Le comunità intelligenti risorsa per la rigenerazione urbana

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Le città italiane vivono un profondo e radicale cambiamento che ormai si procrastina da molto tempo. Queste città, chi meglio chi peggio, stanno cercando di soddisfare le esigenze dei propri cittadini, i quali sono molto suscettibili a continui cambiamenti. Oggi i cittadini europei ricercano una città che possa offrire loro condizioni differenziate di offerta dell’abitare e del vivere in toto l’ambiente urbano, coniugate a condizioni di qualità migliori, più verde ad esempio, periferie meglio collegate dove il tema del recupero dei “vuoti urbani” sia molto più incisivo, contribuendo in modo sempre più attivo alle fasi decisionali dei progetti. Ogni cambiamento che si crea in una città si spera sempre sia il più condiviso possibile, ma sappiamo tutti che modificare un equilibrio implica, per alcuni, una delusione, ciononostante il problema si cerca di eludere facendo in modo che tutti gli interventi contemplino uno sviluppo inclusivo e condiviso. Questo è un tema importante perché interventi strutturali all’interno di un tessuto urbano consolidato possono essere sia un tema di business ma, allo stesso tempo, di sostenibilità sociale dei luoghi in cui viviamo. Per esempio, le metropoli possono essere luoghi ostili che i cittadini percepiscono come nemici di una convivenza civile oppure possono essere luoghi in cui effettivamente le persone si integrano. Un luogo può essere “aperto”, cioè dove alla base del vivere insieme ci sono capisaldi dettati dalla condivisione, dal rispetto per l’ambiente e per il prossimo; questo è tale se e solo se è praticabile da tutti, se ad esempio abitazione, mobilità, servizi sono esperibili da tutti. L’inclusione sociale viene esplicata nel migliore dei modi attraverso la creazione di nuova edilizia sociale, che deve soddisfare i bisogni e ridurre le disparità sociali. La rigenerazione urbana del patrimonio esistente si deve prendere carico di ritracciare e riqualificare alcune delle aree sottoposte a rigenerazione per ridurre l’emergenza abitativa presente nelle nostre città. Si fa questo attraverso plurime modalità, dal social housing all’edilizia sociale pubblica, passando anche attraverso promozione di processi di autoorganizzazione sociale nei contenitori vuoti. Attraverso co-progettazione e cohousing si possono rigenerare quelle aree all’interno delle quali sia investitori che developer immobiliari non hanno mostrato nessun interesse. Quelle che si creeranno saranno città capaci di rigenerarsi continuamente dal cuore centrale fino alla periferia, capaci di offrire servizi rapidi ed efficienti per tutti coloro che si trovano a vivere le città, da residenti, da city user o da pendolari. Lo spazio all’interno del quale la popolazione vivrà nei prossimi decenni è in gran parte già costruito. La grande scommessa risiede nel fatto di riuscire a darci un senso e un futuro tramite continue alterazioni positive della città, del territorio, dei materiali esistenti e di tutto ciò che implica un cambiamento dei nostri metodi progettuali che ci dia la possibilità di recuperare la capacità di vedere, prevedere e di controllare ciò che ci accade attorno. Di fondamentale importanza è l’individuazione di tanti piccoli obiettivi che formano, alla fine, una vision strategica di città. I temi, di norma, ricorrenti sono rintracciabili in una dimensione ambientale di sostenibilità, cioè di decarbonizzazione del patrimonio immobiliare italiano che costituisce il 40 % delle emissioni totali della nostra nazione, ma anche di una natura sociale, inclusiva, che sappia coniugare la tecnologia con il lavoro, passando infine per la crescita e sviluppo di una comunità che non significa per forza un aumento del PIL – concetto quindi puramente economico – ma può anche risiedere nel fatto che ci possa essere un aumento di valore rintracciabile nell’incremento della qualità della vita. Ora questi concetti, se sviluppati singolarmente e non integrati assieme all’interno di un’unica vision progettuale, difficilmente genereranno qualcosa di positivo e duraturo nel tempo. È indispensabile il ruolo delle amministrazioni locali e degli organi nazionali per la gestione dei fenomeni di cambiamento, sono loro gli incaricati, assieme ai cittadini, di intavolare un nuovo modello di città futura e definire una vision condivisa. Parallelamente a quanto già affermato, è entrato all’interno dell’idea di sviluppo il concetto di economia circolare, da non assoggettare esclusivamente all’ambito economico. Questo modello di utilizzo si sta sviluppano grazie alla forte sensibilizzazione che ha preso campo negli ultimi anni intorno al tema del riutilizzo in ambito urbano. L’economia circolare di fatto consiste nello slegare lo sviluppo economico dallo sfruttamento delle risorse naturali esauribili. Calandoci maggiormente nelle realtà locali, l’applicazione dell’economia circolare nella città di domani significa ridisegnare servizi, edifici e infrastrutture; Ruolo di assoluta importanza sarà quello svolto dal digitale: le nuove tecnologie porteranno ad una nuova democratizzazione dei processi legati sia alla progettazione che alla costruzione di qualità, il tutto catalizzato da nuovi sistemi di comunicazione e condivisione di spazi ed oggetti.

