necessaria che mai. Potrebbe accadere che da un giorno all’altro si chiudano i rubinetti di gas e il bel paese potrebbe rimanere, non molto romanticamente, al lume di candela.

Maria Ragionieri

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