“Non ho mai fatto tentativi o esperimenti. Ogni volta che avevo qualcosa da dire l’ho detto nel modo in cui sentivo di doverlo dire.”
Pablo Picasso
Viviamo in un mondo distratto, corriamo su strade deviate da standard consigliati tra le righe.
Con il corpo da una parte e la testa da un’altra non ci accorgiamo di ciò che ci accade intorno.
Mille volti ci passano accanto, tanti si intersecano con la nostra vita senza che noi ce ne accorgiamo.
Ci mettiamo ad ascoltare dibattiti, concordiamo con chi parla di solidarietà e poi ci giriamo dall’altro lato per dar voce alla nostra connessione. Cosa stiamo perdendo lo sappiamo bene; non ci guardiamo più negli occhi, non tendiamo la mano, non ascoltiamo dando tutto per scontato. Ma quelle facce siamo noi. Siamo parte del gioco, attori in un film che, seppur alla luce di un bellissimo sole, sta finendo. Eppure basterebbe poco, sollevare mento e pensieri per dedicare una manciata di minuti al prossimo, quello della porta accanto, della storia accanto, del divano accanto. I colori ci sono, esistono e la tavolozza è davvero ricca, basta attingere e colorare la vita. Un’esistenza complicata da tracciare quando le parole non bastano, ma l’incanto sopraggiunge incontrando la bellezza di un linguaggio che descrive senza bisogno di parlare. Ed ecco che la parola si fa materia e instaura un dialogo con noi, osservatori di passaggio. Lo esprime in maniera sublime l’artista paglietana Alessandra D’Ortona che, con le sue opere tanto espressive e cariche di significato, riesce a dire cose che nessun vocabolo potrebbe rivelare meglio. Tappeti di colore dalle trame sapientemente tessute, è il primo pensiero che mi arriva guardando le sue tele. Sembra di essere in una strada variopinta, affollata e stracolma di sfumature, dove volti sempre diversi e sempre in tumulto si affacciano, si nascondono, si muovono, si fermano, dove mille occhi nascosti e presenti osservano ma non si manifestano. Artista di grande spessore nata a Paglieta (Ch), ha ricevuto notevoli e numerosi riconoscimenti come quello del Rotary Club di Atessa, del Calendario d’arte e poesia 2015 organizzato dall’Accademia dei Bronzi di Catanzaro, che ha acquisito una sua opera, curato e pubblicato dalle Edizioni Vincenzo Ursini e dal quale riceve la Targa di Merito “Città dei Tre Colli”. Ha esposto nel Salone del libro di Torino. Nel 2019 durante la Biennale di Milano viene notata e apprezzata da Vittorio Sgarbi per la sua ricerca artistica e sociologica. Dal 2021 è presente nella collezione AP/Arte Prossima pinacoteca d’arte contemporanea di Pescara con l’opera “Gli irrafigurabili”, Serie TRACTUS”. Candidata al premio internazionale Luxembourg Art Prize, Pinacoteca, Granducato di Lussemburgo negli anni 2020 e 2021. È stata invitata al prestigioso Premio Internazionale d’Arte Contemporanea “Premio Sulmona” negli anni 2019, 2020, 2021 e 2022. Numerose le gallerie italiane e internazionali dove espone, le mostre personali e collettive, le
pubblicazioni e le esposizioni permanenti che la vedono protagonista attraverso la presenza delle
sue rappresentazioni di una realtà che riesce a comunicare con forme, tratti e colori intensi.
La sua è un’arte sociale, qual è il significato di questa attribuzione?
La mia arte è umanamente inclusiva e sociale.
La mia arte mi permette di puntare la luce sull’oblio nel quale si trovano le persone che vengono ignorate ed escluse dalla società. Se vogliamo un’arte provocatoria per diffondere messaggi di denuncia sociale in chiave cromatica. Un’arte per comunicare i problemi del mondo: atrocità della guerra, inquinamento, abuso di potere, omofobia, femminicidio, disuguaglianze sociali, le morti in mare dei migranti, discriminazione di genere…
L’arte è bellezza, ma non solo. Come artista sento la responsabilità di prendere posizione, di non restare a guardare.
I colori mi permettono di protestare per migliorare.
Tutti i volti colorati portano con sé una storia racchiusa in tratti, effrazioni su corpi, variegati segni e segnacoli, nonché screziate segnature e in un titolo. Le mie tele hanno l’obiettivo di rompere il silenzio degli oppressi e offrire una voce a ciascuno di loro e a chi, normalmente, non ce l’ha. La mia arte mi permette di schierarmi contro la guerra, la violenza e la discriminazione. Sono consapevole che l’arte di protesta non è sempre apprezzata da tutti, ma il mio intento è proprio la riflessione sulla contemporaneità nella quale viviamo piena di contraddizioni. Rappresento il dolore “colorato” che tutte le problematiche odierne costringono le persone a subire. Metaforicamente “aggredisco” il pubblico proponendo la rappresentazione delle storture di una società che considero ad oggi ipocrita, corrotta e degradata. Tuttavia, sono una persona molto ottimista, la Vita mi sorride e sono convinta che il miglioramento possa avvenire. Tale positività la comunico con l’uso di colori forti e decisi.