La pianificazione si deve mettere alla prova cambiando la sua metodologia di lavoro e non puntando più sulla pianificazione e progettazione del prodotto finale ma bensì soffermandosi maggiormente sul processo per cui si arriva a ciò, capaci di avere un atteggiamento resiliente nei confronti della città e del territorio che la ospita. Una buona pianificazione della città e del territorio futura è perseguibile tramite un processo decisionale che faccia della resilienza e dell’antifragilità il giusto connubio per l’individuazione di strategie e modelli di sviluppo. L’antifragilità deve essere considerata una condizione che si va ad inserire nell’idea di resilienza e che a suo tempo la completi. Un sistema antifragile è quello che sa difendersi da eventi, perturbazioni esterne, fattori di stress, volatilità e disordine e che da questi fenomeni, quando accadono, possa far suo ciò che è avvenuto in modo tale da rendere più forte e pronto quando si verificheranno nuovamente. In breve, se un sistema risente di perturbazioni che si verificano dall’esterno e dalle quali non riesce a reagire positivamente, generando un alteramento dell’equilibrio interno che lo porta a escludersi, allora il sistema è fragile. Se invece, il sistema non è influenzato da possibili mutamenti allora questo è forte e resiliente; mentre è antifragile se il sistema si rafforza, migliora e guadagna dalla sua fragilità dovuto ai turbamenti esterni. Questa antifragilità, sopra descritta, si raggiunge col tempo attraverso determinati meccanismi di apprendimento che, di norma, consentono di procedere per tentativi, alcune volte anche sbagliando e/o migliorando grazie a sperimentazioni e fallimenti pregressi. Soffermandosi sulle aree urbane, la pianificazione giusta è quella che sviluppa strategie guardando al futuro, che dà la possibilità alle città di sopravvivere e di guadagnare dal cambiamento che attraversa durante la sua esistenza, tale pianificazione viene chiamata appunto antifragile.

