Ti viene immediatamente da rispondere: a proteggere. Subito dopo però ti poni la domanda se chi vuole preservarti e tutelarti, ha i requisiti e le prerogative per farlo.
Perché occorre intendersi: se chi si erge a tutore per evitare che menti non adeguatamente equipaggiate possano cadere in chissà quali trappole, è lo stesso che nulla fa per arginare il fenomeno delle fake news.
Allora è davvero come il cane che si morde la coda.
Perché occorre essere seri: i dati in possesso ci parlano di una incultura spaventosa che sta vertiginosamente aumentando nel nostro Paese, che per inciso, è quello che laurea meno cittadini in assoluto, ovviamente in relazione agli abitanti, almeno in ambito europeo: è abbastanza conseguente, anche se non è automatico, che i cittadini meno “acculturati”, siano più degli altri, vittime di raggiri, di trappole e di insidie di ogni tipo.
Fino a che il livello della cultura non si incrementa al punto in cui la stragrande maggioranza di cittadini non sia in possesso del necessario discernimento, lo Stato si sente chiamato a dover agire come arbitro per preservare coloro che, al cospetto di immagini, espressioni, argomentazioni che potrebbero scuoterne la personale sensibilità, ne potrebbero risultare turbati.
Evidentemente in un Paese in cui la maggioranza è capace di conservare il proprio equilibrio emotivo anche di fronte alla scene più raccapriccianti, ha il possesso di quella maturità per cui la censura risulta essere un “orpello” inutile, ma è anche vero che le persone finiscono per immunizzarsi e trovare in loro il sufficiente distacco emotivo, quando sanno distinguere la finzione dalla realtà, la rappresentazione di fatti come effettivamente si sono svolti da caricature di storie costruite ad arte per far credere qualcosa che non ha fondamento.
Ma poi, andando a scavare in profondità, quante sceneggiature vengono “propinate” e fatte passare per reali, quando di aderenze a fatti concreti non hanno nulla? Mi viene da pensare a “Forum”, un “tribunale televisivo” al cospetto del quale si presentano due personaggi, uno che ha subìto dei torti (o per lo meno asserisce così) e l’altro che respinge fieramente quanto sostenuto dal primo. A fare da contorno due avvocati, a difesa dell’uno e dell’altro e, a cornice del tutto, un pubblico che viene consultato perché si esprima se reputa più credibile la versione del primo o del secondo.
Tutta questa “parata scenica”, pur verosimile, è assolutamente non vera: anche perché se i personaggi fossero reali e concreti, non potrebbero avere sempre e comunque quelle capacità “recitative” e quella disinvoltura nell’eloquio che invece viene richiesto in quanto uno sceneggiato deve fare “spettacolo”. Per inciso: avete mai visto scritto, anche in forma minuscola, che si tratta di una ricostruzione di fatti e quindi di storie non realmente svoltesi così come vengono presentate? Assolutamente no ed allora, perché mai in casi come questi la censura non interviene? Perché si dà per supposto che il telespettatore quelle cose le intuisca. Ma allora, tanto vale non essere mai comunque sottoposti al vaglio della censura e che sia la persona, pur inadeguata e/o sprovveduta culturalmente, a rendersi conto che “il fatto è stato rappresentato ad arte e non è veritiero”.
Ernesto Albanello





