L’Acqua del Gran Sasso. Che nessuno ci ridarà mai più.

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Era il 2002. Ricordo perfettamente il vento freddo che accarezzava Piazza Martiri, il cuore della città di Teramo, e l’odore dell’aria pulita mista a quello delle castagne. La città era gremita, i negozi pieni, e il vociare delle persone intorno mi faceva quasi sentire in una grande città. Ma si sa, Teramo non è neanche il capoluogo più grande della regione Abruzzo. Camminando sotto ai famosi portici, vedo un foglio attaccato alla bella e buona su di una parete. Dapprima ho subito pensato a un atto vandalico: ogni colonna ne aveva uno! Avvicinandomi, però, capisco che si tratta di qualcos’altro. Il foglio era stato messo da un gruppo, un collettivo, o forse una associazione? Era un testo abbastanza lungo, ma decisi che avrei trovato il tempo per leggerlo. Il foglio denunciava il fatto che a L’Aquila i tumori erano aumentati a dismisura. Si faceva poi riferimento all’acqua, bene preziosissimo di cui il mondo adesso ha un estremo bisogno. Rimasi colpito da quel testo: si parlava di “avvelenamento”, di “inquinamento”. Ma come, pensai! In Abruzzo l’acqua è il bene più puro che abbiamo! Se la beviamo tutti i giorni, la nostra acqua? Come può essere così? 

In quegli anni si parlava sempre di più di “terzo traforo” del Gran Sasso. 

La galleria a due canne tra Assergi e Colledara, 10.175 metri, ancora oggi è l’unica soluzione per collegare l’Abruzzo a Roma. Un’operazione drammatica: i lavori iniziarono negli anni ’60, 1700 miliardi di lire (877milioni di euro adesso), undici operai morti durante i lavori, tonnellate e tonnellate di esplosivo in una zona dove camosci, lupi, cavalli erano gli unici padroni di una natura assoluta, incontaminata. 

Per costruire il traforo del Gran Sasso si provocarono anche gravi danni idrogeologici poiché è acclarato che la costruzione dei due tunnel determinarono un abbassamento della falda acquifera del Gran Sasso di più di mezzo chilometro. 

Non solo: la strada è pericolosissima anche per le condizioni climatiche spesso avverse. 

Il dispendio della risorsa idrica fu enorme ed irrimediabile.  

I cittadini a Teramo, insieme ai movimenti ambientalisti, scesero a migliaia in piazza per scongiurare un terzo traforo. Grazie a questo enorme fermento si fermò tutto. 

Passò qualche anno, ed ecco che il Gran Sasso tornò sulla bocca di tutti. Non per le sue bellezze e la sua maestosità, ma per i servizi televisivi che “Le Iene” dedicarono all’acqua inquinata della zona e all’avvelenamento delle falde acquifere. Anche la Procura della Repubblica di Teramo si è mossa, e pare che il processo sia ancora in corso. 

Ancora oggi in molte case del capoluogo abruzzese si compra l’acqua nei supermercati, quando naturalmente questa zona dell’Italia era ricchissima. 

E ci fu un giorno in cui le istituzioni vietarono il consumo dell’acqua del rubinetto. Incredibile. 

In un contesto come quello odierno, in cui la siccità e l’emergenza idrica sono al centro delle preoccupazioni mondiali, è evidente come il trattamento riservato alla montagna più importante del Centro Italia sia stato quantomeno discutibile. 

Nel 2022 sono state ben quattro le regioni italiane ad aver avuto problemi seri di siccità. 

Manca l’acqua dappertutto. In Abruzzo è stata proprio sprecata. 

Che cosa sarebbe successo se la Regione Abruzzo avesse conservato la sua acqua, un tempo potabile, e l’avesse messa in “vendita” alle altre regioni? Quanto avrebbe guadagnato la Regione e la sua popolazione da una scelta semplice come questa? Quanto appeal? Quanto potrebbero servirci, oggi, le tonnellate di acqua sprecata o avvelenata in questi anni? 

Cosa sarebbe successo se anziché creare l’Autostrada dei Parchi con i suoi ponti sospesi e costosissimi che tagliano in due una delle valli più belle del Centro Italia, avessimo creato un’autostrada più in sintonia con l’ambiente e meno invasiva per la montagna?

Tutta quell’acqua, chi ce la ridà? 

Quelle morti sul lavoro… Chi ce le ridà?

Quell’ambiente così unico… Chi ce lo ridà?

E il laboratorio del Gran Sasso… Ma non si poteva costruire altrove?

Vi prego, considerate le nostre riflessioni come semplici spunti, talvolta graffianti, volutamente semplici. Ma mai superficiali. Esisteva, infatti, una possibilità di creare un’autostrada meno invasiva, passando dalle valli. Ma poi si optò per i famosi ponti, veri e propri fiumi di cemento grigio in un contesto di verde assoluto e lussureggiante. Un grigio che ora ha bisogno di una manutenzione che ha dei costi altissimi. 

In giorni in cui si parla di privatizzazione dell’acqua, questo articolo è più che mai necessario. Perché se c’è una Regione che ha a che fare con l’acqua, beh, quella è proprio l’Abruzzo. 

In un’epoca stanca dalla siccità e dal caldo, in cui sempre di più ci accorgiamo delle bellezze naturalistiche, del rispetto dell’ambiente, l’Abruzzo che è la terra più ricca d’Europa si scopre povera e debole. 

Eppure, lo sanno tutti, può essere la più forte!

Il cinema, in questo senso, può essere di grande aiuto: l’Abruzzo è terra di molti professionisti del cinema e del teatro (ne ho contati almeno una cinquantina che lavorano ad alti livelli), eppure nessuno (o quasi) riesce a girare un film da queste parti. Ma perché?

La Film Commission è fondamentale per far scoprire questa Regione al grande pubblico. Ma è ancor più fondamentale creare una cultura fondata sul rispetto per il proprio territorio. I film raccontano l’identità di un territorio. Ma forse questa magica terra deve ancora ritrovarla, la sua identità.

Marco Cassini

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