La rigenerazione urbana viene presentata come la miglior ricetta per la risoluzione di un’enormità di limiti presenti nel nostro sistema. Molti la descrivono come la giusta strategia politica e tecnica da perseguire per creare uno sviluppo urbano sostenibile. Ma perché allora se tutti la idolatrano non siamo riusciti ancora ad applicarla adeguatamente? Da qualche anno è riuscita ad entrare, oltre che nella sensibilità della popolazione, anche all’interno di alcune norme statali e amministrative: perché allora queste norme non riescono a declinarsi quotidianamente in interventi concreti? Il tema è molto complesso e di difficile analisi ma sicuramente accademici e professionisti non sono andati a fondo del problema. Sulla rigenerazione urbana si trovano molti elaborati scritti – tra manuali e relazioni – che definiscono e inquadrano la strategia; spesso al loro interno vengono riportati casi studio realizzati all’estero che in prima battuta sembrano poter essere riprodotti anche nel nostro paese ma in realtà inattuabili in fase esecutiva. In pochi parlano dei limiti della rigenerazione urbana. Far emergere i limiti di un qualcosa non significa volerlo distruggere, ma semplicemente portare alla luce tutti i suoi difetti per cercare, attraverso nuove pratiche attuative, di renderla realizzabile e meno vulnerabile. Entrando nello specifico degli elementi che ostacolano la sua concreta attuazione, possiamo trovare un sistema complesso di fattori indipendenti che cooperano assieme e data la complessità dell’operazione, ogni elemento di disturbo viene amplificato generando il blocco parziale o totale dell’operazione. Tutti i processi dovrebbero essere pensati, progettati e calati nella realtà attuale contestualmente, per remare verso un obiettivo condiviso. La rigenerazione urbana si concretizza sul territorio con interventi sul patrimonio sia pubblico che privato. Senza nulla togliere al patrimonio privato, sicuramente quello pubblico deve essere trattato diversamente, ossia con maggiore sensibilità, coinvolgimento e utilità; mettendo a disposizione le innumerevoli volumetrie per sviluppare operazioni più complesse e al servizio pubblico che il privato inizialmente sembrano non convenire. La giusta strategia sarebbe quella che punta ad immettere risorse nel sistema dando la possibilità a soggetti che ne abbiano la capacità e il merito di trasformare questi beni in luoghi in cui svolgere attività di tipo innovativo, originale e funzionale allo sviluppo. I beni mobiliari e immobiliari pubblici dovrebbero essere messi a disposizioni di soggetti che abbiano idee e non denaro, che abbiano contenuti e non risorse; questi potranno crescere e fare cose importanti all’interno di un patrimonio che così verrà vivificato e valorizzato. Questo ragionamento è sostenibile economicamente, esso sta alla base delle riflessioni del venture capital che mette a disposizione liquidità a tante persone che hanno delle idee con l’auspicio che alcuni di essi riusciranno a far fruttare il loro denaro. Dal canto suo l’amministrazione in questo modo non fa più una logica di tipo speculativo ma promuove una strategia completamente diversa mettendo a disposizione un patrimonio immobiliare dove possono essere sviluppate e sperimentate idee. Una strategia così definita viene messa in gioco da una città che cambia e che sceglie la valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare nel medio e nel lungo periodo. Le criticità esistono anche a livello di orientamento culturale degli addetti ai lavori, ossia amministratori e professionisti tra urbanisti, ingegneri, architetti e geometri. Essi devono immaginare nuovi meccanismi di scoperta, di apprendimento e non solo di regolazione più o meno stringente e vincolante. Dobbiamo assolutamente trovare una soluzione a questo problema e bisogna fare in modo che la rigenerazione urbana di domani si prenda in carico l’onere di realizzare un Piano industriale di riqualificazione energetica, generando benefici non solo alla salute delle persone ma anche alle tasche degli italiani. Il passaggio da un approccio urbanistico-espansivo a una moderna visione urbanistico rigenerativa dell’urbanistica nazionale è l’obiettivo cardine dei progetti di rigenerazione urbana in corso nel Paese.

Rigenerazione urbana che ridisegna e costruisce le città attraverso processi diversi, dal riutilizzo sino alla demolizione e ricostruzione, rifunzionalizzando l’esistente e focalizzando ogni scelta per garantire una qualità e sostenibilità della vita dei cittadini all’interno degli spazi urbani. 

Progettisti e committenti sono consapevoli che non può trattarsi di una soluzione immediata, ma piuttosto di un metodo che si forma in corso d’opera, grazie ad analisi dedicate, a normative che semplificano e alla collaborazione fra diversi attori in scena.

