Mettere a nudo la censura: una battaglia sempre attuale al di là delle differenze culturali

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In un periodo come quello che stiamo vivendo, in cui di Covid non si parla più e i tg, social e canali di informazione trasmettono dati sulla guerra in atto in Ucraina, quanto si può effettivamente parlare di “politically correct” e quanto si può ancora affermare che la censura non sia più in vigore in diversi Paesi? Le ultime notizie che giungono dall’est riguardano la chiusura da parte del presidente russo Vladimir Putin, di Facebook e alcuni canali che diffondevano informazioni sulla guerra. Addirittura l’uso della parola stessa “guerra” è stato proibito sulla carta stampata.

Come si può, nel 2022, parlare ancora di proibizione e censura su carta stampata e sui canali di informazione? La censura è sempre stata un problema e soprattutto negli ultimi giorni è tornata a dettare scandalo. “Eh, ma i Paesi dell’est sono sottosviluppati rispetto al continente europeo”, “la loro cultura è differente dalla nostra”, “lì sono in dittatura, noi siamo un Paese democratico”.

A partire dal fatto che queste affermazioni non siano più comunemente accettabili, altrimenti si rischierebbe di sconfinare nel politically s-correct, è davvero una diversa cultura a determinare o meno la presenza di censura?

Nel 1863 la giuria del Salon di Parigi rifiutò oltre tremila quadri e fra questi il dipinto di Manet, Le Dejeuner sur l’herbe. La tela raffigura due giovani uomini borghesi seduti sull’erba insieme a due ragazze, una sullo sfondo intenta a bagnarsi nel fiume, l’altra vicino a loro, completamente nuda. La nudità fino ad allora era sempre stata associata a divinità o soggetti mitologici, per questo non poteva essere accettata la nudità di una semplice donna del tempo, che quindi andava a provocare l’etica benpensante del periodo. Nonostante la storia dell’arte sia piena di nudi, quella della ragazza destò scandalo. E l’opera di Manet venne rifiutata.

Il mondo dell’arte è pieno di esempi di questo tipo, ma non serve andare così a ritroso nel tempo.

L’artista austriaco Egon Schiele già non godeva di ottima fama. E la situazione peggiora quando nel 1912 viene accusato di aver sedotto e rapito una giovane modella di 14 anni. Portato a processo, tutte le accuse, compresa quella di pedofilia, cadono, rimanendo solo quella di aver esposto opere considerate pornografiche. Ma ancora oggi le sue opere portano con sé gli strascichi della censura. Nel 2018, infatti, l’ente del turismo di Vienna decise di realizzare dei manifesti dedicati a Schiele da distribuire nelle varie capitali, fra le quali Londra, dove erano protagoniste le sue opere Nudo maschile seduto e Ragazza con calze arancioni. La campagna, però, non subì la sorte sperata: i manifesti esposti nella metro londinese furono rifiutati dall’azienda di trasporti. Le parti intime dei lavori di Schiele furono allora censurate da banner con su scritto: “Sorry, 100 years old but still daring today”, (Scusate, risalgono a cento anni fa ma sono ancora troppo audaci). 

Anche il dipinto Ila e le ninfe di John William Waterhouse ha incontrato sorte avversa. Accusata di sessismo, l’opera non è più visibile nelle sale della Manchester Art Gallery. Si potrebbe definirlo, questo, il paradosso della censura: l’arte preraffaellita non viene più vista come elegante rivalutazione dei dipinti quattrocenteschi e recupero di espressività religiosa, ma viene accusata anch’essa di valori sessisti che sarebbe quasi sciocco voler addossare oggi ad un’opera di fine ‘800.

È ancora opportuno, quindi, parlare di cultura differente dalla nostra quando atti di censura vengono applicati anche nella nostra cultura?

Roberta Conforte

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