Quali sono le emozioni che l’hanno invitata a creare e quale il messaggio che desidera trasmettere?
L’emergenza Covid-19, che ha segnato drammaticamente la Terra e i suoi popoli, di certo è stata l’opportunità per riflettere. Da lì, le emozioni e i pensieri hanno condizionato la mia arte.
Rappresento il non bello, la ferita, il non risolto, il non ascoltato, e cerco di includerli nella bellezza.
Mi piace pensare che ci sia una bellezza nel non bello, nella ferita….
Sulla tela metto in luce i sentimenti di angoscia e di grande dolore che molte persone hanno vissuto e vivono in solitudine e con dubbie prospettive. I volti, le sagome, i simboli…richiamano tali sentimenti e denunciano la fragilità umana. Tuttavia, i colori usati sono la dichiarazione cromatica di una Nuova Speranza: ora è il tempo di avere un nuovo sguardo sul mondo, più colorato. I colori testimoniano la voglia di Rinascita, i colori sono gli anticorpi della Solidarietà. Per ogni colore usato vi è un invito ad abbattere ogni barriera, vi è l’Uno che aiuta l’Altro perché “nessuno si salva da solo” (cit. Papa Francesco).
Ogni figura, ogni volto si affiancano affinché si percepisca il dolore condiviso, la solidarietà tra gli uomini, ognuno al fianco dell’altro, pronti a lottare insieme per accompagnarsi e per sostenersi.
I volti nascosti eppure presenti nelle sue opere sembrano ruotare in una dimensione che, seppur irreale, si adatta perfettamente alla realtà, lasciando spazio all’immaginazione.
Come coniuga realtà e immaginazione?
Nella mia immaginazione risiede la realtà.
Di fronte alle mie opere l’occhio s’impiglia in un groviglio di forme apparentemente estranee e irriconducibili alla realtà. Tonalità calde e fredde danzano caoticamente alternandosi in un armonioso ritmo cromatico. Ma è proprio nell’istante in cui si viene catturati dalla forza magnetica del colore che lo sguardo scorge finalmente ciò che si celava nella trama della tela. Corpi, volti, simboli emergono dalla profondità, irrompendo sulla scena. Sono esistenze le cui sembianze sembrano confondersi l’una nell’altra ma allo stesso tempo ognuna di esse esprime un’individualità che la distingue, permettendole di emergere dal suo babelico contesto e di rivendicare il proprio personale significato. Il mio gesto pittorico accoglie con amore queste entità che attraverso l’arte trovano un loro spazio per esistere.
Quale è la sua più grande fonte d’ispirazione?
“Guernica” di Pablo Picasso, un’opera maestosa dal grande significato politico- sociale.
Un’arte la sua, che richiama street art e graffiti. C’è di fatto una connessione?
Forse sì, la connessione è data da una delle finalità dell’arte…fenomeno socio-culturale che ha bisogno di protestare.
Io la mia protesta la faccio sulla tela. Per ora.
Pitture che respirano e portano messaggi, occhi che brillano e osservano come spettatori che non restano muti ma interagiscono, emergono e palpitano su tutto il piano telato. Portatori di fatti, di notizie che ogni giorno prorompono in ogni settore delle nostre vite, i quadri di Alessandra D’Ortona ci stanno dicendo che disuguaglianze e disparità non possono essere tralasciate ma devono pesare sul piatto di una bilancia che spesso, purtroppo, pende da una sola parte. L’inclusione si legge e sottolinea ogni centimetro di materiale usato: acrilici, oli, colla, sabbia, carta riciclata. Ogni figura, ogni tratto, ogni linea e segno vengono posti non a caso, ma con cognizione di causa, sui supporti che narrano di vite nascoste, emarginate. L’esortazione a farle emergere senza più bisogno di un invito, che sia lo stato naturale delle cose, la gioia e la solidarietà vibri esattamente come le sue opere, brillanti percorsi che lasciano il segno.
È ora che le coscienze si sveglino e decidano da quale parte stare.
“L’arte ha bisogno o di solitudine, o di miseria, o di passione. È un fiore di roccia che richiede il vento aspro e il terreno rude.” (Alexandre Dumas padre)
Maria Zaccagnini