Anche etimologicamente il termine rigenerazione urbana allude alla riproduzione di ciò che chiamiamo città o più precisamente di quello che possiamo definire “effetto urbano”, che non può essere evidentemente ridotto ad un fatto edilizio. Ultimamente sono intervenute anche delle normative che confermano e fanno propria questa visione della «rigenerazione urbana» come “insieme coordinato di interventi urbanistici, edilizi e socio-economici con cui perseguire nelle aree urbanizzate l’obiettivo della sostituzione e del riuso in un’ottica di sostenibilità ambientale, di contenimento del consumo di suolo, di localizzazione dei nuovi interventi di trasformazione nelle aree già edificate”. Ciò che segna la differenza alle più tradizionali iniziative di riqualificazione – che in realtà non si può dire che non abbiano da sempre riguardato  diversi campi d’intervento fisco-edilizi, sociali, economici, ambientali -sono essenzialmente due aspetti:  il coordinamento tra le diverse dimensioni di intervento  il focus sul riuso come motore di “sostenibilità”. Per quanto riguarda il primo aspetto, è evidente che di fronte ai cambiamenti dei paradigmi sociali, culturali ed economici di riferimento, le città sono chiamate a riorganizzare lo spazio dell’abitare secondo principi nuovi e in un’ottica “strategica”. Lo sviluppo urbano oggi avviene infatti in condizioni molto diverse da quelle che hanno prevalentemente ispirato l’urbanistica dell’espansione, chiedendo di adottare logiche differenti. Gli spazi e le aree che si prestano ad ospitare le iniziative di trasformazione, infatti, sono oramai sempre più spesso intercluse inserite all’interno di un tessuto preesistente: si trovano cioè inserite all’interno di zone già abitate e fruite, di territori animati da processi sociali e dinamiche economiche talvolta tra loro contrastanti, con le quali è necessario e opportuno misurarsi nella consapevolezza che la considerazione del contesto conduce certamente a identificare dei vincoli aggiuntivi rispetto a quelli tecnico procedurali, ma può offrire anche sollecitazioni e risorse per il progetto. L’approccio della rigenerazione urbana spinge a confrontarsi con questa complessità nel tentativo di comporre sistemi d’intervento articolati e multidimensionali, capaci di rispondere ad obiettivi molteplici, strettamente legati al sistema di esigenze e di opportunità che caratterizzano il territorio in questione e ad intercettare contemporaneamente istanze più generali riferite allo sviluppo urbano. Da questo punto di vista, dunque, l’efficacia e il successo del progetto sono strettamente legate alla sua capacità di dialogare con il contesto in cui si inserisce, da una parte facendo propri temi e problemi da esso sollevati e dall’altra rilanciando prospettive di sviluppo d’ordine generale in base alle quali introdurre elementi nuovi e proporre azioni innovative. Un progetto di rigenerazione urbana è, in definitiva, prima di tutto e soprattutto un progetto di connessione e in alcuni casi di ricucitura tra diversi elementi costitutivi della realtà urbana, ed in particolare tra quelli che costituiscono l’hardware fattori fisici, materiali, ambientali e il software fattori sociali, immateriali, economici, della città. In quanto tale, il progetto di rigenerazione urbana si presenta come un programma di intervento che agisce su più livelli, perseguendo obiettivi plurimi e attivando strategie diversificate. L’attenzione che i promotori dei processi di rigenerazione riservano sempre più frequentemente a processi di coprogettazione tramite cui mettere a fuoco agende urbane e individuare idee-guida per progetti integrati di sviluppo. E’ pur vero che, la riflessione teorica, ed in particolare quella dedita all’approfondimento dei modelli di sviluppo sociale sostenibile, costituisce un riferimento indispensabile per la definizione di modelli complessi di intervento innovativi, fornendo schemi logici e criteri di analisi adeguati alla complessità dei problemi e delle sfide e  alla definizione di una strategia tramite cui “favorire la nascita di comunità intelligenti al fine di contribuire alla crescita dell’attrattività e polarità urbana”

Maria Ragionieri

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